Cosa ci fa paura? Ed in cosa ribellarci e cambiare nel 2026? - Le Cronache Ultimora
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Cosa ci fa paura? Ed in cosa ribellarci e cambiare nel 2026?

Cosa ci fa paura? Ed in cosa ribellarci e cambiare nel 2026?

di Aldo Primicerio

I sondaggi non spiegano e non hanno mai spiegato tutto. Ma fanno capire, quello sì. Mostrano quello che resta. Opinioni, paure, fiducia e disincanto di un Paese che – l’avrà sicuramente notato chi come noi per lavoro legge ogni giorno il Paese – ha risposto negli ultimi anni alle stesse domande con risposte diverse, ma quest’anno no. L’ha rilevato il sondaggio de La Stampa di Torino. Nel 2025 i nostri timori, le paure degli italiani sono rimaste solidamente compatte. Perché mai? E’ la risposta ai problemi rimasti irrisolti, alla fiducia che si sfalda, alla speranza che si affievolisce. E se non ci si ribella e non si strilla per istrada come negli scorsi decenni è un brutto segnale, quello della rassegnazione e, peggio dell’assuefazione.

 

In cima alla classifica inflazione, liste di attesa sempre interminabili per una visita o un esame, e poi lavoro, tasse e fisco

E’ una classifica che cambia intensità con la geografia, tra territorio ed aree, tra Nord Centro e Sud , che vivono le paure in modi diversi. Su inflazione e prezzi quasi il 40% delle risposte, sanità il 37,4 e poi, staccate, le tasse, il lavoro, la microcriminalità delle baby gang, i migranti. E’ paradossale che sia calato l’interesse per le guerre. Ma a far segnare un crollo è la paura del clima e del cambiamento, scesa di oltre 4 punti tra inizio e fine anno. Un ruolo l’ha giocato, diciamolo senza infingimenti, il dietrofront dell’Unione Europea sul Green Deal, la spinta accelerata verso l’auto elettrica che ha messo in difficoltà l’intero comparto automobilistico, fino agli interventi sulle caldaie domestiche. L’arretramento dell’interesse poi sulla cruminalità deve essere letto con attenzione. Non vuol dire che è meno avvertita, ma semplicemente che è meno seguita.  Per assuefazione, e per la convinzione che dalla politica non ci sono risposte efficaci e risultati raggiunti. E sullo sfondo finale resta l’inquietudine trasversale ed assopita sui conflitti internazionali in Ucraina e Gaza sì, ma anche su tanti altri fronti di guerra rimasti inalterati perché irrisolti. Letti nel loro insieme, questi dati restituiscono un Paese più fragile di quanto ammettano le istituzioni. Le priorità non cambiano perché non cambiano le condizioni materiali che le generano: il costo della vita, l’accesso alla salute, la sicurezza economica, che restano il perimetro entro cui si misura la fiducia dei cittadini.

Il 2025 consegna dunque una società che chiede meno annunci e più risposte concrete, meno visioni calate dall’alto e più politiche in grado di reggere l’impatto con la vita quotidiana. Il rischio, guardando avanti, è che la stabilità delle preoccupazioni si possa tradurre in rassegnazione. Eppure – come emerge dal sondaggio de La Stampa – i numeri parlano chiaro: indicano priorità e non slogan, mostrano dove intervenire e con quale urgenza. Non misurano solo il consenso, ma le attese profonde del Paese.

 

Ancora un anno con al centro guerre, gli egocentrici Trump e Putin, gli incontri infiniti, le velleità dei volenterosi, lo spettro di un nuovo ordine mondiale

Il 2026 eredita una guerra e mezzo tra Ucraina e Gaza, gli attacchi quotidiani con droni e missili, gli accordi sempre più fragili, ed una pace vera che non c’è. I continui summit con Trump, Zelensky e Netanyhau, le telefonate tra il biondo a stelle e strisce e lo zar 4.0, tutto alla fine si rivela inconcludente. Le condizioni vere per una pace giusta e duratura non ci sono. Oggi nel mondo – scrive a ben ragione Giampiero Gramaglia docente di giornalismo a La Sapienza – c’è un americano che dice le cose giuste, ma nessuno le ascolta e tantomeno le mette in pratica, ed è Papa Leone XIV. E c’è un altro americano, come Trump, che dice cose insensate e fa cose sbagliate, ma tutti pendono dalle sue labbra perché è temuto, forse per la protervia arrogante con cui si atteggia. Ed intanto il Mondo sta diventando sempre più violento e disordinato. E resta inalterata l’ansia senza precedenti del 2025 per i rischi dei conflitti. Gli Stati Uniti possono e dovrebbero fare molto di più per promuovere la pace e la stabilità internazionali, ma non lo fanno. Sarà così finchè alla CasaBianca ci sarà l’egocentrico Donald, interessato solo a promuovere se stesso e il proprio profitto. Etutto sembra destinato a protrarsi fin quasi alla fine del 2026, quando gli americani, con il voto di Midterm, rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato: lo scrutinio potrebbe porre termine allo strapotere di Trump, se i democratici riusciranno a strappare ai repubblicani il controllo della Camera giocato su una manciata di seggi.

Ed all’orizzonte si agitano i Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Emiati Arabai, Etiopia) e quelli dello Sco (Cina, Russia. India, Pakistan e Iran) che vogliono rompere il bipolarismo per trasformarlo in un multipolarismo e quindi in un nuovo ordine mondiale.

E c’è chi sogna una rivoluzione più potente: quella dei cuori, della ragione e della politica. Perché la storia siamo noi

Da Il Fatto, l’ex-magistrato ed ex-sindaco di Napoli Luigi De Magistris, oggi giurista, politico ed opinionista visionario, lancia un appello contro la rassegnazione e per l’impegno, contro le lamentele e per la lotta, contro il conformismo ai poteri e per la rottura del sistema. L’appello è ad una ripresa di un cammino di umanità, alla riscoperta del senso di umanità, al recupero del cuore ma anche della razionalità. A noi piace molto. E’ un tentativo di risvegliare le coscienze dal torpore della inevitabilità di una guerra e di una devastazione dell’ambiente senza precedenti. Solo gli sciocchi possono pensarlo, tra di noi e soprattutto tra quelli che ci governano. Anche perché oggi l’Italia è prima in Euopa e forse nel mondo per le sue eccellenze industriali in tecnologia anche militare, è seconda solo al Regno Unito come potenza militare europea, e con i suoi circa 171.000 soldati professionisti tra le prime in UE secondo la classifica di Global Firepower.  Può ancora migliorare sì, ma non regalare centinaia di milioni di euro a Kiev in armi e danaro, togliendo soldi al welfare, alla sanità ed al ceto medio. Quello che stanno facendo il presidente del Consiglio Meloni ed il suo governo è assolutamente sbagliato e, con le modifiche alla Costituzione, stanno portando fuori rotta il Paese. L’attuale maggioranza va fermata. Senza forzature, ma con la democrazia, la libertà e soprattutto con il voto. Partendo dal NO al referendum di primavera sulla separazione delle carriere dei magistrati, dei due CSM, e dell’Alta Corte Disciplinare. Equivalgono ad autentici colpi di Stato per indebolire uno dei pilastri della democrazia ed avere mano libera nel Paese. Non dobbiamo rassegnarci, perché non è vero che non cambia mai nulla e che siamo impotenti. Ricordiamoci sempre che non sono affatto un presunto premier o un fuggevole e inadeguato governo a fare la storia. L’Italia siamo noi, ha detto Sergio Mattarella. E quindi, la storia siamo noi, come singoli cittadini e come popolo.