Salvatore Memoli
Il tempo politico ci avvicina al quesito referendario sulla separazione delle carriere dei giudici italiani. Cioè, giudicanti e requirenti, debbono appartenere a carriere diverse e debbono essere inquadrati in un percorso organizzativo che separa le loro vite professionali. Da una parte e dall’altra le posizioni politiche si sono divise ed a parere di molti la maturazione delle diverse posizioni si articola poco con una valutazione sostanziale dei motivi a favore o contro la separazione. Su tutte le posizioni incombe non un giudizio sereno ma un prevalere di pregiudizi e risentimenti che a giusto motivo o meno inquinano l’onestà di posizioni che si equivalgono per importanza di ragionamento. Esprimo per tutti coloro che hanno sicumera un profondo atto di apprezzamento, al contrario ho bisogno ancora di pensare, capire, intuire i lati favorevoli alla riforma e quelli pregiudizievoli. Quindi non sono capace di dire un sì o un no convinto, maturo e sereno. Ho come posizione un Ni! Sono convinto che stiamo per compiere una decisione che incide sull’Ordinamento giudiziario. Innovare i dettati costituzionali é sempre una scelta che non va presa a cuor leggero, per cui non riesco ad esprimere una volontà di cambiare quelli che già conosciamo né vorrei al tempo stesso conservarli. Non voglio cambiarli per quella sparuta minoranza che esercita il ruolo con beffarda iattanza e non intendo conservarli per chi- tanti- continua a servire la Giustizia con sacrifici e rinunce! In ogni caso la strada delle riforme non si deve fare mai a danno di qualcuno perché si rischia di provocare una difesa prevenuta anche in chi normalmente sarebbe disposto a rileggere la realtà giudiziaria con grande apertura mentale. Chi crede di separare colleghi che vengono dalla stessa formazione e dallo stesso concorso commette l’eterno errore di unirli e mettere d’accordo anche persone che normalmente potrebbero nutrire il sano desiderio della diversità delle posizioni affidate ai loro uffici. Le Procure promuovono l’azione penale, i giudicanti assumono determinazioni che non sembrano essere sempre supine all’accusatore. I giudici requirenti hanno una carica emotiva nelle procedure processuali che é diversa da quella del giudice monocratico o collegiale che valuta i fatti distaccato dalle contestualità accusatorie. Intervenire, ora, nelle carriere dei giudici richiede una serenità di giudizio che più che politica deve essere vivamente sorretta dal ragionamento in punto di diritto, con un’attenzione al diritto pubblico che quando deve essere modificato deve rilanciare e tutelare sempre l’autonomia della magistratura, senza diventare giudizio politico o morale sulle singole aree dell’ordinamento giudiziario. Insomma non potrà mai essere un tiro alla fune, una questione riorganizzativa imposta con la forza della moda corrente superando ciò che appartiene alla buona salute della giustizia, in nome di uno scontro politico che nutre la piazza né tantomeno deve sollecitare il giudizio nato dal risentimento più che dal ragionamento. La sovranità del popolo é talmente importante e determinante che tutti coloro che partecipano al referendum debbono fare un sano discernimento se stanno agendo per promuovere o condannare gli agenti di una delle attività istituzionali più incisive nella vita democratica. Ciò che deve prevalere non é il livore di decisioni di pancia, abbiamo bisogno di un giudice forte ed autonomo che non é soggetto ai condizionamenti esterni. Una posizione che promuove due carriere separate può essere determinante se ogni carriera conserva le due prerogative: autonomia e libertà. Il giudicante ha bisogno di esprimere valutazioni serene, prive di pressioni e, sempre, in linea con la volontà del Popolo sovrano. Sarebbe un grave errore abbandonare il PM nelle mani della politica! L’attività del requirente, una volta separata dai colleghi giudicanti potrebbe diventare più auto referenziata ed intangibile se non si disciplina il potere dell’accusa in funzione più aderente alle attese dello Stato di reprimere tutte le condotte criminose. Aggiungo che le funzioni dell’accusa possono essere allargate a personalità onorarie, ai non togati, in grado di esercitare le attività con una visione utile ad una lettura rinnovata dell’accusa. La riforma delle carriere andava definita utilmente in commissioni bicamerali parlamentari, mediata con i rappresentanti dell’Ordinamento giudiziario, con esame di elementi capaci di laicizzare le funzioni requirenti, svuotandole da possibili equivoci per tante attività che da sole danno un quadro troppo di casta lontana dal popolo, difeso da meccanismi che rispondono ad esigenze che hanno poco o niente a che fare con gli interessi superiori della Giustizia. Chi, in questi contesti, si sente sicuro di un sì o di un no fatto a cuor leggero, mi riporta a un giudizio che mi attanaglia, mi spaventa e mi permette di credere che la vera democrazia reale che volta le spalle all’intelligenza e non risponde ai numeri vincenti bensì a quelli ragionati, sofferti, scelti per amore dei valori costituzionali fondanti un Paese libero, autonomo e capace di rinnovarsi senza traumi, senza scontri, con una maturità che include tutti e avvia ad un cambio di repubblica, oppressa da tensioni politiche che col tempo diventano lotte di bande. La mia paura é che le divisioni che anticiperanno le future decisioni sono figlie di aree opposte, di fazioni politiche che si combatteranno anche dopo il referendum. Sono vittima di un’indecisione che boccia l’incapacità politica di ricercare soluzioni e rinnovamenti fatti di autentico interesse superiore al bene di tutti!





