C’è un giudice a Berlino anche nei giorni del referendum - Le Cronache Ultimora
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C’è un giudice a Berlino anche nei giorni del referendum

C’è un giudice a  Berlino anche nei giorni del referendum

C’è sempre un giudice a Berlino anche nei giorni dello scontro italiano sul referendum dei magistrati. Il già presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito è stato condannato dalla Cassazione che ha rigettato i suoi motivi, per la terza volta, di ricorso contro il giornalista, all’epoca dei fatti a Il Mattino Antonio Manzo e dell’ex direttore Alessandro Barbano a seguito della pubblicazione di un’intervista nelle ore immediatamente successive alla sentenza di condanna di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset (agosto 2013). Dopo bel 13 anni la Giustizia italiana chiude definitivamente la vicenda Esposito-il Mattino e l’intervista sulla condanna a Berlusconi. L’ex magistrato e già .presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito, ricorrente, è stato condannato al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, in favore dei controricorrenti (il giornalista Antonio Manzo e il direttore de Il Mattino Alessandro Barbano) in euro 11.000,00. Lo stesso ex magistrato aveva chiesto 2 milioni di euro per risarcimento danni dai protagonisti della vicenda da lui ritenuta diffamatoria. Antonio Esposito dopo l’intervista concessa al quotidiano napoletano, a seguito della condanna di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, spiegò nell’intervista al giornalista Antonio Manzo che l’ex premier non era stato condannato “perché non poteva non sapere, ma perché sapeva: era stato informato del reato”. Il magistrato smentì l’intervista e fece ricorso al tribunale civile e alla corte di Appello di Napoli sostenendo di non aver mai rilasciato tali dichiarazioni. In tutti e due i gradi di giudizio furono assolti i giornalisti ma, non soddisfatto, il giudice Esposito fece ricorso in Cassazione e ora la terza sezione civile di Cassazione, presieduta dal presidente Antonietta Scrima, ha rigettato il ricorso e depositato le motivazioni in una densa e circostanziata motivazioni della sentenza pubblicata il 29 dicembre scorso. Così il giudice Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione, spiegò la sentenza di condanna per il Cavaliere. «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiavano di finire in prescrizione». E quello Mediaset sarebbe andato prescritto il primo agosto 2013. «Abbiamo deciso con grande serenità» aggiunse il magistrato. C’è chi lo elesse il giudice simbolo di un Paese diviso, chi lo etichettò come il magistrato del pregiudizio. Al magistrati fu, tra l’altro chiesto, “Lasciamo in un angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere”? «Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza». E poi: Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora? Disse Esposito: «Noi dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere». In ben sette motivi è stato ritenuto inammissibile il ricorso di Antonio Esposito, con una motivazione ragionata e ben articolata che, certamente, farà giurisprudenza.