Luigi Tursi
Si è rimasti profondamente stupiti dall’affermazione dell’Arcivescovo nella sua rubrica mensile: «Dopo sette anni ho una visione della diocesi.» Una frase che lascia perplessi, perché dopo un tempo così lungo tutti si sarebbero aspettati che quella visione fosse già evidente nelle scelte e nello stile di governo. Anche la rubrica nella quale questa riflessione viene proposta suscita interrogativi. È curata da Maria Parente, sorella di Lorella Parente, già direttrice dell’Ufficio Arte e Cultura della diocesi. Una scelta che, al di là delle qualità personali, alimenta la percezione che ci si affidi sempre agli stessi ambienti e alle stesse persone, invece di valorizzare anche altre competenze ed esperienze più ampie. L’ultimo servizio ben articolato sembra delineare con chiarezza questa “visione”. Si moltiplicano le nomine di amministratori parrocchiali, una prassi che molti canonisti ritengono debba rimanere eccezionale e che invece sembra estendersi in numerose diocesi italiane. Nel frattempo sono praticamente scomparse esperienze come quelle dei parroci in solidum, previste dal diritto canonico come autentica forma di corresponsabilità pastorale. Colpisce inoltre la presenza stabile in Curia di sacerdoti che chiesero anche il voto per i vari consigli di partecipazione, cosi disse uno stretto collaboratore “blindiamo il vescovo ” mentre altri attendono da tempo un incarico pastorale o un impegno. L’impressione è che si sia consolidata una ristretta cerchia di collaboratori destinata a governare la diocesi ancora per molti anni, mentre altri sacerdoti restano ai margini. Ma la domanda più seria riguarda il rapporto con il presbiterio. Chi si interessa dei sacerdoti che da tempo non partecipano più agli incontri diocesani? Chi si domanda come stanno, quali difficoltà vivono, se hanno bisogno di sostegno? Chi li ascolta? Una diocesi dovrebbe prendersi cura anzitutto dei propri preti, invece molti hanno l’impressione che l’attenzione sia rivolta soprattutto a chi appartiene ad un solo determinato movimento ecclesiale. Anche la gestione di alcune realtà diocesane continua a suscitare perplessità. La Fondazione Salernitana per la fruizione del Duomo e degli altri siti diocesani, la struttura dell’ex Cristo Re e le prospettive riguardanti la colonia e la casa del clero sembrano seguire una linea che molti faticano a comprendere e che viene percepita come vicina sempre agli stessi ambienti ecclesiali,cioè CL. E questa sarebbe la visione pastorale della diocesi? Una visione che sembra dimenticare tanti piccoli paesi, tante comunità e tanti sacerdoti che vivono quotidianamente il loro ministero nel silenzio e nelle difficoltà. Una visione che appare limitata anche perché sembra poggiare su un ristretto gruppo di persone. Emblematica, per molti, è la presenza costante di don Gentile nelle principali iniziative diocesane e nel governo amministrativo, alimentando l’impressione che le decisioni siano concentrate nelle mani di pochi. Dopo sette anni ci saremmo aspettati una Chiesa più aperta, più vicina ai sacerdoti, più capace di ascoltare, valorizzare e unire. Invece, ciò che molti percepiscono è una diocesi sempre più chiusa, nella quale pochi decidono e molti vengono semplicemente chiamati ad adeguarsi. Se questa è la “visione” maturata in sette anni, è una visione che lascia amareggiati. Perché una diocesi non si governa soltanto con nomine e strutture, ma soprattutto con la vicinanza ai sacerdoti, l’ascolto delle comunità e la capacità di costruire comunione. Ed è proprio questa comunione che oggi, purtroppo, molti faticano a vedere.






