Il consigliere comunale Sarel Malan interviene sul dibattito aperto da Roberto Occhiuto: «Berlusconi aveva una visione moderna del rapporto con le comunità islamiche. Ma integrazione significa anche rispetto delle regole. Sul Decreto Flussi ho chiesto alla Prefettura dati precisi: dobbiamo difendere anche la legalità economica e il commercio cittadino».
Consigliere Malan, il dibattito avviato da Roberto Occhiuto sul futuro di Forza Italia sembra destinato ad allargarsi. Come lo giudica?
«Lo considero un confronto necessario, che dovrebbe coinvolgere tutta la classe dirigente del partito, anche a livello territoriale. Forza Italia è nata da una grande intuizione liberale di Silvio Berlusconi: coniugare libertà economiche, diritti individuali, garantismo e modernizzazione del Paese. Credo che Occhiuto abbia ragione quando invita il partito a recuperare questa capacità di innovazione. Il tema non è mettere in discussione le persone, ma domandarsi quale debba essere il ruolo di Forza Italia nel centrodestra dei prossimi anni».
Ma Forza Italia non continua già a definirsi un partito liberale?
«Naturalmente sì. Il problema è dare contenuto a questa definizione. Il liberalismo non può esaurirsi nella riduzione delle tasse o nel sostegno alle imprese, per quanto siano obiettivi fondamentali. Riguarda anche il rapporto tra Stato e cittadino, la libertà di coscienza, il rispetto delle minoranze, la concorrenza e il rifiuto delle discriminazioni. Su questi temi dobbiamo avere una posizione riconoscibile, senza la necessità di inseguire sempre le sensibilità degli altri partiti della coalizione. Del resto, la pluralità delle culture politiche è stata una delle ragioni della forza del centrodestra».
Recentemente alcune sue posizioni sul dialogo interreligioso hanno suscitato polemiche anche all’interno di Forza Italia. Che cosa è accaduto?
«Ho posto una questione amministrativa che ritengo meriti una riflessione seria. Dopo aver chiesto al Comune dati sulla presenza delle comunità straniere a Salerno, ho sollevato il problema dei luoghi di culto e degli spazi cimiteriali per i cittadini di religione islamica. Non si tratta di esprimere una preferenza per una confessione religiosa, ma di garantire a tutti, nel rispetto della legge, l’esercizio di un diritto riconosciuto dalla Costituzione. Alcuni dirigenti locali del partito hanno manifestato un forte dissenso. Ne prendo atto, ma credo che sia utile ricordare anche la nostra storia».
A che cosa si riferisce?
«Nel novembre del 2005 Berlusconi, incontrando gli ambasciatori dei Paesi islamici, parlò delle comunità islamiche come di una risorsa e sostenne il dialogo e l’integrazione. Nel febbraio 2018 ricordò che lo Stato liberale non entra nelle convinzioni religiose e che non si possono semplicemente chiudere le moschee. E proprio durante il suo governo, con il ministro Pisanu, fu istituita una Consulta per l’Islam italiano che affrontò anche il tema delle sepolture secondo il rito musulmano. Naturalmente, Berlusconi accompagnava queste aperture con una richiesta rigorosa di rispetto delle leggi. È una distinzione che condivido pienamente».
Quindi lei sostiene una politica di maggiore integrazione?
«Sostengo una politica nella quale diritti e doveri procedano insieme. La libertà religiosa deve essere garantita, ma chi vive e lavora nel nostro Paese è tenuto a rispettarne le leggi. E non mi riferisco soltanto alla sicurezza o all’ordine pubblico. Esiste un tema altrettanto importante, spesso trascurato: quello della legalità economica, del funzionamento del mercato del lavoro e della tutela delle imprese che operano correttamente».
A Salerno ha avviato un’iniziativa proprio su questo versante.
«Sì. Ho presentato alla Prefettura e allo Sportello Unico per l’Immigrazione una richiesta molto articolata sui dati del Decreto Flussi, relativamente agli anni 2023, 2024 e 2025, riferiti al territorio comunale. Ho chiesto di conoscere quante domande di nulla osta siano state presentate, da quali settori economici provengano, quali imprese le abbiano inoltrate, quanti contratti di soggiorno siano stati effettivamente sottoscritti e quanti rapporti di lavoro siano stati realmente instaurati o successivamente cessati. Ho chiesto anche dati aggregati sulle cittadinanze dei lavoratori e dei titolari delle imprese. Non sono domande casuali. Voglio comprendere se il sistema funzioni correttamente o se possano essersi determinati utilizzi distorti delle procedure».
Sospetta che dietro alcune attività economiche possano esistere meccanismi irregolari di ingresso dei lavoratori stranieri?
«Non intendo anticipare conclusioni che possono derivare soltanto da verifiche documentali e, quando necessario, da accertamenti dell’autorità giudiziaria. Il rischio che procedure di ingresso per lavoro vengano utilizzate attraverso rapporti fittizi o forme di intermediazione illecita è un problema sul quale occorre mantenere alta l’attenzione. Se queste situazioni si verificano, non danneggiano soltanto i lavoratori che possono diventare vittime di sfruttamento, ma anche le imprese oneste e l’intero sistema economico. Ed è proprio questo il punto: la legalità deve essere tutelata anche nelle sue conseguenze economiche».
Il riferimento è anche alla trasformazione commerciale del centro storico di Salerno?
«Certamente. Il centro storico sta attraversando trasformazioni rilevanti nella composizione delle attività commerciali. È necessario comprendere quali siano le dinamiche economiche che accompagnano questi cambiamenti, anche in relazione alla sostenibilità dei canoni di locazione e alle condizioni di concorrenza. Non possiamo dare per scontato che dietro un’attività vi sia un’irregolarità, così come non possiamo ignorare eventuali elementi anomali. Se un’impresa rispetta le regole, indipendentemente dalla nazionalità del titolare, deve poter lavorare liberamente. Se invece emergessero circuiti economici illeciti capaci di sostenere costi fuori mercato o alterare la concorrenza, il danno ricadrebbe anche sul commercio salernitano. Sono questioni sulle quali servono dati e controlli, non generalizzazioni».
Nel dibattito cittadino sulla sicurezza, invece, si parla soprattutto di nuclei speciali e ronde civiche.
«La sicurezza è una priorità e i cittadini hanno diritto a risposte concrete. Credo, però, che occorra distinguere tra le iniziative capaci di produrre risultati e quelle che hanno prevalentemente un valore comunicativo. Anche il NOS istituito dall’amministrazione comunale va valutato sulla base dell’efficacia operativa, non della denominazione. Quanto alle forme di vigilanza civica, preferisco un modello nel quale le istituzioni esercitino pienamente le proprie responsabilità, attraverso forze dell’ordine efficienti, prevenzione e controlli adeguati. E aggiungo che la sicurezza economica merita almeno altrettanta attenzione: contrastare un eventuale sistema di sfruttamento del lavoro o di concorrenza sleale significa difendere concretamente cittadini e imprese».
Questa impostazione è anche il modello di Forza Italia nel quale si riconosce?
«Esattamente. Una Forza Italia che difenda la libertà religiosa senza rinunciare alla legalità, che sostenga l’impresa senza tollerare distorsioni del mercato, che chieda maggiore sicurezza senza trasformarla in una competizione di slogan. È una visione liberale e riformista che ritrovo nel confronto promosso da Occhiuto. Non credo che il nostro partito debba misurare la propria identità sulla capacità di apparire più duro degli alleati. Dovrebbe piuttosto dimostrare di saper affrontare problemi complessi con proposte concrete. Il liberalismo, per me, significa garantire le libertà e pretendere il rispetto delle regole, senza eccezioni e senza pregiudizi».






