A Salerno, a causa di un infortunio e della scarsa competitività di una squadra virtualmente retrocessa a gennaio, non è riuscito a incidere come avrebbe voluto. Ma la Salernitana è stata sempre un po’ nel suo destino. Nel 1999 fu a un passo dalla firma con la Bersagliera prima del gol nello scontro diretto di Vicenza che fece saltare una trattativa virtualmente chiusa. Nel 2003 segnò una doppietta all’Arechi portando l’Ancona in vetta alla classifica prima di accettare l’offerta di Aliberti con la consapevolezza che mantenere la categoria avrebbe rasentato il miracolo sportivo. In D, invece, in veste di allenatore fu uno dei pochi a bloccare la corazzata Salerno Calcio pareggiando per 1-1 col suo Sora. A distanza di oltre 22 anni dalla sua esperienza in Campania e da quel gol col Genoa che ricorda nitidamente, Pasquale Luiso continua a seguire il cavalluccio marino pur contrariato per una gestione societaria non degna della smisurata passione della tifoseria. In esclusiva ai microfoni di Cronache, il “Toro di Sora” ha parlato di passato, presente e futuro:
80 minuti di sofferenza e Cosmi sulla graticola, poi un quarto d’ora finale da brividi e una grande rimonta sul Bari?
“Sono rientrato a casa giusto in tempo per vedere gli ultimi 20 minuti e ho ammirato una bella Salernitana. Fraseggio, sovrapposizioni, cross, occasioni, Bari totalmente rintanato nella propria area di rigore a cospetto di un avversario che ha voluto fortemente la vittoria. E’ una rimonta che potrebbe sancire una svolta dopo una partenza altalenante, è un campionato non particolarmente livellato verso l’alto e ci sono i presupposti per avvicinarsi alle primissime posizioni. Sono contento per Cosmi, ho sempre avuto stima per quelle persone passionali che mettono il cuore in ogni esperienza lavorativa. E Salerno è una piazza adatta al suo carattere. Ricordiamoci sempre che ha un buon organico, ma non una rosa in grado di ammazzare il girone”.
In effetti aveva chiesto di ripartire dall’ossatura della stagione precedente e invece si ritrova a guidare un gruppo quasi totalmente nuovo…
“Le sue richieste avevano una logica. Riconfermare gran parte della squadra che sfiorò la finale playoff con 2-3 tasselli di spessore utili ad alzare l’asticella. Se invece ogni sei mesi si cambia tutto diventa davvero complicato per un allenatore. Per fortuna la Salernitana ha una guida tecnica esperta, con le spalle larghe e trascorsi in categorie superiori. Sono convinto che darà idee ed entusiasmo al gruppo e all’ambiente. Ma con un tecnico meno navigato sarebbe stata dura assorbire in breve tempo una rivoluzione estiva che la piazza fatica a comprendere”.
E’ così difficile far coesistere Lescano e La Gumina?
“Cosmi li allena tutti i giorni e senza dubbio ha le idee chiare. Personalmente, però, credo che abbiano caratteristiche diverse e che possano e debbano giocare assieme. La Gumina si muove tanto e potrebbe fare anche l’esterno in un ipotetico 4-3-3. Lescano non va in profondità, ma è il classico rapace dell’area di rigore che trova sempre la giocata giusta se arrivano cross dalle fasce. Sono due lussi per la C e il loro potenziale andrebbe sfruttato al massimo, in un 3-4-1-2 o in un 3-5-2 ritengo sia la coppia perfetta in questa categoria”.
Iervolino aveva promesso Europa e grandi progetti, oggi si trova quinto in C e non parla alla piazza…
“Credo a Salerno si debba fare un po’ pace con il cervello. Diciamo la verità: nel suo primo anno da presidente ha avuto un aiuto divino, salvandosi nonostante uno 0-4 in casa con l’Udinese mentre il Cagliari si suicidava a Venezia. Altrimenti la Salernitana sarebbe andata giù al primo colpo. I fatti sono sotto gli occhi di tutti: due retrocessioni di fila pesano, soprattutto in una piazza che non ha mai smesso di sostenere la squadra e che attende uno scatto d’orgoglio. I soldi li ha spesi, su questo non ci piove, e parliamo di cifre importanti. Ma se si cambiano 10 direttori sportivi, 12 allenatori e 200 giocatori non si creerà mai un progetto serio. Lì serve gente che fa calcio, non pallone. Solo in quel caso si potrà guardare al futuro con ambizione”.
Quanto pesa il suo silenzio sull’umore della piazza?
“Sento che vuol venderla a un euro, io invece spero accantoni l’orgoglio e che chieda scusa promettendo una ripartenza e una programmazione utile a riportare la Salernitana dove è stata presa nel 2021. Ebbe la fortuna di salvarsi in modo inverosimile e oggi si ritrova in serie C, con un caos gestionale che giustifica in pieno il doppio salto all’indietro. Se il direttore di banca vuole fare il direttore generale e un amministratore delegato disquisisce di mercato vuol dire che qualcosa non funziona. Eppure sono passati da Salerno personaggi con trascorsi importanti, evidentemente per lui non andavano bene nemmeno Petrachi e Sabatini. Oggi c’è Faggiano, siamo certi che sia lui l’unico responsabile dell’area tecnica o ci sono tante teste senza esperienza che pensano e propongono? Ripeto, è una società di pallone e non di calcio. I tifosi granata non meritano questo. E’ facile prendersi gli applausi quando si vince e andare sotto la curva, oggi invece sarebbe necessario accettare critiche e contestazioni e rendersi conto che tornare in B sarebbe il minimo sindacale. Soprattutto dopo tante promesse”.
Società vincenti sono state aspramente contestate, oggi invece media di 14mila spettatori all’Arechi e tanta gente che crede ancora in Iervolino nonostante una gestione negativa. Giusto così?
“E’ una piazza tipica del Sud, con una passione enorme e con la capacità di concederti sempre una seconda chance anche quando forse non la meriti. Ricordo che io volli fortemente la maglia granata, la Salernitana e l’Arechi accettando una situazione sportivamente parlando drammatica e una classifica che ci condannava alla C con sei mesi d’anticipo. Fu una scelta di vita, basata su un sentimento autentico di rispetto e di stima per la tifoseria. Ecco, vorrei che la proprietà e tutti i tesserati si rendessero conto di quanto siano fortunati a calcare un palcoscenico del genere. Io sento ancora sulla pelle il boato della curva quando segnai il 2-2 col Genoa, oggi scendono in campo con 20mila persone in serie C e non capiscono che non è atto dovuto”.
Veniamo proprio alla sua esperienza a Salerno, quel “sì” nel 2003 dopo aver segnato da avversario due gol contro la Salernitana…
“Il grande Aliberti era calcisticamente innamorato di me. Sapeva che lì ero chiuso da Ganz e formulò un’offerta ufficiale. Tutti ricorderete che fui vicinissimo alla firma già nel 1999, avevo la valigia pronta ma il destino volle che il Vicenza affrontasse la Salernitana in emergenza e l’allenatore mi chiese di scendere in campo prima di trasferirmi a Salerno. Vincemmo 1-0, gol di Luiso, non se ne fece più nulla. Ebbi questa seconda occasione nel 2003, con l’Ancona al primo posto e i granata fanalino di coda. Accettai senza esitazioni, chiesi al presidente e alla dirigenza biancorossa di lasciarmi partire in direzione Arechi. La rosa non era competitiva, c’era grande confusione e io mi feci male proprio quando stavo trovando la forma migliore. E’ forse il rammarico vero della mia carriera, al pari della parentesi Catanzaro. Ho segnato gol ovunque, lì invece non sono riuscito a esprimermi per una serie infinita di fattori. Ma nel tempo ho guadagnato il rispetto della piazza, sono un passionale come voi e mi sarebbe piaciuto lasciare il segno al pari di altri grandi bomber che hanno scritto pagine di storia indelebili”.
Come dimenticare il suo sfogo in quel di Siena, un calciatore appena arrivato che ebbe coraggio e parlò da leader…
“E a quella Salernitana servivano davvero dei leader per tentare il miracolo. Io venivo dall’Ancona primo e avevo deciso di rimettermi in discussione, non potevo accettare che altri calciatori non gettassero il cuore oltre l’ostacolo. Nella mia intervista attaccai principalmente Zeman. Si parlava di Vignaroli alla Juventus, Zoro al Milan, altri al Real Madrid. Poi si è visto la stragrande maggioranza di quei giocatori che carriera abbia avuto. Era un organico inadeguato che, pur con una leggera ripresa a inizio girone di ritorno, era ormai condannato alla retrocessione per quanto accaduto nei mesi precedenti. Segnai due reti, contro Genoa e Ancona. Poi l’infortunio e un finale di campionato ricco di sconfitte. Un grande rammarico”.
Che cosa provò ad affrontare il Salerno Calcio, la logica continuità della Salernitana di Lombardi, in serie D?
“Una bella emozione. Guidavo il Sora, al fianco della Salernitana c’erano oltre mille persone e noi riuscimmo a strappare un pareggio. Qualche settimana dopo mi sono dimesso per motivi personali e non ho potuto godermi l’Arechi al ritorno. Ricordo che qualcuno, nel settore ospiti, mi prese di mira e mi fischiò. Fa parte del calcio e l’ho accettato. Ma alla lunga Salerno ha riconosciuto quanto io abbia dato a questo sport, i numeri parlano chiaro e non ho mai nascosto il mio rispetto per la Salernitana e per la sua gente”.
Chi ha giocato nell’epoca d’oro del calcio italiano cosa prova a vedere oggi FVS, Var, arbitri che parlano al microfono per spiegare le loro decisioni e un giocatore convocato in Nazionale per mezza prestazione positiva?
“Quello di oggi che ca…lcio è? Ma di che parliamo? Io sono orgoglioso di aver fatto parte di un ciclo diverso, di alto livello e con una competitività elevatissima in ogni categoria. A Salerno avete scritto pagine di storia. Fresi, Iuliano, Di Michele, Di Vaio…tanta roba! E poi Giovanni Pisano. Attualmente potrebbe candidarsi come centravanti della Nazionale. Quella maglia che oggi quasi ti regalano dopo mezzo gol e che ai nostri tempi potevamo contenderci in tantissimi. E poi la serie B degli anni Novanta…che spettacolo: Hubner, Caccia, Montella, Inzaghi, bomber del Sud Italia che facevano la differenza e che segnavano caterve di reti. Io ho sempre dato tutto, i numeri sono dalla mia parte. Salerno costituisce un rimpianto. Ma resta immutato il mio affetto per una piazza alla quale auguro di tornare in serie A”.
Gaetano Ferraiuolo









