San Matteo e il ritorno della settima paranza - Le Cronache Ultimora
Ultimora

San Matteo e il ritorno della settima paranza

San Matteo e il ritorno della settima paranza

di Olga Chieffi

Attraverso la dettagliata memoria prescrittiva fornita dal cardinale Contarelli a Caravaggio — la quale imponeva di raffigurare San Matteo all’interno di un banco daziario nell’atto di riscrivere la propria esistenza per seguire la chiamata di Cristo — emerge la condensazione dell’episodio evangelico in una gestualità pittorica ad alto valore simbolico, dove l’abbandono dello scranno da parte di Matteo il pubblicano rappresenta una discontinuità storica oggi, simbolicamente minacciata dal ripiegamento dell’arte verso logiche meramente burocratiche. Il depauperamento del valore estetico, provocato dalla prevalenza di fini utilitaristici, finisce per mortificare la Musica, la Parola e le Arti figurative, ossia dispositivi espressivi primordiali capaci di dischiudere verità inespresse e irriducibili a codici normativi; come evidenziato da Henry Corbin, il segno artistico costituisce infatti un’ipostasi spontanea dell’anima, un’epifania simbolica che rende trasparente l’inconoscibile senza ridurlo a mero artificio. Tale regressione contabile trova un preciso riscontro nell’analisi del filosofo Alain Deneault in Governance – il management totalitario, ove si dimostra come la sostituzione della politica classica con un’aziendale “arte della gestione” priva il discorso pubblico di uno spazio deliberativo e dialettico: introdotta a partire dagli anni Ottanta del Novecento sotto il pretesto neoliberale della deregulation e della privatizzazione, la categoria di governance ha attuato una vera e propria eversione concettuale, destituendo la sovranità popolare a favore di una tecnocrazia gestionale in cui le funzioni comunitarie vengono integralmente convertite in dinamiche di mercato e la cittadinanza viene declassata a mera clientela. Le ripercussioni socio-psicologiche di tale sistema riducono il cittadino a un soggetto alienato e conformista, dinamica analoga al costrutto della mediocrazia, spinto all’autocensura interiorizzata e all’adesione alle egemonie oligarchiche per mere esigenze di avanzamento sociale. Ciononostante, l’attuale tensione critica e la ricerca di una riappropriazione del segno dell’arte e della parola politica trovano una convergenza simbolica nell’esemplarità di San Matteo: la sua conversione, intesa come radicale riposizionamento gnoseologico mediate dalle arti, prefigura un percorso conoscitivo ed emozionale capace di trascendere le rigidità del razionalismo e di rigenerarsi anche di fronte al decadere delle premesse logiche istituzionalizzate. E’ quanto avvenuto nella settimana dedicata a San Matteo, attraverso la lettura pura di quattro capitoli del suo Vangelo, intermezzata dalla musica dei giovani del Conservatorio, quindi l’alto profilo delle giornate matteane, i monsignori ospiti per le celebrazioni del triduo da Benevento e Potenza e la parola del nostro Arcivescovo Andrea Bellandi, stamane in Duomo alle ore 11, nel pontificale, prepareranno alla processione che attraverserà la città. La complessa dimensione rituale, storica e antropologica della solenne processione di San Matteo a Salerno evidenzia il profondo legame tra la sfera del sacro, la memoria cittadina e le dinamiche socio-culturali locali. L’evento trae inizio al tramonto con il suono della campana maggiore della Cattedrale, momento che introduce una struttura cerimoniale caratterizzata da sempre da quel falso ordine in cui sfilano associazioni di volontariato, confraternite laiche con stendardi finemente ricamati, autorità civili ed ecclesiastiche, mentre il nucleo liturgico dell’evento è rappresentato dal trasporto a spalla (“in paranza”) delle effigi del Patrono e degli altri santi venerati dalla comunità: i Martiri salernitani (Gaio, Ante e Fortunato), papa Gregorio VII e San Giuseppe. La scansione temporale della festività si sviluppa fin dal mattino con celebrazioni eucaristiche, culminanti nel Solenne Pontificale presieduto dall’Arcivescovo, ma dal punto di vista antropologico il fenomeno delle “paranze” costituisce una struttura sociale altamente endogamica ed esclusiva, assimilabile a una corporazione ereditaria il cui ruolo di portatore si tramanda per linea patrilinea all’interno di storiche famiglie legate ai settori marittimo e mercatale del centro antico (quali i Coscia, D’Agostino, Grillo, Collaro e De Martino), ove l’accesso da parte di esterni è subordinato a strette logiche di ex-voto o concessioni temporanee con l’obbligo di restituire la posizione l’anno successivo. Sotto il profilo storico-artistico e agiografico, la processione segue un preciso ordine simbolico a partire dalle tre sculture argentee d’inizio Settecento dei Santi Martiri Salernitani, Fortunato, Gaio e Ante, decollati sotto l’impero di Diocleziano per essersi opposti al culto pagano di Priapo e i cui corpi, abbandonati alle fiere presso il fiume Irno secondo il Martyrologium Romanum, furono invece vegliati dalle bestie fino alla sepoltura da parte dei fedeli; caratterizzate da un’iconografia giovanile e dai lineamenti dolci, tali statue sono tradizionalmente denominate dal popolo “’e ssore ‘e San Matteo” e vengono trasportate con un’andatura oscillante e ritmica. Segue la statua di San Gregorio VII, risalente al 1742, raffigurante il pontefice riformatore deceduto in esilio a Salerno nel 1085 e celebre per aver consacrato il Duomo edificato da Roberto il Guiscardo, figura contraddistinta da uno spessore morale che lo portò, fedele alla regola benedettina, a rifiutare la dimora ducale normanna per ritirarsi nel vicino monastero di San Benedetto, da dove redasse la sua ultima enciclica profetica sul futuro della Chiesa. Avanza poi la scultura lignea di San Giuseppe dal peso di circa sette quintali, venerata come patrono della “Buona Morte” e la cui gestione del trasporto è tradizionalmente appannaggio dei lavoratori del mercato cittadino, per giungere infine all’immagine di San Matteo Apostolo ed Evangelista, ex gabelliere e protettore dell’Etiopia antica, che chiude la sfilata sacra. L’iconografia bifronte della statua del Patrono non riflette presunte doppiezze caratteriali dei cittadini, bensì una precisa esigenza liturgica legata al doppio altare della cripta, strutturato per la celebrazione simultanea di due offici; l’effigie è sostenuta da portuali e pescatori che rendono omaggio al Santo offrendo ex-voto marini, quali tonnetti e triglie, a testimonianza del profondo legame tra la venerazione matteana e la tradizione marinara salernitana, nata con il prodigioso arrivo delle reliquie sulle coste di Casal Velino. Il momento culminante della liturgia popolare si identifica con la celebre corsa finale lungo la scalinata del Duomo, che conduce profanamente la processione verso il gran finale, quella corsa liberatoria dai movimenti danzanti, simbolo dell’infinito eccesso, di un mistico venir meno, come il nostro annuale “ridire” , un gesto catartico ed estatico che esprime il parossismo della devozione collettiva, prima che il rito si concluda con l’atto formale di affidamento della città all’Apostolo, un’ulteriore celebrazione eucaristica. Ma quest’ anno tornerà la settima paranza, ben oltre le storiche sei formazioni, quella di Vincenzo De Luca e il suo fedelissimo seguito politico venivano ironicamente definiti “la settima paranza”, che sfilerà quasi storicamente in modo parallelo e imponente, catalizzando l’attenzione e dividendo la folla tra grandissimi applausi e contestazioni, quasi a competere con la sfilata dei santi stessi. Una settima paranza, di livello culturale e intellettuale quasi sempre non superiore a quello generale, molto modesto, impegnata prevalentemente in competizioni e beghe elettorali e amministrative, oscillante non da un partito all’altro, ma da una coalizione all’altra, da sponda a sponda, sempre pronta a salire sul carro del vincitore, che non rinuncerà a stringer mani ed elargir sorrisoni. Ci saranno le esplosioni durante il percorso, tra incenso e petali di rose ad accompagnare il passaggio dei santi. in evocazione degli antichi omaggi alle sette edicole della città longobarda? Quindi, i commenti alla processione, ai fiori, nella grande attesa dei fuochi pirotecnici, allo scoccare della fatidica mezzanotte, in assenza di uno spettacolo che copra le tre ore che divideranno il finale della festa religiosa e il sigillo di quella civile, che certamente rinverdirà antiche tradizioni risalenti agli anni di quei festeggiamenti patronali della prima metà del secolo scorso. Si suole dire a Salerno che “a San Matteo fernesce ‘u suonno”. Dopo il terzo colpo oscuro che chiuderà i fuochi della ditta Colangelo di Potenza, e la Festa, si spera che i Salernitani si svegliano con decisione alla vita che stanno vivendo.