di Giovanni Terranova
Ogni anno, il 21 settembre, le strade del centro storico di Salerno si popolano di fedeli, avvolte da quell’aria intrisa di attesa, incenso e salsedine che si tramanda di generazione in generazione. È il giorno in cui la comunità si stringe nell’emozione pura e viscerale di veder passare San Matteo Evangelista, il Santo Patrono, celebrato con una solenne e partecipatissima processione che attraversa il cuore antico della città. Eppure, tra le pieghe di questa festa solenne, tra il suono delle campane e l’eco dei passi sui basalti resi lucidi dal tempo, si cela un curioso equivoco che intreccia la maestria scultorea del Seicento e Settecento, la grande pittura barocca e il sapore inimitabile d’un racconto popolare mai sopito. I tre martiri maschi: i protettori di Salerno prima di San Matteo A guidare il corteo solenne non sono tre figure femminili, bensì Ante, Gaio e Fortunato: i tre martiri maschi che furono i protettori e patroni di Salerno ben prima dell’arrivo delle reliquie dell’Apostolo Matteo. Il loro supremo sacrificio avvenne durante le terribili persecuzioni di Diocleziano per ordine del crudele proconsole Leonzio, dopo il loro fiero e incrollabile rifiuto di sacrificare alle divinità pagane. Furono decapitati lungo le sponde dell’Irno; a memoria di quell’evento, la tradizione devozionale addita ancora oggi un ceppo di marmo custodito nella cripta del Duomo, dinanzi al quale il popolo ama accostare l’orecchio per sentire, nel racconto della fede, l’eco lontana del loro antico sangue. Proprio nel luogo del supplizio — nell’area d’ingresso dell’attuale Tribunale, tra Via e Piazza Dalmazia e la strada intitolata ai Santi Martiri, laddove gli scavi archeologici hanno riportato alla luce antiche necropoli romane — sorgeva un tempo una venerata chiesa extra-urbana a custodia delle loro spoglie. Soltanto nel IX secolo, per proteggerle dalle frequenti scorrerie saracene che minacciavano le coste, le reliquie furono messe al sicuro al riparo delle mura cittadine. Le fonti storiche ricordano che vennero temporaneamente trasferite in una chiesa intitolata a San Giovanni Battista: di questa struttura, tuttavia, la storiografia non conserva documenti certi, per cui non è dato sapere con esattezza dove fosse collocata all’interno del perimetro urbano o se fosse in realtà una cappella ospitata all’interno di un altro complesso religioso. Quel che è certo è che nel 1081 l’arcivescovo Alfano I ne dispose la collocazione definitiva nella Cripta della nuova Cattedrale normanna eretta dal Guiscardo. Molto prima di sfilare nel bagliore dell’argento, i tre Santi aprivano il cammino del Patrono sotto forma di delicate sculture lignee. Poi, tra il 1706 e il 1710, gli orafi napoletani Benedetto Monaco e Tommaso Rivaldi cesellarono per la Cappella del Tesoro i tre preziosi busti d’argento sbalzato, realizzati pochi anni dopo la monumentale statua di San Matteo, creata nel 1691 dall’argentiere Nicola de Aula. L’origine dell’equivoco e le Protettrici al femminile di San Giorgio Se i tre martiri maschi aprono il corteo, da dove nasce allora il celebre detto popolare «’e ssore ’e San Matteo» (“le tre sorelle di San Matteo”)? Le figure femminili della devozione cittadina sono le Sante Tecla, Archelaa e Susanna, tre vergini e martiri le cui spoglie riposano nella Chiesa di San Giorgio, autentico gioiello del barocco salernitano. Nel corso del Seicento, le monache benedettine del monastero sentirono forte il bisogno di rivendicare un ruolo centrale per la propria chiesa nella vita spirituale della comunità: desideravano ardentemente che Salerno non guardasse soltanto al Duomo, ma trovasse nelle loro tre amate martiri delle vere e proprie protettrici al femminile della città, capaci di affiancare con pari dignità e forza la tutela del Santo Patrono. Fu proprio per dare forma a questo desiderio di comitato patronale e riscatto devozionale che le monache commissionarono straordinarie opere d’arte e ottennero che, a partire dalla fine del XVII secolo, i busti delle tre Sante venissero prelevati da San Giorgio per essere portati in spalla nella solenne processione del 21 settembre, proprio accanto all’Evangelista. Da quel cammino condiviso nacque nel popolo l’idea di un legame privilegiato con San Matteo, poi riassunto nell’espressione popolare. A testimoniare questa stagione di rinnovamento spirituale ed estetico vi è la splendida tela tardonaturalista eseguita intorno al 1669 nell’alveo artistico di Giacinto De Populi (allievo di Massimo Stanzione). Come documentato dalle schede ufficiali del Ministero della Cultura (MiC -laculturanonsiferma) curate dallo storico dell’arte Antonio Braca per la Soprintendenza ABAP, l’opera è oggi custodita presso la sede del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Salerno, che occupa l’antico Monastero benedettino annesso a San Giorgio. Pochi anni dopo, tra il 1675 e il 1680, la storia delle tre Sante fu consacrata negli affreschi di un giovanissimo Francesco Solimena, affiancati dai raffinati busti lignei della bottega dei Fumo. Ai loro piedi riposa oggi un limpido ossario di cristallo che custodisce le sacre reliquie — un tempo conservate in una semplice cassetta d’ottone —, solennemente esposto per la venerazione dei fedeli e consacrato nel 2011 da una lapide marmorea firmata dall’Arcivescovo Luigi Moretti, che ne ricorda la memoria liturgica ogni 19 gennaio. Il sovrapporsi della memoria Tra l’Ottocento e il Novecento, con il ridimensionamento dei cerimoniali parrocchiali, i busti di Tecla, Archelaa e Susanna cessarono di sfilare nel corteo del Duomo, rimanendo custoditi nella quiete e nell’ombra dorata di San Giorgio. La memoria collettiva, tuttavia, mantenne vivo il soprannome popolare. Non vedendo più sfilare le tre martiri protettrici di San Giorgio, la gente finì per attribuire per errore quell’appellativo femminile agli unici tre busti che continuavano ad aprire la sfilata in testa al corteo: Ante, Gaio e Fortunato, la cui resa artistica barocca, caratterizzata da tratti delicati, volti giovanili e morbide chiome ricciolute, ne facilitò l’equivoco visivo. Svelare questo intreccio non toglie poesia alla festa, ma ne restituisce la verità: da una parte rimangono i tre antichi patroni maschi che continuano ad aprire la strada al Santo tra la gente; dall’altra le tre martiri protettrici e custodi della bellezza di San Giorgio, un’ulteriore tessera dell’inestimabile mosaico di fede e arte che rende Salerno unica.







