di Andrea Fortunato
Di certo a Capaccio Paestum Fratelli d’Italia non ha brillato per strategia politica negli ultimi mesi. Conoscendo, però, il regista che è dietro a determinate scelte, si può capire davvero tanto. Lo stratega, e definirlo “fine” può davvero non essere un azzardo, è Claudio Pignataro, storico militante della destra cilentana che in fatto di politica e di alleanze sembra avere le idee molto poco chiare. Per far comprendere ai lettori la situazione e per rinfrescare la memoria di altri che invece la conoscono fin troppo bene è necessario un excursus. Da sottolineare la lunghezza del curriculum di Pignataro, in particolare alla voce “Disastri e affini”, ma il presente approfondimento prende le mosse dal 2022 e, nello specifico, dalle elezioni comunali ad Agropoli. Il commissario Pignataro decide di appoggiare la candidata a sindaco Elvira Serra, già in campo col Partito Democratico e già vicesindaco sotto la stessa bandiera. Il simbolo di Fratelli d’Italia, dunque, è della partita. I risultati sono disastrosi: 253 i voti che la lista racimola, spinta dall’attivista Giuseppina Botticchio che da sola ne prende 92, con uno striminzito 2%. In quella lista è candidata anche l’erede di Pignataro: per lei 36 voti. Il peso elettorale del commissario è un peso piuma. Passano gli anni e nel 2024 si vota a Capaccio Paestum. Pignataro sceglie di andare in coalizione con Emanuele Sica, già segretario cittadino del Partito Democratico. 416 i voti della lista Fratelli d’Italia, con un modesto 3%, ultima lista della compagine e nessun eletto. Contestualmente, si vota per le Europee e il risultato è molto soddisfacente, ma non fa testo, essendo un voto per il partito e soprattutto per Giorgia Meloni, all’epoca dei fatti al suo massimo storico. Il tempo scorre inesorabile: ad ottobre 2024 terremoto giudiziario in provincia e arresto del sindaco. Capaccio Paestum torna alle urne. Fratelli d’Italia appoggia un altro esponente del Partito Democratico, e cioè Carmine Caramante, che per l’occasione si riscopre vicino a quel partito. Il risultato è maggiore rispetto al passato, anche sulla scia dei fatti di cui sopra: 843 voti e un 7% che fa sorridere Pignataro e pochi altri. La campagna elettorale è dura e senza esclusione di colpi: gli avversari vengono attaccati e offesi, il tutto sotto la supervisione di Pignataro, dall’alto della sua esperienza politica. In consiglio entrano due rappresentanti, ma il candidato sindaco non rappresenta FdI in assise. Passa qualche settimana e il gruppo di Pignataro, su sua indicazione, entra in maggioranza e appoggia Gaetano Paolino. Più volte si fa il nome di Pignataro per un posto in giunta o di una sua fedelissima, altra militante sempre sconfitta. Ciò non avviene. A novembre dello scorso anno, le Regionali: il partito va poco oltre il 6%, venendo battuto da altre liste civiche. L’appoggio incondizionato a Paolino continua fino all’epilogo: il sindaco di sinistra viene sfiduciato dai suoi. Fine della rara esperienza in maggioranza di Fratelli d’Italia, fine dei sogni di gloria, fine del potere. Insomma, Claudio Pignataro è un re Mida al contrario. Il sovrano frigio, secondo la mitologia a noi pervenuta, trasformava in prezioso metallo tutto ciò che toccasse. Il potere di Pignataro lo si lascia all’intuizione dello scaltro lettore, ma di certo il risultato del suo tocco non è l’oro.








