di Aldo Primicerio
Più d’uno ci scrive sui social sottolineando che saremmo afflitti da una sorta di “sindrome dei confronti”. Che ci prenderebbe spesso quando scriviamo il nostro editoriale della domenica su Cronache. Forse è così. Eguarda combinazione, ci accade anche oggi sul confronto tra I.A. l’Intelligenza Artificiale ed i migranti. Le troviamo osservazioni profonde ed anche assai vere. Ma, riflettiamoci.
Il mondo e l’esperienza umana sono governati da schemi, analogie e simmetrie che si ripetono a ogni livello
Questa tendenza a cercare somiglianze e a fare confronti è una caratteristica intrinseca della natura. Ma è anche il modo principale in cui il nostro cervello esplora e comprende la realtà. Se ci fermiamo a pensarci, la natura ama ripetere se stessa. I vasi sanguigni del nostro corpo ricordano le ramificazioni degli alberi. Il corso dei fiumi visto dallo spazio ti fa ricordare le scariche di un fulmine. Ed accade anche a noi umani. Per noi, confrontare è l’unico modo per imparare. Non possiamo capire un concetto completamente nuovo se non lo accostiamo a qualcosa che già conosciamo. La metafora e l’analogia sono il motore della scienza, della poesia e del linguaggio quotidiano.
Partiamo dall’I.A. L’allarme lo alza Bill Gates. Che lancia le sue proposte per gestire la transizione
La tecnologia sta avanzando così rapidamente che i governi e la società non sono pronti ai rischi e alle conseguenze. È questo il messaggio (e la preoccupazione) che Bill Gates ha espresso in un nuovo intervento pubblicato sul suo sito web personale, e rilanciato poi da Forbes, la rivista statunitense di economia e finanza. Il co-fondatore di Microsoft è stato sempre ottimista sul futuro della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Da un pò sta sollevando incertezze e timori, definendo la sfida dell’IA “monumentale”. “L’IA – lui scrive – sarà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato o la peggiore fonte di ingiustizia”. E’ la velocità del fenomeno. La tecnologia sta avanzando così rapidamente che i governi e la società non sono pronti ai rischi e alle conseguenze. Stiamo assistendo a una trasformazione economica e tecnologica profonda, senza precedenti, dove l’intelligenza artificiale ricopre un ruolo fondamentale e non può essere fermata: sta progredendo a ritmi sempre più serrati e avrà conseguenze più impattanti di qualsiasi altro cambiamento tecnologico avvenuto nella storia dell’umanità. Ne sono un esempio gli episodi che si sono verificati in OpenAI, Anthropic e Meta: alcuni dei modelli di IA sviluppati da questi colossi tecnologici sono usciti autonomamente da ambienti controllati e hanno attaccato i sistemi infrastrutturali di altre organizzazioni.
Sono tre le aree di rischio che Bill Gates illustra nel suo saggio: lavoro, crimini, bambini. Ed infine le sue proposte
Molti posti di lavoro che “scompariranno per sempre”. Più potere sarà attrbibuito a criminali, grazie a frodi basate sull’IA, disinformazione, deepfake e sorveglianza. ed infine il freno allo sviluppo dei bambini e la sostituzione del le relazioni umane. Lui si chiede quindi se le istituzioni globali sono all’altezza per affrontare questo sconvolgimento mondiale e sapranno progettare e implementare questa nuova architettura. I governi devono quindi creare nuove istituzioni e nuove regole per gestire la transizione verso l’era dell’IA. Ed infine due idee economiche: riservare alcuni posti di lavoro agli esseri umani e tassare l’uso dell’intelligenza artificiale e dei robot.
E poi i migranti. Dal governo di destra definiti “invasione insostenibile”. Ma non c’è bisogno di lavoratori in un’Italia e in un mondo che invecchiano?
Anche qui, come per l’I.A., la vera domanda è se sapremo governarla con la testa o se invece contnueremo a trasformarla in una guerra permanente. E poi l’altro aspetto, quello continuamente ribadito da Papa Leone: prima dei confini ci sono sempre le persone. Il punto vero quindi resta: che cosa viene prima, la burocrazia delle frontiere o la vita delle persone? L’Italia continua ad affrontare l’immigrazione prevalentemente con la logica dell’emergenza, della deterrenza e della paura. Una logica che guarda al migrante come a un problema da respingere, invece che a una realtà da governare. Siamo un Paese che invecchia rapidamente, con sempre meno giovani e sempre più anziani. La popolazione diminuisce e il mercato del lavoro incontra difficoltà crescenti nel reperire personale. Nel frattempo già da tempo milioni di cittadini stranieri vivono, lavorano e costruiscono qui la propria vita. Sono nelle fabbriche, nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione e nell’assistenza alla persona. Al 1° gennaio 2026 i residenti di cittadinanza straniera erano 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione.
Dunque, sulla base di questi dati non sembra che l’Italia stia diventando un Paese multietnico
Ma lo è già, a dispetto degli sciocchi slogan lanciati da Salvini e Vannacci. E’ questo il grande paradosso: blateriamo di un’invasione insostenibile, mentre l’economia parla di bisogno di lavoratori, di persone che contribuiscano al sistema previdenziale, paghino tasse e contributi, facciano impresa, consumino, studino, formino famiglie. Per questo serve una politica radicalmente diversa. Certo, non di porte indiscriminatamete aperte a tutti, ma di ingressi regolari programmati sulla base delle esigenze economiche e demografiche questo sì. Serve una formazione adeguata. Con Paolo Di Gaeta, il financial advisor monegasco, ribadiamo da sempre che i migranti andrebbero, non reclusi nell’hub albanese della Meloni, ma ospitati in una Città dei Migranti dedicata a loro per essere istruiti e preparati ad entrare in un Paese occidentale che ne richiede le competenze professionali. Serve soprattutto la capacità di distinguere tra criminalità e immigrazione, invece di alimentare una continua sovrapposizione propagandistica tra le due cose. Impariamo a considerare I.A. e migranti un investimento, e non un nemico da temere e da combattere.











