Caso Gregge, Bellandi non risponde alle nostre domande - Le Cronache Ultimora
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Caso Gregge, Bellandi non risponde alle nostre domande

Caso Gregge, Bellandi non risponde alle nostre domande

di Erika Noschese

«Alcune valutazioni sono già state ampiamente fatte nel recente passato e non sarà di certo con Lei, né con altri giornalisti, che intendo condividerne i contenuti. Per questo non sono disponibile ad incontrarla in riservata sede». Con queste parole monsignor Andrea Bellandi chiude la porta al confronto sulla vicenda dell’Opera del Gregge del Bambin Gesù. Una risposta che, davanti alla richiesta di un incontro riservato e formulata nel rispetto dei ruoli, rappresenta una scelta precisa: quella di non parlare, di non confrontarsi e di non rendere conto pubblicamente delle valutazioni e dei provvedimenti assunti dalla Curia. Prima di rendere noti gli ultimi sviluppi sull’attività dell’Opera del Gregge nel tessuto parrocchiale salernitano, Le Cronache aveva scelto di intraprendere un’iniziativa formale e rigorosamente riservata. Attraverso una lettera trasmessa personalmente all’Arcivescovo, avevamo deciso di non fare alcuna menzione pubblica dell’imminente contatto nelle prime puntate dell’inchiesta, proprio per evitare polveroni mediatici, tutelare la riservatezza delle parti e, soprattutto, non ostacolare eventuali iniziative della Curia. Nel testo indirizzato a monsignor Bellandi avevamo chiarito come il lavoro giornalistico e l’azione della gestione diocesana potessero, almeno nelle intenzioni, convergere verso un obiettivo comune: fare chiarezza, limitare i danni già denunciati da numerosi fedeli e comprendere la reale portata di un fenomeno complesso. L’auspicio era quello di aprire un canale di confronto diretto, privato e istituzionale, nel quale mettere a disposizione gli elementi raccolti e comprendere quali provvedimenti fossero stati assunti dalla gerarchia ecclesiale. La risposta dell’Arcivescovo ha però chiuso ogni spazio di interlocuzione. Bellandi ha comunicato di non essere disponibile a condividere con i giornalisti i contenuti delle valutazioni già effettuate, precisando che la scelta non riguarda soltanto questa testata, ma qualsiasi giornalista. Una posizione che prendiamo atto e che, proprio per questo, non può essere ignorata. Il rifiuto di un confronto riservato non fermerà, infatti, il lavoro giornalistico. Al contrario, rende ancora più necessario continuare a porre domande, verificare documenti, raccogliere testimonianze e ricostruire fatti che riguardano una realtà sulla quale, da settimane, arrivano segnalazioni e testimonianze da più ambienti della diocesi. Non abbiamo mai sostenuto che un’inchiesta giornalistica debba sostituirsi alle autorità ecclesiastiche. Né abbiamo mai chiesto alla Curia di rendere pubblici contenuti che, per loro natura, possano essere coperti da riservatezza. Abbiamo semplicemente chiesto di comprendere quali siano le valutazioni compiute e quali iniziative siano state adottate rispetto alle numerose questioni emerse. Ed è proprio su questo punto che il silenzio diventa un elemento che merita di essere raccontato. Da tempo raccogliamo testimonianze di persone che, all’interno della realtà diocesana, raccontano condizionamenti e dinamiche che meritano di essere approfonditi. Alcune di queste persone definiscono il Gregge come una vera e propria setta. È una definizione che Le Cronache non può trasformare automaticamente in una verità giudiziaria, ma che, proprio perché ripetuta da più fonti, deve essere verificata e raccontata, lasciando ai lettori e alle autorità competenti le necessarie valutazioni. Ed è qui che emerge una domanda inevitabile: se la vicenda è stata già oggetto di valutazioni da parte della Curia, perché non spiegare almeno quali siano state le conclusioni e quali siano le misure adottate per tutelare la comunità dei fedeli? Se monsignor Bellandi ritiene che il silenzio possa contribuire a proteggere l’immagine della Chiesa locale, riteniamo che si tratti di una scelta destinata a produrre l’effetto opposto. Il danno reputazionale, infatti, non nasce dalle domande di un giornale. Nasce quando le domande restano senza risposta, quando le persone chiedono chiarezza e ricevono porte chiuse, quando una realtà contestata continua a essere percepita come priva di un adeguato contraddittorio istituzionale. Il nostro lavoro, sia chiaro, non nasce da un pregiudizio nei confronti della Chiesa, della fede o dell’Arcidiocesi. Al contrario. Proprio perché riteniamo che le istituzioni ecclesiastiche abbiano una responsabilità enorme nei confronti delle proprie comunità, continueremo a occuparci di ciò che accade nelle parrocchie e nelle associazioni, soprattutto quando emergono testimonianze, interrogativi e situazioni che meritano di essere chiarite. Non sarà il silenzio a spegnere i riflettori. E non sarà il rifiuto di un incontro riservato a interrompere un’inchiesta che nasce da documenti, testimonianze e fatti che continueremo a verificare con rigore. Auguriamo a monsignor Bellandi buon lavoro nel perseguimento della propria visione pastorale. Ma una cosa deve essere chiara: le porte della nostra redazione resteranno aperte a chiunque voglia parlare, confrontarsi, fornire documenti e contribuire a fare chiarezza. Perché il diritto di cronaca non chiede permesso. E quando ci sono domande che riguardano una comunità, il silenzio di chi dovrebbe fornire risposte non può diventare una ragione per smettere di cercarle.