Se la Chiesa salernitana dimentica la verità - Le Cronache Attualità
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Se la Chiesa salernitana dimentica la verità

Se la Chiesa salernitana dimentica la verità

Nella solennità dell’Assunta, il canto sovversivo di Maria svela l’opacità delle istituzioni diocesane: le domande sull’operato di don Alfonso Gentile, don Virgilio D’Angelo e don Antonio Romano chiedono una risposta non più rinviabile.
C’è un paradosso stridente che attraversa le navate del Duomo di Salerno nei giorni in cui si celebra la solennità dell’Assunzione. Da un lato c’è il Magnificat, la preghiera rivoluzionaria con cui la Vergine Maria rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. Dall’altro, la risposta che non arriva dai vertici dell’Arcidiocesi di fronte ai nostri quesiti: un muro di gomma, un silenzio burocratico e distante.
Il Magnificat non è una nenia rassicurante. È l’atto di affidamento di una donna che sceglie la luce, la trasparenza, la verità che spiazza. Come si può allora celebrare con pompa solenne la figura di Maria e, al contempo, opporre il mutismo istituzionale alle domande legittime del popolo di Dio?
La trasparenza non è un’opzione
Da tempo la comunità civile e religiosa salernitana attende risposte chiare sull’operato di tre sacerdoti che ricoprono ruoli di rilievo e di responsabilità amministrativa, pastorale e curiale nella diocesi:
Don Alfonso Gentile  vicario episcopale e deus ex machina della Diocesi che passa polizze assicurative alla agenzia della sorella e non solo.
Don Virgilio D’Angelo vice direttore dell’ufficio e economico che fa assumere il fratello presso la ex Colonia San Giuseppe e indebita la sua parrocchia Santt’ Agata e scambia il suo ministero con quello di un venditore ambulante infatti organizza spesso sagre durante le feste patronali.
Don Antonio Romano  vicario episcopale per la carità che con i soldi dell’8×1000 paga lo stipendio a familiari.
Chiedere chiarezza sulla gestione, sulle decisioni pastorali o sugli uffici a loro affidati non equivale a un atto di insubordinazione, né a un processo di piazza. È l’esercizio di un diritto ecclesiale fondato sulla corresponsabilità. Quando le risposte non arrivano e l’Arcivescovo sceglie di non pronunciarsi, il silenzio cessa di essere prudenza pastorale per trasformarsi in una vera e propria omissione di responsabilità.
Il cortocircuito della sinodalità
Si parla spesso di “Chiesa sinodale”, di cammino condiviso, di ascolto dal basso. Ma come si concilia la sinodalità con la prassi del nascondimento?

Il Magnificat di Maria e il Silenzio del Vescovo.

Mentre Maria mette a nudo le ingiustizie e proclama la verità Mons.  Bellandi lascia che il dubbio e il sospetto alimentino le divisioni.
Il “sì” di Maria diventa impegno pubblico e trasparente mentre il silenzio del Vescovo di Salerno diventa elemento strategico in modo  che l’attenzione dei fedeli cali.
In sostanza Maria si affida a un disegno che riguarda tutti,  Mons. Bellandi ritiene forse che la comunità non e’ abbastanza matura per la verità.

Il silenzio delle istituzioni di fronte alle istanze di trasparenza non protegge la Chiesa: ne svuota la credibilità. Un Pastore non difende il proprio gregge nascondendogli la verità, ma affrontando la luce con il coraggio del Vangelo.

Il dovere della risposta

Se l’operato di don Alfonso Gentile, don Virgilio D’Angelo e don Antonio Romano è impeccabile, la Curia nella persona “libera”del Vescovo  ha il dovere di tutelarne la dignità e l’operato spiegando con chiarezza i fatti, anziché andare in giro a chiedere solidarietà, o far passare questo comportamento silenzioso e irrispettoso verso la comunità diocesana che chiede risposte. Se vi sono stati errori, omissioni o valutazioni scorrette, la logica evangelica impone di riconoscerli e porvi rimedio.
Continuare a tacere, proprio mentre dai pulpiti si canta il riscatto degli umili e l’abbattimento delle ipocrisie del potere, rende le celebrazioni solenni una finzione rituale. La città di Salerno non chiede scandali: chiede di essere trattata da comunità matura. E di fronte al Magnificat di Maria, di cui siamo “devoti” liberi e veri, e non certamente devoti di un uomo pieno di sé, che non sa neanche cosa significa verità e giustizia nella carità la risposta del Vescovo non può più nascondersi dietro ad un vergognoso e poco evangelico silenzio