Giuseppe Gibboni e Carlotta Dalia tra Vivaldi e Boccherini - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Giuseppe Gibboni e Carlotta Dalia tra Vivaldi e Boccherini

Giuseppe Gibboni e Carlotta Dalia tra Vivaldi e Boccherini

Olga Chieffi

Concerto con tre protagonisti, domani sera, alle ore 21,15 nella Esedra di Villa Campolieto: il violinista Giuseppe Gibboni, la chitarrista Carlotta Dalia e uno Stradivari del 1734. I due virtuosi, uniti dalla musica e dalla vita si esibiranno con l’Orchestra Filarmonica Pugliese e per il pubblico napoletano hanno scelto una linea che unisce il Prete Rosso, Antonio Vivaldi e Luigi Boccherini. Una “piccola scampanata” segnò il 28 luglio 1741, la sepoltura di Antonio Vivaldi in un cimitero viennese riservato ai poveri. Moriva, così, -lontano dall’adorata Venezia, – uno dei più grandi compositori della storia oltre che virtuoso violinista, insegnante, direttore, impresario e sacerdote. Quest’ultima mansione, in verità, esercitata in modo alquanto bizzarro se a quei tempi le autorità ecclesiastiche non di rado impedirono l’esecuzione di sue opere, perché “religioso che non dice Messa e perché ha l’amicizia con la Girò cantatrice”. Alla produzione vivaldiana, quel bizzarro connubio di vecchio e nuovo è dedicata la prima parte del programma interamente occupata dall’esecuzione delle Quattro stagioni, i soli quattro concerti vivaldiani dichiaratamente programmatici, ispirati a sonetti anonimi inseriti nella parte del violino principale. Nella Primavera alcuni passaggi suggeriscono brani famosi di autori successivi come quello che evoca il mormorio delle sorgenti evoca il famoso trio “Soave sia il vento” della mozartiana “Così fan tutte”. Nell’Estate il primo tutti rappresenta sicuramente il passo più importante, con il soffocante ambiente estivo che viene ricreato da stanchi ritmi a sostegno di una melodia pure affievolita. La Borea è espressa con delle figurazioni conturbate e nel Presto finale, anche la tempesta estiva ha un aspetto coloristico alquanto sfruttato. Riguardo l’Autunno, dopo i semplici canti e le danze campestri, è l’entrata dell’ubriaco ad offrire il pretesto giusto per una acrobatica scrittura (la forma è bizzarra: tanti trilli, gorgheggi e modulazioni), mentre splendido è il disegno sincopato che evoca il motivo del coro. Il concerto dell’Inverno è quasi un collage si spunti melodici non sempre nuovi, poiché i trilli dei violini, ad esempio, ricordano quelli degli intermezzi comici delle prime opere e la rappresentazione della tempesta si avvale di schemi già sfruttati. Tutto questo sarà pienamente espresso nelle Quattro Stagioni, eseguite secondo la scuola cosiddetta “romantica”, senza seguire i canoni di una pseudo-filologia che prescrive un suono generale secco e povero, con possibilità di una gamma dinamica assai ristretta rispetto a ciò che il testo non richieda e una sgradevolezza timbrica ostentata con una sorta di falsa audacia, archi con suono di zanzara, trattati senza vibrato e arcate cortissime, privi di corpo e intensità, un fraseggio spesso fatuamente frazionato. Giuseppe Gibboni, salterà a piè pari tutti questi moderni “dettami” nella personalissima esecuzione delle Stagioni, offrendo all’uditorio, una linea compromissoria di pura “filologia” (data dalla edizione Le Cène) “interpretata”. Su tutti e quattro i concerti, certamente, l’Estate e la sua tempesta, stregheranno il pubblico sin dal primo Tutti, che rappresenta il passo più importante. Il soffocante ambiente estivo viene ricreato da stanchi ritmi a sostegno di una melodia pure affievolita. Il violinista sottolineerà, in particolare la variazione d’intensità di queste pagine, espressione di dinamica parola che deriva da “dynamos”, in greco, forza. E’ questo Vivaldi, al di là di ogni studio critico e filologico: è espressione forte di contrasti netti, di sentimenti chiari ed evidentemente contrapposti, non le emozioni più sottili dell’animo o i passaggi graduali da un’emozione all’altra. E’, il tempo vivaldiano, l’epoca degli stati d’animo, non dei moti dell’animo, in cui alla passionalità delle emozioni più violente e intime si preferisce la razionalità anche nel sentimento. Antonio Vivaldi, consegnando le chiavi della musica dei veneziani ai viennesi, chiuse e aprì due periodi meravigliosi della storia della musica. Per questo non poteva morire, per una delle tante coincidenze storiche che pare accadano ai grandi spiriti, che a Vienna. La chitarra di Carlotta Dalia, sarà invece, protagonista della seconda parte del concerto, che saluterà l’esecuzione del Fandango, che fa parte del Quintetto con chitarra n. 4 in re maggiore (G. 448) scritto per chitarra e archi (due violini, viola e violoncello), spesso eseguito da piccoli ensemble o orchestre da camera. L’opera è celebre per l’uso delle nacchere e il ritmo spagnolo travolgente. Fu composto a Madrid per il marchese di Benavente, un valente chitarrista dilettante e mecenate del compositore. Il quintetto unisce idee musicali riprese da precedenti lavori e culmina nel famoso movimento finale del Fandango, una danza popolare spagnola all’epoca discussa ma trasformata da Boccherini in un capolavoro colto. In questo contesto culturale Boccherini crea uno stile che prende le distanze dal classicismo viennese dei suoi più celebri contemporanei Haydn e Mozart, approdando ad esiti musicali del tutto originali e a tratti imprevedibili, un linguaggio ricco di charme, vitalità e freschezza, unico nel suo genere.