Giovanni Falci
Nel 407 a.c. Platone, ad Atene, diviene discepolo di Socrate; nel 2026 d.c. Gianmarco a Torraca, diviene discepolo di Giovanni. Come allora Socrate è ricorso al Mito come strumento utilizzato dove il linguaggio razionale incontra i propri limiti, così Giovanni vi ricorre ora. Sono passati 2500 anni circa e il mistero del Mito rimane intatto. Può cambiare nome, può cambiare vestito e perfino luogo, ma il Mito resiste a tutto. E allora Giovanni incontra a Torraca tale Peppino (nome di fantasia) che gli chiede cosa ne pensa di un fatto di cronaca. È stato condannato un signore che ha ucciso due rapinatori e ha ferito gravemente un terzo mentre erano in fuga dopo una rapina; li ha sparati alle spalle dopo averli rincorsi con una pistola illegalmente detenuta. Tutta l’Italia non parla d’altro; sono stati “scritti” centinaia di articoli di segno opposto; per molti non c’è giustificazione per quell’imputato giustamente condannato, per altri ha fatto bene il giustiziere che non dovrebbe andare in galera. Giovanni è avvocato penalista che svolge questa professione dal 27 marzo 1979); Peppino è un imprenditore che ora vive di rendita e pensione e legge il giornale tutti i giorni. Peppino diventa allora Theuth e Giovanni il Re d’Egitto presso cui Theuth si era recato per presentargli le sue scoperte: il calcolo, la geometria e la “scrittura”.Peppino ribatte a Giovanni dicendogli che non ha capito niente della legittima difesa, che il “giustiziere” ha avuto ragione a sparare; Giovanni, ovviamente gli dice il contrario e argomenta il suo pensiero. Peppino parla per bocca di altri senza elaborare un suo autonomo e intimo pensiero, Giovanni invece spiega tutti i passaggi logici e tecnici per cui è giunto alla conclusione che tenta inutilmente di spiegare al suo interlocutore. Peppino, in buona sostanza, afferma che ha ragione lui perché ha” letto” ciò che hanno “scritto” altri su questo argomento. Giovanni gli fa notare che la “scrittura”, cioè ciò che ha letto, ha prodotto in lui una dimenticanza perché, affidandosi a segni esterni (e la scrittura è un segno esterno), egli ha trascurato la “memoria interiore”, ha dimenticato di ragionare. In effetti Giovanni dice a Peppino che quello che ha trovato scritto da altri non è vera sapienza, ma solo apparenza di sapere. Le persone, dice Giovanni a Gianmarco suo novello allievo, leggendo molte cose senza essere istruiti come è Peppino, crederanno di sapere molto mentre in realtà non comprenderanno in profondità. Ecco allora che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: Theuth e il Re d’Egitto di 2500 anni fa sono gli odierni Peppino e Giovanni. Platone nel suo mito e Giovanni oggi non criticano la scrittura in sé, ma invitano a distinguere diversi livelli di sapere: la scrittura sebbene mezzo potente è ambivalente. Chi legge, come il nostro fantomatico Peppino, può avere l’impressione di sapere, senza avere realmente compreso. Il punto di incontro del mito di Platone e della storiella di Giovanni, gli fa notare Gianmarco al Maestro, è la differenza tra memoria viva e memoria artificiale. La prima consiste nella capacità di assimilare e rielaborare; la seconda si affida a sostegni esterni che possono essere sfogliati ma non sostituiscono il pensiero. Giovanni spiega a Gianmarco che la scrittura, e quindi ciò che si legge, sono come un farmaco nel suo duplice significato di rimedio e veleno. Può essere utile, ma anche dannosa, a seconda dell’uso che se ne fa. Il nostro Peppino, attraverso ciò che ha letto, si è avvelenato a tal punto da dire – lui neanche forse diplomato – a un giurista come Giovanni con 47 anni di attività professionale, che “non capisce niente della legittima difesa”. Il mito di Peppino perciò apre la riflessione sulla conoscenza come processo attivo. Sapere non significa accumulare informazioni come fa Peppino che legge tutti i giorni il giornale, oppure come fanno molti continuamente collegati alla rete, ma sapere significa comprendere, interrogare, mettere in relazione. Il buonsenso non consiste nel rifiuto degli strumenti, ma nella capacità di usarli senza delegare ad essi il giudizio; le informazioni vanno comprese. La verità dice Giovanni a Gianmarco, non si trova nei segni e quindi nella scrittura, ma nel dialogo, nella reciprocità viva tra le persone; proprio in quello che il nostro Peppino immaginario ha evitato abbandonando il dialogo, andandosene via, e non ascoltando ciò che avrebbe stimolato una sua riflessione. Giovanni allora spiega al discepolo Gianmarco che non ci deve essere il rifiuto della scrittura, ma questa deve essere considerata relativa. Il testo degli articoli che Peppino ha letto non possono rispondere alle domande, non possono adattarsi all’interlocutore, non possono difendersi da interpretazioni sbagliate. La scrittura e quindi gli articoli che legge Peppino, sono per loro natura qualcosa di fisso. Dice Giovanni a Giamarco: mentre la scrittura conserva, il dialogo trasforma. Il mito di Peppino perciò come quello di Theuth invita a un uso consapevole degli strumenti del sapere. Ogni mezzo, quindi anche la scrittura, per quanto utile, non può sostituire il pensiero. Oggi più che allora, e cioè 2500 anni fa, il significato è immutato: non basta avere a disposizione il sapere (cioè avere centinaia di articoli da leggere e milioni di informazioni in Internet), occorre saperlo comprendere.








