Alberto Cuom
o La soria della nostra città ci racconta di un potere negativo del suo porto tale da segnarne spesso il declino. Senza interrogare il periodo romano, fu Manfredi di Svevia, figlio di Federico II e re di Sicilia, nel XIII secolo a voler costruire un molo per donare a Salerno un ruolo commerciale. Sconfitto da Carlo D’Angiò a Benevento, e qui la prima jattura, con l’avvento degli Angioini la nostra città passò in secondo piano rispetto a Napoli che fu dotata, ai piedi del “Maschio”, di un ampio porto. Si deve giungere ai Borboni per vedere migliorati gli attracchi e al Regno d’Italia per la realizzazione di un molo di sopraflutto che determinasse un vero e proprio approdo protetto, con apertura rivolta alla Piana del Sele la quale, pur non essendo esposta ai forti marosi di maestrale, rendeva complessa la manovra di ingresso tanto da far affondare i navigli in presenza di tempeste. Successivamente a difendere porto e costa dalle violente correnti da ponente fu costruito, dalla costa vietrese, un pennello mentre fuori dal porto veniva attrezzata con stabilimenti balneari la bellissima spiaggia del fico che rendeva la nostra città meta di turismo. Il porto era luogo di commerci tra il nord e il sud del paese per merci esotiche, ma anche per prodotti locali come i pellami, di cui fruivano le aziende di Solofra, o il legname che veniva distribuito, non solo in forma di chiancarelle, quanto anche di tavolame, in tutta Italia da Fiordelisi e Imparato. Quando nel dopoguerra, con intelligenza, Alfonso Menna, da sindaco e da presidente dell’Isveimer, ritenne di dover offrire a Salerno un futuro industriale, organizzò a est della città l’area ASI, oggi avvilita in zona commerciale per la fortuna di chi eleva capannoni per qualsivoglia attività (bar, tabacchi, ristoranti, vendita di biancheria, etc) pagando, grazie all’inutile ma costoso consorzio, ottimi suoli urbani, a prezzo d’esproprio agricolo. Legato a Fanfani, ministro economico keynesiano, Menna ottenne anche finanziamenti per residenze popolari e aziende e, raggiunto un accordo politico con l’onorevole Carmine De Martino battuto nelle elezioni amministrative del 1961, sembrò accettare il suo programma per la costruzione della “grande Salerno” che contemplava un porto da localizzare, dato il vasto retroterra e la presenza dell’area industriale, nella zona est. Lo stesso Menna però, contro il parere di De Martino, privilegiava il porto esistente, tanto da darsi da fare per ottenere finanziamenti al suo ampliamento e alla costruzione del viadotto Gatto. Il conflitto sul porto fu per loro funesto e se De Martino morirà nel 1963, Menna non si presenterà alle amministrative del 1971 che vide l’ascesa di Gaspare Russo. Questi avverserà più decisamente l’idea di un nuovo porto ad est e anzi, divenuto nel 1976 presidente della Regione, determinerà definitivamente la scelta ad ovest portando a conclusione il viadotto Gatto e smantellando spiaggia e stabilimenti. Sebbene nel decennio del sindacato di Menna Salerno fosse cresciuta da 116mila a 155 abitanti la sua configurazione urbana era rimasta quella storica che, dal Centro antico, dove erano stati mantenuti gli abitanti, si prolungava verso Torrione e Pastena. Menna non aveva gli strumenti per bloccare la speculazione e il Piano, fatto eseguire da Plinio Marconi, si riferiva solo a vecchie normative sulla fabbricazione residenziale. Tentò spesso di arginare almeno l’abusivismo, ma l’attrazione di immigrati verso l’industria salernitana condusse necessariamente all’aumento di abitanti e di edifici che Russo consentì ampiamente al Carmine a Pastena alle pendici della Collina di Giovi. Malgrado lo sviluppo, Salerno con le spiagge, la cupola dell’Annunziata, il centro storico, manteneva l’immagine di città costiera, in linea con il resto della “costa divina”. Solo una stupida incultura poteva far ritenere che sostituire il turismo con il commercio avrebbe condotto a una maggiore ricchezza. Basti pensare che oggi Positano è caratterizzata da uno dei più alti redditi pro-capite italiani. Con la spiaggia, che avrebbe potuto vedere una corona di alberghi, il centro storico affacciato sul mare, il vecchio porto dell’8-900 trasformato in turistico, una industria “artigianale” ad est, oggi i salernitani sarebbero tra i più ricchi d’Italia. E invece, sulle scottature è stata versata l’acqua bollente: dopo Giordano giubilato dal suo stesso partito, Vincenzo De Luca ha fatto anche del mare l’occasione di arricchimento di pochi rovinando l’immagine storica della città e annullando ogni possibilità di turismo stanziale. Attualmente il porto salernitano è uno snodo del traffico internazionale di armi clandestine e di stupefacenti movimentati dai cartelli sudamericani. Basti pensare che recentemente una operazione della Guardia di Finanza ha condotto all’arresto una banda in possesso di cocaina per un valore di circa 2 milioni di euro e che nel 2020 sono state intercettate 14 tonnellate di amfetamine provenienti dalla Siria. Tutto occultato nei container. E non solo, i blitz dell’Arma dei Carabinieri hanno smantellato reti criminali che collegano il porto di Salerno a quelli della Liguria tali da muovere migliaia di munizioni e armi, fucili a pompa, mitragliette, pistole, kalashnikov, stoccati insieme a carichi di marijuana, cocaina e crack pronti per lo spaccio sul territorio. Ancora il 26 maggio e il 2 luglio di quest’anno sono state arrestate da Guardia di Finanza e Carabinieri ben 15 persone per traffico di droga (fonte Stile TV) e sempre a Maggio la Polizia di Stato ha intercettato in alcuni garages veri e propri arsenali di armi e depositi per scorte di droga provenienti dal Porto. E chi non ricorda i rifiuti speciali transitati nei container o non sa dei fumi inquinanti delle navi commerciali e turistiche con i migliaia di camion che passano per la città? Se avessimo politici intelligenti ci liberemmo di questo porto che non rende niente ai salernitani e arricchisce solo i i camorristi, lo trasformeremmo in turistico, faremmo alberghi e non uno stupido boulevard per camion inquinanti.








