Di Antonio Manzo
Rifare la Dc? Rieccoli, avrebbe detto il famoso vignettista Giorgio Forattini. Alla mostra documentaria sulla storia della Democrazia Cristiana, l’affluenza all’Archivio di Stato indurrebbe gli spettatori a confondere l’emozione civile con il realismo politico. O, a pensare maldestramente, che un convegno storico- politico sia stata solo una riunione di reduci e combattenti ancora in battaglia nonostante la fine della guerra. No, non è così, in una terra salernitana che ha avuto una grande storia democristiana, a partire dal primo scontro tra la stagione finita del popolarismo sturziano e la stagione democristiana che appena iniziava. Sarà per l’immagine drammatica riproposta nelle bacheche con il manifesto della icona democratico cristiana “Aldo Moro è morto” a suscitare ancor di più l’effetto nostalgia di fronte al panorama di presunti leader politici, nanerottoli di stagione di fronte alla immensità di leader politici che hanno fatto la democrazia italiana (democristiani, comunisti, socialisti). E se, visti i chiari di luna odierni, l’emozione rischia di compromettere il realismo quando spesso il mood di “rifare la Dc” è solo la fantasia al potere dei senza potere.
E così l’affollata platea salernitana grazie al rigore storiografico del professore Pino Acocella e al compito storico-politico del senatore Ortensio Zecchino che ha promosso il ricordo in Italia degli Ottant’anni della Democrazia Cristiana con le autorevoli voci di opzioni diverse sul come eravamo democristiani. Ad Acocella e Zecchino sono state affiancate testimonianze di protagonisti locali della Democrazia Cristiana con Enrico Indelli, Vittorio Salemme. Aniello Salzano, Alfonso Andria, Tino Jannuzzi, Leo Borea, Pasquale Cuofano che, con interventi depurati dall’emozione di tanti ricordi, potrebbero offrire tracce di ricerca alla già corposa ricognizione archivistica costruita nel tempo da Vittorio Salemme. “Soprattutto – ha detto l’ex deputato Paolo Del Mese – in un tempo incipiente di vuoti di memoria e di classi dirigenti affette dalla sindrome Amplifon che non ascoltano neppure più chi li elegge. Se li riconoscono. Perché costruiti davanti al popolo più che nel popolo”.
Rifare la Dc? Proprio no. Ma può esser compiuta una introspezione sulla capacità di un partito sorto nelle difficoltà post belliche e balzato al vertice del Paese. Capire il miracolo di questo trionfo politico e sociale è tuttora impresa aperta. Come abbiano fatto i democristiani a dirigere un paese per mezzo secolo, come è stato possibile? Gli interrogativi posti da tanti democristiani presenti in platea che a differenza di tanti parvenu della politica non smettono di sentirsi tali, sono assillanti, persino angosciosi.
C’è in giro molta nostalgia, in effetti. La velocità ingoia il nuovismo mentre si parano innanzi le imitazioni, spesso penose, talvolta sfrontatamente ambiziose per far finire in un accocchino scivoloso, facendo sembrare la bella politica più quella di ieri che quella che si prepara per il domani.
La Dc fu il governo. Fu il pluralismo. Fu la mediazione.Fu l interclassismo. Furono i corpi intermedi. Fu la complicata convivenza di ben cinque generazioni di gruppi dirigenti (De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti,De Mita). I pallidi tentativi di imitazione presto sono evaporati nel tormeto dei fatti politici. Nell’Italia nevrastanica viene assecondata dalla politica senza quell’equilibrio sociale che la Dc, alla sua maniera assicurava, e di cui i partiti attuali per un verso o per un altro difettano, e non poco. L’odore del Paese era l’odore della Dc. Fino a che i calcinacci del Muro di Berlino non rovinarono su piazza del Gesù ma non costruirono l’oblio.








