Don Gentile, il "Vescovo-Ombra" - Le Cronache Ultimora
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Don Gentile, il “Vescovo-Ombra”

Don Gentile, il “Vescovo-Ombra”

’è una parola che in queste settimane sta facendo tremare i banchi delle parrocchie e i corridoi dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno: Procura Generale. Non è un termine pastorale, non profuma di Vangelo, ma di codicilli, conti correnti e studi notarili. È l’atto formale con cui il vertice della diocesi ha scelto di spogliarsi dei propri poteri temporali per consegnarli, in blocco, nelle mani del vicario episcopale don Alfonso Gentile. Un accentramento totale che ha sollevato un coro di protesta, finora silenzioso ma sempre più compatto, da parte dei sacerdoti salernitani. La denuncia è chiara: la diocesi è stata trasformata in un’azienda e i preti in sudditi di un amministratore delegato. Mentre Papa Francesco non perdeva occasione per chiedere una Chiesa “sinodale”, aperta, dove l’autorità è servizio e ascolto, a Salerno si assiste a una clamorosa inversione di marcia. L’aver concentrato “tutto” nelle mani di don Gentile tramite una procura generale scardina l’essenza stessa della comunità ecclesiale. I parroci protestano perché la figura del Vescovo, intesa come padre e pastore a cui ricorrere nei momenti di difficoltà, appare oggi svuotata, quasi retrocessa a un ruolo puramente liturgico e di rappresentanza. Chi firma, chi decide, chi muove i capitali, chi concede o nega i restauri è il procuratore. Si è creato, nei fatti, un “principato amministrativo” insindacabile, dove un solo sacerdote esercita un potere di veto assoluto sulla vita materiale di decine di comunità parrocchiali. La protesta che sale dalla base del clero tocca il cuore della dignità sacerdotale. Molti parroci, soprattutto quelli delle periferie o delle zone rurali che lottano quotidianamente con la povertà e lo spopolamento, si sentono abbandonati a favore di una logica puramente patrimoniale. “Se dobbiamo riparare un tetto o finanziare un centro d’ascolto per le famiglie svantaggiate, non andiamo più dal nostro Vescovo a cercare consiglio e paternità,” confida un sacerdote stanco della situazione. “Dobbiamo sottometterci all’iter burocratico di un ufficio centrale che risponde a logiche fredde, rigide e spesso insondabili. Non siamo più pastori in mezzo alle pecore, siamo diventati amministratori di condominio precari.” Il malcontento si fa ancora più aspro quando si guarda alla gestione delle nomine, delle consulenze e delle concessioni dei beni immobili della Curia. Senza criteri di trasparenza pubblica e rotazione, l’immensa fiducia concentrata nella procura generale a don Gentile alimenta inevitabilmente il sospetto di una gestione arbitraria e personalistica, che premia la fedeltà alla struttura piuttosto che il merito pastorale. Questa non è una semplice disputa burocratica; è una questione di identità ecclesiale. Il clero salernitano non chiede favori, chiede la fine del centralismo esasperato. Chiede che gli organi di controllo previsti dal diritto canonico — come il Consiglio per gli Affari Economici — tornino a essere luoghi di reale confronto e non semplici passacarte chiamati a ratificare decisioni già prese dal procuratore generale. Salerno non ha bisogno di un “Vescovo-ombra” chiuso negli uffici amministrativi a governare per procure e carte bollate. Ha bisogno di trasparenza, di collegialità e di una guida che rimetta al centro le persone e le parrocchie, prima delle visure catastali e dei bilanci. Sembra ora che davvero siamo dinanzi ad una logica in cui due vescovi regolarmente nominati ed uno per procura da parte di un Vescovo che è privo di ogni cura pastorale e dove tutto sembra posto nelle mani di un Don Gentile sul quale altre ombre aleggiano sulla sua persona. Ma su questo presto vi daremo più dettagli. Ora vi è un grido d’allarme che non può più essere ignorato: è tempo di revocare i super-poteri e restituire la Curia alla sua gente.