di Aldo Primicerio
Ci hanno sorpreso il governo Meloni e gli esperti del suo Ministero dell’Istruzione e del Merito. Alla seconda prova scritta della maturità classica, quella di latino, tutti si aspettavano le asperità di Tacito o di Seneca. Ed invece eccoti Quintiliano e la sua Institutio Oratoria, la musica come fondamento dell’educazione del perfetto oratore e, perché no, anche del buon politico. Il perché lo spieghiamo tra un attimo.
Docenti rassicurati e studenti sollevati. Da testo ed autore abbordabili e fattibili
La diffusione della traccia è stata accolta da molti come una boccata d’ossigeno. Sui social e davanti ai licei, in molti hanno definito il testo accessibile. Diversamente dal latino più complesso e oscuro di altri prosatori, lo stile di Quintiliano è stato apprezzato dagli studenti per la sua linearità e per l’intento didattico, che lo rende più fluido da tradurre e interpretare. Il brano conteneva riflessioni pedagogiche sul valore formativo della musica. Molti maturandi hanno trovato il tema stimolante e più vicino alla propria sensibilità rispetto alle classiche orazioni politiche o storiche. Il passo è apparso subito senza particolari sussulti. Meglio, è stato il giudizio generale: così “nessuno si fa male”. E la prova è parsa dare attenzione non tanto alla traduzione quanto al momento successivo di comprensione-analisi stilistica che veniva espressamente richiesto ai maturandi. Infatti la traccia prevedeva non solo la traduzione, ma anche e soprattutto l’intepretazione del brano, quale ruolo Quintiliano assegnasse alla musica, ed una riflessione dei ragazzi su come collegare le idee di Quintiliano con la loro esperenza adolescenziale ed il mondo e la società contemporanea. Tra l’altro un brano che zittisce tutti gli stupidi che continuano a sparlare contro il latino ed il greco “che non servono a niente”. Non possiamo più neanche chiamarli somari, perché offenderemmo un animale oggi rivalutato come più intuitivo ed intelligente di molti umani ignoranti. Tradurre dal greco o dal latino invece fa assaporare meglio la nostra lingua italiana, ormai sempre più sbiadita ed impoverita. Ci consente infatti di recuperarne significati perduti, filtrati alla luce di un mondo antico esuberante e pieno di vita. Eliminare la traduzione dalle lingue classiche per aprire al predominio dell’intelligenza artificiale sarebbe un irresponsabile atto da deficienti.
Quintiliano, chi era? Un grande, ma sempre offuscato dai giganti del pensiero politico e filosofico dell’antica Roma
Era uno spagnolo di Calagurris, nato nel 35 dC. Per oltre vent’anni insegnò retorica a Roma, formando giovani di famiglie illustri, tra cui Plinio il Giovane e due nipoti adottati dell’imperatore Domiziano. Fu un uomo di temperamento severo ma profondamente umano, per il quale la moralità era a fondamento di ogni attività e la lingua doveva rispecchiare la dignità del pensiero. Ma perché la musica? Appare nel primo libro della sua Institutio. Lui è convinto che lo studio della musica, anche a livello dilettantistico, sia indispensabile per chi aspira a diventare oratore. Per una triplice utilità. Primo, insegna il ritmo: chi conosce la musica sa quando accelerare e quando rallentare, quando fare una pausa. Secondo, affina la modulazione della voce: l’oratore deve saper variare tono e intensità. Terzo, la musica educa a disporre parole ed idee, per raggiungere quell’armonia che trasforma un insieme di parole in un discorso coerente e persuasivo. Un’arma straordinaria per un oratore. Ma, come diremo più avanti, anche per chi fa politica
Perché chiamare in causa Platone e Socrate per esaltare l’importanza della musica?
Non per uno sfoggio di erudizione, ma perché attinge alla radice più nobile del pensiero greco, cioè la teoria del potere psicagogico, la guida dell’anima, del potere politico della musica. E’ proprio Quntiliano a citare un aneddoto celeberrimo e quasi commovente: Socrate, ormai anziano, che non si vergognava di imparare a suonare la lira. Per Socrate, l’educazione non terminava mai. Ma perché proprio la lira? Nella visione socratica, la musica è specchio dell’ordine interiore. Accordare uno strumento a corde è l’equivalente metafisico di accordare i propri pensieri e le proprie passioni. Un grande saggio, un uomo che ha discusso di giustizia e di Stato per tutta la vita, riconosce che senza la pratica dell’armonia musicale la sua stessa conoscenza sarebbe incompleta.
E poi Platone, il vero pilastro teorico di questa visione, espressa soprattutto nella Repubblica e nelle Leggi. Per Platone, la musica è la struttura portante della Paideia, l’educazione del cittadino. Platone credeva che la musica avesse un impatto diretto sul carattere (l’ethos). Esistevano melodie che spingevano al coraggio e all’equilibrio, e altre che rammollivano l’anima o la rendevano instabile.
Da Socrate c’è una lezione di umiltà immensa per la classe politica odierna…
…Prima di pretendere di “suonare” la società, bisogna saper accordare se stessi. Per Platone la corruzione della politica parte proprio dalla corruzione della sensibilità. La perdita del senso della misura nei suoni anticipa la perdita del senso della misura nella gestione della cosa pubblica. Per i padri del pensiero occidentale, il ritmo non era un dettaglio per estetisti, ma l’architettura invisibile della democrazia. Chi non sa ascoltare il tempo della melodia, non saprà mai ascoltare il tempo della storia e i bisogni dei cittadini. Tutto quello che aabbiamo pensato e scritto rafforza il concetto che la traccia della Maturità non è una bizzarria ministeriale, ma il recupero di un’intuizione millenaria. La politica ha bisogno di “buona musica” perché le parole urlate senza ritmo e senza armonia producono solo rumore, mai civiltà. Quando in tv ascoltiamo, ad esempio, la Presidente del Consiglio o alcuni suoi ministri, ci rendiamo conto che ad una tastiera espressiva ridotta corrisponde un pensiero in affanno ed una contrazione continua, che precludono la possibilità di confrontarsi in maniera critica con la realtà.
Ed infine, il tradurre dal greco o dal latino. Non è una forzatura, un atto inutile come scrivono gli stupidi. E’ invece l’unica possibilità che abbiamo per un incontro a metà strada tra noi e l’antico, un grande aiuto per muovere i primi passi verso una vita più adulta e consapevole.





