LANOCITA E DE LUCA - Le Cronache Ultimora
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LANOCITA E DE LUCA

LANOCITA E DE LUCA

di Rino Mele

Domenica 24, si vota con un Campo Largo ferito: e – come in un drammatico psicodramma – scegliendo come votare, ogni cittadino salernitano conoscerà il proprio volto, e non potrà più nasconderlo a se stesso. Due sono i protagonisti che possono aspirare a un ampio consenso, Franco Massimo Lanocita e Vincenzo De Luca: tra i due la vergognosa assenza del Partito Democratico, il suo cadavere insepolto che è il risultato di una decisione masochista del segretario regionale imposto, e irresponsabilmente accettata dalla segretaria nazionale Elly Schlein. Franco Massimo Lanocita rappresenta tre formazioni politiche, M5S, Alleanza Verdi Sinistra e Salerno Democratica: mentre Vincenzo De Luca, con le sue sette liste civiche, chiede di continuare ad avere su Salerno il potere che, dal 1993, non ha mai smesso (spesso impropriamente) di esercitare. Mercoledì scorso, 20 maggio, “Repubblica” ha pubblicato un lungo articolo di Francesco Bei, d’ironia agiografica, e desolata esaltazione già nel titolo: “Salerno come Montecarlo: De Luca ci prova ancora alla guida del Campo Rotto”. Ne parla male e lo trasfigura. In quest’articolo, l’aggettivo che più viene ripetuto è “eterno”: “l’eterno Vincenzo De Luca”, “l’eterno Faraone”. L’eternità non si addice alla caducità degli uomini, ma Francesco Bei, divertendosi con grazia, l’attribuisce al nostro ex sindaco che, per la quinta volta, pensa d’essere il predestinato in una folla esterrefatta di votanti. Francesco Bei riporta, poi, alcune affermazioni di allucinazione clinica fatte dal candidato De Luca: “Voglio una spiaggia di sette chilometri come Copacabana. Salerno diventerà la Montecarlo d’Italia”. Umiliata Salerno! Costretta ad ascoltare queste ciance da bambini, litanie contagiose, e non ha più nemmeno la forza di sorriderne: resta impassibile, finge di non avere udito. Ieri, sul “Corriere della Sera”, un’altra pagina a lui dedicata, sempre con un mix d’ironia, distanza e ammirazione: a scriverla è Fabrizio Roncone. Leggiamone l’inizio: “Siamo davanti a un uomo gioviale e feroce, furbo ed esperto, sfrontato e sprezzante. (…) protagonista unico di questa storia capace di mantenere intatti i modi di fare visionari e il ringhio che, nel lontano 1993, gli consentirono di farsi eleggere la prima volta”. Ma non è più attuale il ritratto che ne fanno i grandi giornali: questa volta, in questo maggio nuovo s’avverte una diversa intenzione popolare, la stanchezza è diventata una rivolta interiore, un’urgenza di dire “basta”. Franco Massimo Lanocita può vincere il difficile duello elettorale, che sta per iniziare: ed essere lui il sindaco della rinascita, che affronti i problemi profondi di una comunità abbandonata, e inizi a risolverli, con uno sguardo sociale umile e continuo, attento, rispettoso dei cittadini. Un rapporto e un dialogo nella semplicità dello sguardo di chi sa quanto arduo e faticoso sia comprendere i problemi e – in un’ampia, precisa e trasparente prospettiva – ricostruire. Per fare questo, Lanocita dovrà avere molta saggezza e la profonda pazienza di chi sa di essere dalla parte giusta della storia. Sarà probabilmente costretto a un doppio turno elettorale, un difficile ballottaggio, con impervie contraddizioni: difficile è il compito che lo attende e non potrà sottrarvisi, dovrà affrontare la pericolosa verticalità impressa in tre decenni da De Luca (alla guida di Salerno), contrastarla trasformandola in una sociale, dialogica democratica condizione di rinnovata, mutua conoscenza e comprensione tra cittadini e amministrazione. Si troverà di fronte, subito, a temi urgentissimi, indilazionabili, quelli in cui bruciamo da molto tempo: la sanità in prima istanza, poi la scuola e i suoi mille aspetti, e il rapporto con l’università diventato sempre più, negli ultimi decenni, debole e formale. Ma subito, con impegno totale, contrastare il problema dei problemi su cui una comunità seria si gioca l’anima, la più strenua lotta all’inaccettabile ludibrio della povertà nuda, estrema, che è intorno a noi, e c’intestardiamo a non voler vedere. Altro che vuoti ornamenti e lucine d’artista. /Albrecht Dürer, Il martirio dei diecimila, particolare, olio su tavola (trasferito su tela) 1508. Vienna, Kunsthistoriches Museum/