Salvatore Memoli
Durante i corsi di Procedura penale, ricordo che si ritornava sempre su concetti importanti che avrebbero dovuto guidare la nostra formazione di futuri uomini di Legge. Con martellante ripetizione ci veniva inculcato un principio ritenuto fondamentale, cioé che una sentenza doveva sempre essere assunta con maturità di valutazione di tutti gli elementi a disposizione, con il fine di emettere un giudizio « oltre ogni ragionevole dubbio ». Per i miei docenti questo principio era un pilastro portante dell’attività e della sintesi di un percorso cognitivo per accertare la responsabilità penale di una persona. Ho fatto esperienza che tra gli anni di studio e di formazione e l’attualità, la cristallizzazione di principi guida dell’attività di uomini di legge e la realtà delle aule giudiziarie, non sempre consentono alle verità di coincidere. Il Diritto studiato e pensato si trova spesso anni luce dall’altra parte del diritto applicato. Colpa di chi? Non é facile argomentare senza cadere nella retorica e nella faziosità. Per me il giudice è pressato da troppe cose! A partire dalla logistica delle aule di udienza, ai ruoli in carico, ai tempi a disposizione per decidere, il giudice é circondato da una freddezza di tempi e ambienti asettici, polverosi e sovraccaricati da molti elementi che possono distrarre. La politica giudiziaria dei distretti certamente influisce come orientamento colpevolista, quasi a non voler perdere di mano la giurisdizione. Tutto dispone a minore benevolenza. Certamente i pesi e contrappesi tra giudicante ed inquirente prendono il sopravvento sulle richieste della difesa. Talvolta la difesa può essere valutata come blandamente perdonista, tanto da poter banalizzare il processo che resta saldamente in mano al giudicante. É come incamminarsi in un gioco di scatole cinesi in cui la forma prevale sulla sostanza e il clima accusatorio rende la cognizione più naturalmente utile al prestigio dei ruoli. A volte l’osservatore si ritrova fuori dalla tecnica corrente di un processo che sembra più versato a celebrare il rito che tutelare la sostanza. L’opinione pubblica resta ferma alle cognizioni di un processo giusto che nella sua mente deve essere garantista, terzo, alla fine resta un visionaria e romantica, memore di un input che viene da un passato lontano e che non ha mai aggiornato le sue conoscenze. La realtà é altra, si muove tra equilibri che sono contestualizzati in logiche di gestione che restano fermi ad una giustizia che resta in palude. Giustizia che non serve alla persona bensì alle istituzioni! I principi fondamentali su cui i professori ripetevano i loro insegnamenti nelle aule universitarie sembrano brocardi barocchi, contentini per credere che la giustizia era automaticamente giusta, buona ed utile ad accettare la verità. Quando penso che una sentenza deve essere data su un fatto « oltre ogni ragionevole dubbio » mi spavento e penso se casomai i giudici si fanno ancora avvolgere da dubbi ragionevoli oppure come appaiono sono algidi ascoltatori di parole che non colpiscono la loro mente e il loro cuore, restando effluvi, flatus vocis che inondano di finta emozione le aule del dibattimento. La valutazione della Giustizia si divide in ragione delle attese. Chi attende non sempre capisce, si rende conto, entra in sintonia con quello che fanno i giudici; ciò che é procedura diventa difesa di casta, oppressione e divergenza radicale tra accusa e difesa. Le sentenze dovrebbero essere un punto di arrivo inappellabile per la loro capacità di stigmatizzare il vero. Ma il vero non sempre é raggiungibile e non sempre é chiaro se le sentenze sono date « oltre ogni ragionevole dubbio ». Che cos’è un ragionevole dubbio, se non tormento, lavoro instancabile della ricerca della verità e conoscenza degli atti? Abbiamo l’idea per l’abbondanza di casi noti in Italia di ribaltamento del giudicato che iI giudice debba piegarsi ulteriormente al tormento del suo ruolo e dare sentenze soprattutto di condanna soltanto quando le prove sono piene ed incontrovertibili. Tutto il resto diventa condanna sociale di un’istituzione che perde credibilità. Finché il fenomeno é sottoscritto se ne discute, quando i disastri diventano diffusi e continui si può avere la sensazione che diventi qualcosa su cui si deve intervenire. Nelle aule universitarie si studiava e si ragionava del ruolo e della responsabilità del giudice. Anche qui non ci possono essere aree di immunità o di responsabilità indecifrate, regolare il tutto aiuta a conservare un’idea alta di Giustizia nel rispetto dei valori della Costituzione che servono ad unire tutti.





