VOTIAMO LA NOSTRA DISPERAZIONE - Le Cronache Salerno
Salerno

VOTIAMO LA NOSTRA DISPERAZIONE

VOTIAMO LA NOSTRA DISPERAZIONE

Rino Mele

Tra una settimana votiamo la nostra disperazione: Anche quelli che non possono votare, perché abitano a Vietri o Pellezzano: ma sanno bene di essere anche loro in qualche modo a Salerno, dentro un canestro di contraddizioni (pane, vipere e antiche rose): è sempre stata la nostra città amata (tradisce quanto più l’ami). Sono le elezioni di questo maggio assurde, incomprensibili, la Destra combatte ma con lo sguardo benevolo verso l’avversario, e continua a sdoppiarsi, ma la Sinistra è in una situazione peggiore, complice Elly Schlein, e non presenta – ancora una volta (nella più ignara inconsapevolezza) – la lista del maggiore Partito di riferimento, il Partito Democratico, per favorire il predestinato che nella sua sfrontata sicurezza non ce la fa, ansima e, domenica 7 e 8 giugno, potrebbe non andare oltre il ballottaggio. Saranno, allora, quelle di giugno, le sole elezioni: diventeranno una contrapposizione reale tra chi pretende (da trentatré anni riceve un artefatto consenso) di rappresentare il popolo ma tenendolo fuori dalla porta, come fosse un suddito o un postulante, e i cittadini che hanno diritto di convertire la propria addolorata speranza nel destino della loro città. Se ci saranno le elezioni supplementari del 7 e 8 giugno, tutti sentiranno di poter entrare nel loro futuro: si ricostruiranno alleanze nuove, inedite: e la falsa partecipazione elettorale del primo turno (coi suoi poveri sillogismi) sbiancherà, precipiterà nella propria ombra: e si ristabilirà una necessaria specularità, il sempre richiesto rapporto dialogico tra i cittadini e il Palazzo di Città. Come afferma Gramsci nelle sue preziose riflessioni di scienza politica sul Principe di Machiavelli, si svelerà il falso volto della terrificante demagogia: “La biscia anche in questo caso morde il ciarlatano, ossia il demagogo è la prima vittima della sua demagogia”, dice sorridendo: demagogia che a Salerno – da più di tre decenni – ci avvolge come le strette bende funebri stringevano Lazzaro (nel Vangelo di Giovanni, la resurrezione di Lazzaro è di una tragicità estrema, come se risorgere somigliasse contemporaneamente a un rinascere ma anche a un nuovo morire): nel capitolo XI del suo Vangelo, Giovanni ci mostra, prima del miracolo, un’immagine inedita di Gesù che pensa la morte dell’amico: ne piange copiosamente, lacrimatus est. Ma dalla morte politica non c’è resurrezione, è solo il disastroso allontanarsi dalla propria dignità: ci si può salvare opponendo il proprio sdegno all’imperante prepotere. Come fece Catullo, il poeta, contro l’ansia onnivora di Giulio Cesare. All’iniziale tentativo da parte del superbo uomo politico di un rapporto di maggiore condiscendenza, Catullo rispose con un distico, due soli versi (che ora formano l’ellittico carme 93): “Non mi preoccupo, Cesare, di volerti piacere, / neanche di sapere se sei bianco o nero”. /Generoso Conforti, Alburni, fotografia scattata al tramonto, dalla Piana del Sele, da Santa Cecilia/