Di Antonio Manzo
Gennaro Musella, ingegnere salernitano, era nato con gli occhi sul mare. Lo vide per l’ultima volta prima di essere ucciso 44 anni fa dalla mafia siciliana che voleva appropriarsi di un lavoro per il nuovo porto di Bagnara Calabra. Fu fatto saltare in aria con un’autobomba. Stasera nel duomo di Reggio Calabria si svolgerà una Messa in ricordo. “Lui pagò con la vita per onorare la sua rettitudine di vita” dice la figlia Adriana che dal giorno dell’attentato ha lottato con l’oblio della memoria. Non tutti i morti per mano di mafia sono uguali. E nel è solo la lemoria a diluirne il ricordo. Chi ricorda Gennaro Musella. C’è un borsino della memoria che, giustamente, esalta – talvolta con genuinità, talvolta senza rinunciare a una artefatta retorica – i nomi amati e notissimi del martirio; ma c’è anche il velo dell’oblio caduto su troppi altri. . Quella mattina Gennaro Musella con la sua auto saltò in aria a causa di un ordigno esplosivo piazzato sotto il veicolo. L’attentato fu rapidissimo e devastante: Musella morì sul colpo. L’azione fu collegata al clima di forti interessi mafiosi sugli appalti pubblici, dopo che l’ingegnere aveva denunciato irregolarità nelle gare, diventando così un bersaglio scomodo. Adriana scrive di lui, “di quella mattina” per non dimenticare. .”Qualcuno, forse potrà trovarlo ripetitivo – dice-, ma è il mio modo di cercare nelle coscienze della gente quella giustizia che i tribunali non hanno saputo rendere a quella morte. Le ferite profonde si rimarginano con il tempo ma lasciano cicatrici che s’induriscono e fanno male. Il sole splendeva quel giorno a Reggio Calabria”. Adriana racconta ancora tra le lacrime: “Alle 8,20.mio padre Gennaro uscì da casa per recarsi, come sempre al lavoro, ignaro del destino atroce che lo attendeva. Nella messa in moto l’autovettura esplose con un gran boato, saltò in aria e con essa il corpo di mio padre che fu disintegrato. Di lui rimase solo un tronco. Una mano fu ritrovata a distanza di metri. Per lungo tempo al muro di un palazzo di fronte, una macchia scura portò i segni del suo cervello volato via. L’esplosione fece tremare tutta la città che fu inondata di fumo nero. Lui fu punito per aver sfidato un sistema collaudato ed essersi ribellato alla sopraffazione mafiosa, denunciando gli illeciti esistenti nella gara d’appalto per il porto di Bagnara Calabra. Adriana racconta ancora: “44 anni sono tanti ma non ho mai smesso di trasmettere memoria e continuerò a farlo, fino a quando avrò vita. Dopo di me sarà la storia a occuparsene. Le tragedie e le loro conseguenze sono parte del privato di ciascuna famiglia ma certe morti appartengono alla memoria collettiva della società tutta”. L’attentato, secondo quanto emerse dalle indagini, segnò l’alleanza tra la mafia catanese e la ‘Ndrangheta: un rapporto dei carabinieri indicò che vi era di mezzo una delle più potenti famiglie di ‘Ndrangheta, i De Stefano, che scalpitava per fare un favore al boss catanese Nitto Santapaola e all’imprenditoria siciliana legata a Cosa Nostra.Nello specifico Musella partecipò ad una gara d’appalto per la costruzione del nuovo porto turistico di Bagnara, sul Mar Tirreno. L’appalto andò a una impresa siciliana. Questioni di prezzo, di massimo ribasso. Infatti contestò scientificamente la propria esclusione a opera dell’azienda vincitrice, legata a Carmelo Costanzo, uno dei celebri “cavalieri del lavoro” che allora impazzavano nell’economia meridionale godendo di altrettanto celebri appoggi mafiosi.A seguito della denuncia la gara d’appalto fu annullata e riproposta. Ma avrebbe vinto un’altra azienda catanese legata al gruppo Graci, di nuovo i cavalieri del lavoro. Stavolta non fece in tempo a verificare i conti della concorrenza perché prima della chiusura della gara, giusto quel 3 maggio, l’imprenditore venne assassinato. Morì tre giorni dopo l’attentato a Palermo che uccise il deputato Pci Pio LaTorre e il suo segretario Rosario Di Salvo e sei mesi prima dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Elisabetta Setti Carraro. Iniziava la guerra di mafia e da quel giorno le lapidi divennero davvero tutte eguali. Anche quella di Gennaro Muse





