Alberto Cuomo
Il termine “cafone” viene di solito riferito a chi proviene dalla periferia agricola. Infatti l’interpretazione diffusa vuole l’epiteto, “cafone” traduca in lingua una locuzione dialettale del napoletano: cu a’ fune, ovvero con la fune. In tale spiegazione la fune, secondo quanto è esposto anche in Wikipedia, sarebbe quella che, già dal 1400, gli abitanti dei villaggi di Terra di Lavoro o del basso Lazio arrotolavano intorno alla spalla giungendo a Napoli, per acquistare nelle fiere il bestiame. O anche, in un’altra versione, quella dei facchini chiamati dai signori della nobiltà napoletana per caricare e scaricare i mobili nei traslochi. O, infine, quella con cui si legavano, per non disperdersi tra la folla del mercato cittadino dove erano andati a fare acquisti, i membri di una famiglia proveniente dalla campagna. E del resto, Raffaele Cutolo, l’autore dei versi della canzone “dove sta zazà”, del 1943, che narra di una ragazza sparita “mmiez a tanta gente” era nato dalle parti di piazza Carità a Napoli dove si svolgeva una fiera commerciale con bancarelle, brulicante di “cafune e’ fore”, cafoni di fuori, e chi sa si sia ispirato a un episodio accaduto veramente. L’accademia della Crusca non ritiene giusto però il chiarimento sull’espressione dialettale dal momento “cafone” è un termine antico mentre la lettera a’ per dire l’articolo “la” è stata adottata abbastanza di recente. Più convincente per gli accademici appare la versione del glottologo Carlo Salvioni, risalente un secolo fa, secondo cui il termine cafone deriva dal latino cavare che significa scavare, rivoltare la terra, con l’aggiunta del suffisso -one (che indica abitudine o eccesso nel fare l’azione espressa dal verbo, come in chiacchierone, imbroglione, mangione, sgobbone) sì che il cafone è colui che scava, che zappa la terra, ovvero il contadino. In questo senso il dire, in passato, a uno “cafone” non aveva un senso offensivo sebbene il termine rilevasse, nel suffisso una disposizione all’esagerazione. Ma, oltre il significato legato all’etimo, e quindi oltre l’indicazione di un tipo sociale, il contadino, la sua rusticità, la grossolanità che gli si attribuiva, cosa individua più in generale il termine “cafone”? Nel 1968 Gillo Dorfles provò a spiegare cosa sia cafone utilizzando un termine tedesco sostitutivo, kitsch, il cui etimo ha a che fare con il fango, pertanto ancora con la terra. Se “cafone” rinvia però al lavoro agricolo, per Dorfles il Kitsch è proprio alla società industriale nel senso che è kitsch la riproduzione tecnica di oggetti singolari, di alto valore economico e culturale, rivolta al consumo di massa. Ne è esempio l’immagine della Gioconda che, raffigurata su un grembiule da cucina, fa dell’arte un accessorio per servizi domestici. Pertanto il kitsch, e pure il cafone, consiste nel cattivo gusto, nel fingere cioè di mostrare l’autenticità di qualcosa onde gratificare le persone che ne fruiscono, convinte di partecipare ad una elevata esperienza estetica senza nessuno sforzo interpretativo. Puntando su effetti superficiali, in breve, può dirsi che le sue caratteristiche sono nell’uso di decorazioni sproporzionate, di colori sgargianti, nell’imitazione scadente di oggetti nobili, nell’assenza di originalità e di autenticità o, anche, nello sfoggio eccessivo di oggetti pure autentici ma messi in bella mostra per fare colpo. Vale a dire, ad esempio, che è cafone non solo indossare orologi falsi, abiti o accessori che imitano quelli griffati, gioielli che vogliono sembrare d’oro essendo solo placcati o, peggio ancora in lega simil-oro quanto anche esibire in maniera sfarzosa griffe e gioielli pure veri e però, in una ostentazione tale da essere pacchiani. In questo senso la nostra città, Salerno, che ha tentato, al fine di dirsi “europea”, di imitare nell’architettura le grandi città come Parigi, Londra, New York, chiamando per la progettazione cosiddetti archistar, è già in questo, rivolta a gratificare il popolino fingendo di farlo vivere in un luogo di rilievo internazionale, cafona. L’illusione dei salernitani di ritrovarsi, nella piazza più grande del mondo che di fatto è un solaio, è pari a quella della signora cafona che indossa collane di finte perle o di falso oro. E del resto non sono i molti cafoni della domenica o i falsi turisti delle crociere a frequentare la falsa piazza? L’inautenticità a Salerno è tale da potersi dire sia ormai tutta la città ad essere zotica. Zotica negli edifici alti che spuntano in ogni dove e che vorrebbero essere grattacieli essendo rispetto a quelli veri solo nani. Zotica nei materiali e dei colori che i nuovi edifici salernitani, progettati da tecnici incolti, ostentano ad imitazione dei nuovi palazzi milanesi. Zotica al supermercato “Le cotoniere” dove si mostra un patchwork di rivestimenti in una sorta di catalogo di un falso lusso edilizio. Zotica nei tanti palazzi residenziali all’Arechi, lungo l’Irno, sulla collina si Giovi, o di fronte all’Arbostella, con sbalzi curvilinei inutili o falsi brise-soleil che, invece di infrangere il sole, tentano di determinare un nuovo involucro che nascondi la loro bruttura, in fondo alla maniera del crescent che, per occultare la sua mole eccessiva, ha utilizzato finte colonne doriche prefabbricate. Né i nuovi progetti esaltati da De Luca in campagna elettorale sfuggiranno, per quanto è dato sapere alla volgarità cafona, come è per il previsto collegamento “monumentale”, con nuovo cemento naturalmente, tra porta Ovest e la cosiddetta piazza della libertà o per il rivestimento in ceramica dei piloni del viadotto ci si offre di fatto un occultamento. “A Kitsch non si sfugge” diceva Dorfles.





