Ritrovarsi in teatro sulle note de’ Il Trovatore - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Ritrovarsi in teatro sulle note de’ Il Trovatore

Ritrovarsi in teatro sulle note  de’ Il Trovatore

Di Olga Chieffi

Il Trovatore – diceva Enrico Caruso – che l’unica cosa di cui ha bisogno questa opera, che deve far parte della cerchia incantata di quei titoli che i teatri non possono non permettersi di rappresentare, sono i quattro cantanti più grandi del mondo. Nella mattinata di ieri il Segretario artistico del teatro Verdi Antonio Marzullo, unitamente al regista Pierfrancesco Maestrini, e al direttore d’orchestra Leonardo Sini, alla presenza della sub commissaria prefettizia Mariella Santorufo ha presentato il nuovo allestimento del capolavoro verdiano, che manca dal cartellone dal 2019. L’appuntamento è per domani alle ore 21 e domenica 19 in pomeridiana. “Abbiamo scelto – ha dichiarato il Maestro Antonio Marzullo – il secondo titolo della trilogia verdiana, capolavoro amatissimo, proprio per rincontraci in uno spazio che è simbolo della nostra comunità, specialmente in un periodo di sofferenza quale è questa guerra che ci tormenta, un lasso di tempo particolare, di attesa, di ricerca di silenzio e pace, per continuare a credere che la bellezza salverà il mondo”. Esiste un legame stretto tra il pensiero filosofico dell’esistenza e della ragione umane e il sapere del progettare-costruire, entrambe hanno un comune, e fondamentale riferimento, lo spazio. Il teatro determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza, l’esistenza razionale, e, quindi assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”. Con “Il Trovatore”, Verdi raggiunge il pieno dominio dell’architettura drammaturgica e musicale cresciuta in Italia negli anni del belcantismo rossiniano, belliniano e donizettiano, ma insieme con ciò rivela tratti inconfondibili della propria personalità, lo slancio irruente e febbrile; la malinconia dolente che si accompagna a tutti i ruoli e, allo stesso sfondo atmosferico dell’opera, che è notturno e cavalleresco, e il rilievo dei personaggi che, allo stesso tempo, sono archetipi delle passioni: l’amore, la gelosia, l’eroismo, l’affetto materno e filiale. Il Trovatore compendia l’intero il melodramma ottocentesco e dispiega torve vicende: l’infanticidio, i due fratelli rivali in amore e in guerra, che non sanno di essere legati dal vincolo del sangue, la donna contesa, una figlia che vuole vendicare una madre e che, al contempo, vuole essere madre difendendo a tutti i costi un figlio che, però, non è suo. E quel fuoco sempre presente in scena, come fiamma che riscalda i soldati di guardia, che brucia nell’accampamento degli zingari e che, nel ricordo delirante di Azucena, arde sotto il rogo, sembra proprio rimandare all’altro fuoco, intangibile ma egualmente cocente: quello che infiamma gli animi dei protagonisti tormentati dalle passioni. Le quattro voci scelte per il taglio del nastro della stagione sono il baritono Roman Burdenko che interpreta il Conte di Luna, affiancato da María José Siri nel ruolo di Leonora, quindi, Ksenia Dudnikova nei panni di Azucena e Francesco Galasso in quelli di Manrico. A completare il cast Carlo Striuli, che si calerà nei panni di Ferrando, Francesca Micarelli in quelli di Ines, Ruiz avrà la voce di Enzo Peroni, Antonio De Rosa sarà un vecchio zingaro e Paolo Gloriante un messo. Raramente Verdi ha eguagliato l’enfasi corrusca e, insieme, l’elegia luminosissima di tante pagine del Trovatore: “Mal reggendo”, “Ivi povera vivea”, “Ah! Si ben mio”, l’intero quarto atto, una collana di gemme musicali che è un tracciato di inarrestabile corsa verso l’Assoluto. Non possiamo sorvolare sulla perfetta concatenazione fra recitativo, declamato e aria che il racconto della Zingara offre, mutandosi in “scena drammatica”, e, ancora, di episodi in cui quell’urgenza di accadimenti, della quale non si conosce la sorte, si registra in splendidi pezzi d’assieme, tutti avvampanti di fuoco: il terzetto Leonora-Manrico-Conte di Luna del primo atto, la scena del chiostro, il duetto Leonora-Conte di Luna del quarto atto, il duetto Azucena-Manrico, con successiva entrata di Leonora, precedente il finale. Capolavoro in sé, l’intera ultima scena, introdotta da accordi in Re bemolle che comunicano il senso di un misterioso e immoto destino che rende compiuto il dramma di queste quattro solitudini, simboli di quel sentimento romantico verdiano verso quel mondo ossianico, illuminato da una vampa narrante, accesa nell’oscurità della coscienza. Nel Trovatore di Giuseppe Verdi, il coro svolge un ruolo di primaria importanza, andando ben oltre la semplice funzione di commento o sfondo musicale tipica del melodramma ottocentesco. Esso costituisce l’ambiente umano, sociale e psicologico in cui si muovono i protagonisti, incarnando l’atmosfera cupa, violenta e passionale dell’opera, la preparazione è stata affidata a Francesco Aliberti, mentre sul podio salirà Leonardo Sini. “L’opera lascia molti interrogativi aperti, soprattutto se si considera il modo in cui il teatro viene oggi recepito da un pubblico più smaliziato – ha spiegato il regista – Questo è particolarmente evidente laddove una trama assai intricata e frammentaria si consuma rapidamente, precipitando verso la soluzione finale senza lasciare spazio a un vero approfondimento psicologico della maggior parte dei personaggi. L’unica figura realmente complessa e sfaccettata è Azucena, che, non a caso, costituisce il vero motore dell’intera vicenda. Per questa produzione abbiamo dunque deciso di affrontare il titolo enfatizzando quegli aspetti tanto caria Giuseppe Verdi, a partire dalla trama e dal suo sviluppo. Considerata la sua complessità e la difficoltà nel seguirla, insieme allo scenografo e video-maker Alfredo Troisi abbiamo ideato una sequenza di quadri in grado di scorrere con fluidità, così da orientarsi meglio tra le diverse ambientazioni e accompagnare con maggiore efficacia il precipitare degli eventi. Inoltre, proprio grazie a questo strumento, è possibile introdurre in sicurezza l’elemento fondamentale che permea tutta l’opera — il fuoco — la cui presenza oscura e ineluttabile, non è soltanto simbolo ma origine e motore dell’azione”.