La Nazionale, Gravina e i guitti - Le Cronache Sport
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La Nazionale, Gravina e i guitti

La Nazionale, Gravina e i guitti

Pasquale Scaldaferri

E sono tre. L’obiettivo mondiale fallisce in una gelida serata bosniaca, contro una nazionale volitiva che con merito approda al mondiale Stati Uniti-Canada-Messico, lasciando a casa lo stonato complesso di fittizia superiorità dell’azzurro sbiadito. A giugno scatterà, dunque, la rassegna iridata ancora orfana dell’Italia, sulla cui penosa e attesa eliminazione urge un ulteriore approfondimento. Al di là del fallimento sportivo e del miserevole giustificazionismo, dal peloso minuetto dei padroni del vapore alla stucchevole pantomima, la terza esclusione consecutiva dalla competizione più importante per nazionali di calcio, fotografa con nitore l’assenza di progettualità, la penuria di programmi e la visione tutt’altro che lungimirante sul piano delle riforme da sempre enunciate -attraverso improbabili e impalpabili task force- ma mai realizzate. Eppure l’attuale governance del calcio italiano era nata sulle ceneri dell’altro disastro sportivo in salsa svedese dell’autunno 2017, con il presidente federale Tavecchio e il commissario tecnico Ventura collocati sulla graticola e costretti a rimettere il mandato per la mancata qualificazione a Russia 2018. Sin dal suo insediamento, Gabriele Gravina da Castellaneta, ma abruzzese d’adozione, ha recitato il ruolo del Re Travicello, incapace anche di elaborare un manifesto di idee, da trasformare in obiettivi da perseguire. Ancorato alla sua elezione del 22 ottobre 2018 con il 97,2% dei voti e riconfermato a febbraio del 2025 fino al 2028 con il 98,7% (le maggioranze russe evocano sempre stagioni inquietanti), l’unanimità dei consiglieri lo catapulta alla massima carica della Federazione Italiana Giuoco Calcio, pur non sapendo o non volendo mai porre in atto neppure la più elementare strategia operativa, in primis il varo di un innovativo format dei campionati (a partire dalla serie A, con la riduzione delle squadre partecipanti da 20 a 18, o addirittura a 16 club) per non ingolfare il calendario e dare maggiore spazio alla Nazionale. Ma GG, evidentemente, oltre a godere di buona stampa e circondarsi di prestidigitatori dal raffinato talento nell’intingere la penna nella saliva, riesce anche ad ipnotizzare frotte di politici bipartisan. Non si comprende, infatti, come nel 2019 abbia ricevuto a Bruxelles dal parlamento europeo -non nuovo alla vacua retorica- il premio La Moda veste la Pace, per le attività di contrasto al razzismo nel calcio svolte durante il suo mandato. Peccato che i privilegiati studiosi della circonferenza del cetriolo -esangui ispiratori del parmesan, animatori e facitori di strutture elefantiache- non avessero l’esatta cognizione e la lucida percezione della feccia che spadroneggia negli stadi italiani, godendo e abusando di totale impunità e agendo in una sorta di zona franca, maramaldeggiando contro le forze dell’ordine e inoculando quel mefitico veleno di teppismo, razzismo, omofobia, discriminazione territoriale, che non solo non dovrebbero trovare spazio negli ambienti sportivi, ma andrebbero estinti in qualsiasi società civile.Sembrava passata un’era dai precedenti e imprevedibili ko che estromisero gli azzurri dal mondiale russo e dall’universo degli emiri, ma anche questa disfatta dell’Italia non può esaurirsi al mero crollo sportivo. Deficit di proposte, scelte senza raziocinio, una federazione più attenta ai formalismi, capace solo di favorire politiche di piccolo cabotaggio a danno dell’intero sistema, squassato da polemiche insipienti e da guasti incalcolabili. Fino a quando il governo del calcio non provvederà ad una ristrutturazione globale, valorizzando la risorsa ineguagliabile dei settori giovanili, l’Italia non tornerà ai fasti antichi: la strada è ancora lunga e irta di ostacoli. Almeno a leggere le regole cervellotiche partorite da GG e dai suoi epigoni. Per accedere al supercorso di allenatori in prima fascia si è provveduto a varare un protocollo bislacco che prevede non il merito, la capacità, lo studio, l’aggiornamento, la formazione, altresì la militanza -da calciatori- nei campionati di serie A o B. Una bizzarrìa che se fosse stata in vigore negli anni scorsi, avrebbe precluso panchine prestigiose agli atleti dilettanti -ma successivamente divenuti allenatori di successo- del calibro di Arrigo Sacchi, Helenio Herrera, Jurgen Klopp, Zdenek Zeman, Sven Goran Eriksson, Alberto Zaccheroni. L’ennesimo e sconcertante autogol di una federazione brava solo nel navigare a vista. Sul fallimento mondiale un grazie sincero va rivolto a Gattuso, non tanto perché sia stato coerente nel metterci la faccia, ma per la sincera consapevolezza di non essere esente da chiare responsabilità sul disastro sportivo di Zenica, paragonabile alla disfatta di Mancini contro la Macedonia del Nord e all’ignobile Euro 2024 della banda Spalletti, ricordata per sempre più per le giacche da corsia d’ospedale spacciate per divise sociali, anziché per le gesta sul rettangolo verde. Schiaffeggiato dalla duplice onta, GG non solo restò arpionato alla sua poltrona, bensì in un impeto di delirante onnipotenza -che fa rima con impotenza- si autodefinì “un giunco che non si piega”. Ma come tutte le storie che si intendono edificare su fondamenta d’argilla e non su solide strutture, il regnante di via Allegri a Roma dovrà oggi rassegnarsi al destino, né cinico né baro.Il massimo dirigente sportivo, già colpevole dell’improvvido ingaggio di Luciano Spalletti – cagione di un conflitto tra la società del Napoli e la Federazione, inspiegabilmente non a conoscenza della clausola di anno sabbatico che il tecnico di Certaldo aveva sottoscritto con la società partenopea al termine della trionfale stagione culminata sul gradino più alto del podio, trentatré anni dopo l’ultimo tricolore- aveva avallato il malcostume dominante nell’italietta dei condoni.Non immaginava che il disonore sportivo della sua presidenza fosse solo al secondo capitolo della storia, ignaro -per la sicumera dei perdenti- che dietro l’angolo si celava un percorso poco fluido e tutt’altro che sgombero di ostacoli e impedimenti. Il presidente della federcalcio, disarmato e disarmante è spesso scivolato sul terreno vischioso di mera superficialità e corrosiva approssimazione. Dopo il voltafaccia di Mancini, il dietrofront dell’inadeguato, triste, dogmatico, sospettoso, autolesionista Spalletti, la Federcalcio ha pescato nel mazzo un Ct più incline ad allenare tifosi e giornalisti compiacenti, piuttosto che costruire un organico in grado di sciorinare un gioco plausibile. Sotto l’egida di Gravina, le peggiori nazionali di calcio degli ultimi 40 anni modellate attorno a un coacervo di giocatori e assemblate attraverso selezioni schizofreniche, fortunatamente andranno seppellite sotto la polvere degli archivi. Ora servono con urgenza etica e rigore morale, imprescindibili requisiti per riconquistare blasone e credito internazionale. La disfatta in Bosnia Erzegovina lascia presagire tempeste estive, senza risparmiare altre stagioni dell’anno. Il provincialismo che attanaglia l’italico movimento calcistico, stampa compresa, affiora anche negli istanti immediatamente successivi all’ennesimo fallimento. E il protagonista ha un nome e un cognome: Gabriele Gravina. Ancora tu.Con tono stizzoso e malcelata compostezza, GG sulle vittorie italiane negli altri sport sottolinea come “il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici”. Sì, oggi il calcio tricolore è un professionismo senza trionfi, ma popolato da molti uomini tronfi. “Umana cosa è aver compassione degli afflitti” -è scritto nel Decameron di Giovanni Boccaccio- insigne conterraneo di Spalletti.In queste ore febbrili, il presidente federale farebbe bene a leggere qualche pagina di uno dei capolavori della letteratura europea del Trecento. O forse per i protagonisti di questo capitolo grottesco, il Mistero Buffo di Dario Fo sarebbe l’opera più appropriata. Sperando che dall’ 11 giugno al 19 luglio, ripudiati improntitudine, albagia e nauseabondo vittimismo degli ignavi, GG possa seguire il Mondiale 2026 dal suo salotto di casa. Magari in compagnia di Gattuso, Buffon, Bonucci. Eroi emaciati, profeti di correità del pallone bucato che non rotola più!