Fondazione Menna: il salotto di casa che profuma di "milza" elettorale - Le Cronache Salerno
Salerno

Fondazione Menna: il salotto di casa che profuma di “milza” elettorale

Fondazione Menna: il salotto di casa che profuma di “milza” elettorale

di Erika Noschese

C’è voluta la pazienza di un amanuense medievale e la tempra di chi, a Salerno, è abituato ad aspettare il completamento di una grande opera pubblica, ma alla fine il miracolo si è compiuto. Letizia Magaldi, presidente della Fondazione Menna, ha rotto il silenzio. Dopo due mesi di gestazione – un tempo che in altre latitudini basterebbe a varare una finanziaria, ma che qui sembra il minimo sindacale per articolare un “vedremo” – sono arrivate le risposte alle nostre domande. Domande che, sia chiaro, non avevano la pretesa di svelare il terzo segreto di Fatima, ma chiedevano semplicemente conto della gestione di un bene pubblico. Eppure, la sensazione che si trae dalla lettura delle missive presidenziali non è quella di una ritrovata trasparenza, quanto piuttosto quella di trovarsi di fronte a un raffinato esercizio di equilibrismo istituzionale, dove il “detto” serve magistralmente a coprire il “non detto”. Partiamo dal dato tecnico, quello che dovrebbe essere il pilastro della gestione di un ente titolato a maneggiare la cosa pubblica: il protocollo d’intesa per l’area dell’ex Casa del Combattente. Per anni abbiamo denunciato su queste colonne l’assenza di un quadro regolatorio chiaro. Oggi arriva la conferma ufficiale, condita da quel gergo burocratico che funge da anestetico per la logica: il protocollo è scaduto e “va rinegoziato”. Sorge spontanea, nel lettore dotato di un minimo di senso civico, una raffica di interrogativi: con chi va rinegoziato? In base a quali criteri di evidenza pubblica? E soprattutto, nelle more di questa rinegoziazione che pare avere i tempi di un’era geologica, a che titolo gli spazi continuano a essere occupati? La parola “rinegoziare” presuppone una trattativa tra parti, ma qui le parti sembrano essere sempre le stesse, in un circolo così chiuso da risultare claustrofobico. Se gli spazi sono pubblici, e se le associazioni salernitane che boccheggiano per mancanza di sedi sono decine, per quale arcana legge fisica la gravità attira sempre e solo gli stessi attori negli stessi locali? La Presidente ci rassicura: “Chiunque può svolgere attività, basta farne richiesta via mail”. È un’immagine bellissima, quasi democratica. Peccato che la realtà dei fatti, quella che si consuma tra le mura dell’ex Casa del Combattente, racconti una storia diversa. Mentre il cittadino comune immagina la propria mail vagare nei server della Fondazione in attesa di un cenno, c’è chi quegli spazi li abita de facto cinque giorni su sette. E non solo negli orari d’ufficio, ma anche di sera, nel fine settimana, in un continuum che va ben oltre la “fruizione pubblica”. Ci dicono che si tratta di “attività culturali”. E qui il sarcasmo diventa un atto dovuto. Se per cultura intendiamo cineforum riservati esclusivamente agli iscritti (con buona pace della pubblica utilità), serate dedicate agli scacchi o, vette sublimi del pensiero intellettuale, feste di compleanno riservate all’ex presidente dell’associazione – oggi, guarda caso, in rampa di lancio per il Consiglio Comunale – allora Salerno è diventata la nuova Atene. Ma con le tartine e le candeline. È un abusivismo leggero, quasi elegante, che però sbatte in faccia alla città il privilegio di pochi eletti che usano il patrimonio collettivo come il salotto di casa propria, senza protocolli attivi, senza canoni di mercato, ma con tantissima, tantissima “cultura”. Ma il momento più alto del surrealismo istituzionale lo raggiungiamo quando la narrazione ufficiale della Fondazione si scontra con la gratitudine spontanea (e forse un po’ ingenua) dei protagonisti. La Magaldi insiste sulla procedura della mail? Benissimo. Peccato che la direttrice del coro di voci bianche del Teatro Verdi, dopo un evento tenutosi proprio in quegli spazi, non abbia sentito il bisogno di ringraziare la Fondazione Menna né di menzionare la celebre mail democratica. No, lei ha ringraziato, senza giri di parole, Gianni Fiorito. Ora, chiunque conosca le dinamiche del potere salernitano sa che Fiorito sta alla Fondazione Menna come questa redazione sta al bollettino ufficiale della NASA: ovvero, formalmente, nulla. Eppure, è lui l’uomo del “placet”, il dominus di fatto, il destinatario dei ringraziamenti pubblici per l’uso di uno spazio che – teoricamente – dovrebbe essere gestito da altri organi. È il trionfo della gestione “a persona”, dove la struttura istituzionale è solo un paravento per una governance basata sulla prossimità e sulla conoscenza diretta. Altro che mail: qui serve il “visto” di chi conta. Si parla di spazi non politicizzati. Si ostenta una verginale distanza dalle beghe elettorali. Eppure, basta un rapido tour sui social network per veder crollare questo castello di carte. Le riunioni dell’associazione Limen – la principale beneficiaria della generosità spaziale della Fondazione – per sostenere candidati del PD alle scorse Regionali sono documentate, pubbliche, ostentate. Dal noto locale della movida (sempre lo stesso, ubiquo tra festival e Villa Guariglia, in un’orgia di incarichi e location che farebbe invidia a una multinazionale) fino al salotto buono dell’ex sindaco Vincenzo Napoli. Qui la vicenda assume contorni quasi familiari. Vedere la moglie dell’ex sindaco sostenere pubblicamente e con vigore la candidatura di Fiorito, mentre magari esprime il desiderio di vedere il coniuge finalmente lontano dalle fatiche di Palazzo di Città, chiude il cerchio. È una politica che si fa tra le pareti domestiche e si riverbera negli spazi pubblici gestiti dalle fondazioni “amiche”. Se quello che vediamo sui social è, come sempre, solo la punta dell’iceberg, il restante 90% del sommerso ci autorizza a pensare non male, ma malissimo. Il tempismo, poi, è da manuale: le dimissioni del presidente di Limen seguite, a pochi giorni di distanza, dall’annuncio della candidatura alle Comunali, sono il tocco di classe finale. Una porta girevole che trasforma l’attivismo culturale foraggiato dal pubblico in un trampolino di lancio elettorale. Salerno non è New York, e questo lo sapevamo. È una città piccola, dove le correnti d’aria portano i segreti da un vicolo all’altro prima ancora che vengano sussurrati. È come l’odore della milza: non serve entrare nel ristorante o a casa di un’esperta cuoca del luogo, basta che una finestra sia aperta e l’essenza della “salernitanità” ti investe, che tu lo voglia o no. Tuttavia, in questa vicenda della Fondazione Menna e dell’ex Casa del Combattente, l’odore che si percepisce non è quello rassicurante della cucina tradizionale. È qualcosa di più globale, meno inebriante, un sentore di stantio che deriva dalla gestione privatistica del bene comune, dal favoritismo spacciato per promozione culturale, dalla commistione tra associazionismo e segreterie di partito. È un risultato di “buona cucina” politica, dove gli ingredienti sono sempre gli stessi e il piatto finale ha sempre quel colore marrone tipico delle cose che hanno smesso di essere trasparenti da tempo. Non è profumo di milza, è l’odore di un sistema che si auto-riproduce, sordo alle domande e cieco davanti all’opportunità. Ma noi, imperterriti, continueremo a tenere il naso puntato verso quelle finestre aperte, pur consapevoli di essere attualmente coperti dalla “cloaca” impertinente di un sistema tutt’altro che democratico.