di Peppe Rinaldi
“Astensione, almeno finché ci sarà De Luca in campo. Non un Aventino, ma un esercizio di democrazia”. È stato il curatore, con Luciana Libero, di due volumi collettanei su De Luca e il suo sistema di potere, “Il Monarca” e “L’autunno del Monarca”. In entrambi, si è ritagliato la parte della ricostruzione storica di un fenomeno che dura da 33 anni. Massimiliano Amato, giornalista e saggista, condirettore di “Critica Sociale”, la storica rivista socialista fondata dalla coppia Kuliscioff-Turati 135 anni fa, è a tutti gli effetti il biografo non ufficiale dell’ex presidente della Regione, che si appresta a diventare sindaco di Salerno per la quinta volta: “Non ho mai votato per lui, ci mancherebbe. Ma ho sempre onorato l’appuntamento con le urne. Stavolta dico: ‘not in my name’. Con convinzione. Sarebbe bello se fossero tanti, magari la maggioranza degli elettori, a seguire il mio esempio: renderebbero un grande servizio alla città e alla democrazia violentata”.
Perché una posizione così radicale?
“Per due motivi. Innanzitutto perché continuo a sentirmi cittadino di uno stato democratico e non suddito di una monarchia assoluta: a votare ci voglio andare quando è tempo, non quando lo decide De Luca. C’era un altro anno di consiliatura, saremmo dovuti tornare alle urne nella primavera del 2027. Invece, con un autentico furto di democrazia ai danni dei salernitani, un sindaco regolarmente in carica, sostenuto da una maggioranza compatta, è stato costretto da fattori esterni alla sua amministrazione a chiudere anzitempo il suo mandato. I sistemi democratici si distinguono dalle tirannidi perché hanno regole e rituali intangibili, e l’esercizio del voto è il principale: non si altera la sua normale programmazione senza alterare gravemente la natura stessa della democrazia. Per questo, per non legittimare cioè questa violenza, farla passare come un fatto scontato e normale, ritengo di non dover andare alle urne. E mi auguro, lo ribadisco, che tanti salernitani facciano come me: che si ribellino cioè a un atto di prepotenza senza precedenti, che forse avrebbe meritato un intervento da parte di altre istituzioni, se non anche della magistratura penale. Ma i magistrati salernitani sono troppo impegnati a fare la campagna referendaria per accorgersi di quello che succede sotto il loro naso”.
E il secondo motivo?
“È esclusivamente politico. Ritengo definitivamente esaurita la stagione dell’antideluchismo, sia di destra che di sinistra. Io, naturalmente, parlo per il secondo: quello di destra non lo prendo in considerazione, ma do per scontata la sua irrilevanza assoluta, storicamente certificata. Da quest’altra parte, invece, dovremmo serenamente prendere atto che la fronda interna, chiamiamola così, è un fenomeno consumato per sempre: cercare di rianimarlo, come si fa in questi giorni, rasenta l’accanimento terapeutico. A seppellirlo sono stati vari fattori. Se vuoi, ne parliamo…”
Parliamone, stiamo qua per questo…
“E allora cominciamo col dire che l’antideluchismo di sinistra non ha mai avuto una visione di città, a differenza dell’avversario che diceva di combattere. Di che cosa si è nutrito? Da un lato, di un impulso moralistico, oltretutto fondato sul nulla: sul sospetto, cioè, mai provato che il sistema De Luca poggiasse su un coacervo di interessi illeciti. Dall’altro lato, è stata un’opposizione solo ideologica, in cui la politica non è quasi mai entrata, se non a sprazzi, subito accompagnata all’uscita dai furori dei Savonarola di turno. Attenzione: affermando queste cose sto pronunciando innanzitutto un’autocritica, non intendo assolutamente chiamarmi fuori. Però è tempo che queste cose cominciamo a dircele, non foss’altro per interpretare nella maniera giusta la cosiddetta ‘fase’”.
Cioè? Cosa vuoi dire esattamente?
“Voglio dire che se la Schlein – notizia di questi ultimi giorni – usa il machiavello di affidare al partito regionale ogni decisione sulla composizione del campo largo a Salerno significa che il Pd nazionale riconosce che le altre forze della coalizione non esprimono politica ma, appunto, solo un pregiudizio anti De Luca a metà tra il moralistico e l’ideologico. Con De Luca la Schlein ha stipulato un compromesso silenzioso, non dichiarato: tu la smetti di attaccarmi, io pur ribadendo in ogni circostanza la mia distanza da te e dal tuo modello, non intralcio i tuoi piani. Una convivenza basata sulla reciproca diffidenza: ci può stare, la politica è questo. E a Roma, contrariamente a quello che si pensa, la situazione salernitana la conoscono molto bene. Sanno bene, per esempio, che quello dell’alternativa di centrosinistra più che un campo largo è il campo d’Agramante: la medesima situazione verificatasi prima delle ultime Regionali, quando la segreteria nazionale è stata costretta a scendere a patti. De Luca è uno specialista nel disarticolare le opposizioni, sia interne che esterne”.
Un’analisi, la tua, che ribalta completamente il tavolo immortalato dai fotografi al Moka la settimana scorsa…
“Per carità, io non voglio ribaltare un bel niente. Però guardando quella fotografia l’unico pensiero che mi è venuto è stata la celeberrima canzone di Mina: ‘Parole, parole, parole…’. Qual è stato il programma, l’idea di città che ha espresso quella ‘coalizione di volenterosi’: l’hai sentita tu? Io no. E non l’abbiamo sentita perché non ci sono né il programma né l’idea di città. Ho visto però un’interessante sommatoria di ambizioni personali. Nel frattempo, giusto per far scivolare tutta la vicenda sul piano del folclore puro, è arrivato l’annuncio di una candidatura ‘civica’ sganciata dai ‘volenterosi’. Ma sul punto specifico ho un cattivo pensiero, che tengo per me”.
Sembra quasi che tu stia ritrattando tutto quello che hai pensato in questi trent’anni. Non hai paura dell’accusa di incoerenza?
“Facciano pure, per quello che può contare… Io cerco di riflettere sulle cause di una sconfitta, quella dell’antideluchismo, epocale. E non mi va più di fare sconti a nessuno, nemmeno a me stesso. Per capire le ragioni di questa débàcle, dovremmo innanzitutto mettere a fuoco cosa è stato il deluchismo storicamente. Per farlo andrebbero scomodate due categorie gramsciane: la rivoluzione passiva e il sovversivismo delle classi dirigenti. Il deluchismo, nato come esaltazione del conflitto, si è rivelata come la più grande rivoluzione passiva dell’ultimo mezzo secolo, perché ha mantenuto intatti gli assetti di potere cittadino – economico, civile, sociale – che voleva capovolgere. Ed è stata, nel contempo, una forma molto rozza di populismo municipalistico, che ha scavalcato ogni forma di mediazione democratica attraverso lo svuotamento dei partiti e la creazione del partito personale. Rispetto a tutto questo l’antideluchismo cosiddetto di sinistra ha oscillato tra la denuncia scritta sull’acqua e inutili questioni di principio. E invece sarebbe stata necessaria una grande battaglia politica e culturale, che disvelando i veri fondamenti politici e storici del deluchismo ne mostrasse tutto il potenziale devastante per la città”.
Perché questa battaglia non c’è stata?
“Perché di antideluchismi ce ne sono stati parecchi ed è stato impossibile raccoglierli in un fronte unitario, in quanto tutti attaccati dalla tabe dell’autoreferenzialità. C’è stato un antideluchismo ‘professionale’, sul modello dei professionisti dell’antimafia denunciati da Sciascia nel famoso articolo sul Corriere. Da questo versante è arrivato il moralismo che ha avvelenato i pozzi. Ho visto all’opera diversi epigoni di Gaetano Salvemini, il quale passa per antifascista, però nello stesso periodo in cui Matteotti, Gramsci, Amendola, Gobetti, Rosselli e tanti altri ci rimettevano la pelle, o marcivano al confino o nelle prigioni fasciste, lui se ne stava al sicuro negli Stati Uniti a insegnare all’università. Accanto a questa forma maggioritaria di opposizione “interna” se ne sono sviluppate altre, soprattutto negli ultimi tempi, come l’antideluchismo dei ‘pentiti’, quello dei ‘convertiti’, quello degli ‘oscillanti’, sempre attenti a non farsi scappare la minima occasione per colludere col sistema, e quello occasionale degli improvvisati, di cui i 5 Stelle sono stati la massima traduzione partitica. Tutti senza una visione che non fosse la difesa del proprio particulare, sia esso elettorale, professionale, o semplicemente di posizionamento sociale. Un discorso a parte merita l’antideluchismo goliardico: quello dei Figli delle Chiancarelle, per intenderci, i quali fanno dell’ottima satira, anche se sono convinti di fare politica. In fondo sono i più simpatici, perché almeno strappano una risata. La domanda, assolutamente retorica, è: avrebbe mai potuto un fronte così ampio e composito costruire un’alternativa da sinistra?”.
E quindi?
“Astensione. La vedo come l’unica forma di opposizione praticabile. Ti immagini se a votare ci andasse solo il 40% dei salernitani, o anche meno? Magari De Luca prende di nuovo il 70%, ma sarebbe un 20% del corpo elettorale. E siccome non è interessato solo al potere, ma pretende anche di essere amato, sai che colpo, per lui…”.





