Nell’abisso della vita con Gabriele Lavia - Le Cronache Spettacolo e Cultura
Spettacolo e Cultura teatro

Nell’abisso della vita con Gabriele Lavia

Nell’abisso della vita  con Gabriele Lavia

Di Olga Chieffi

Al Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno appuntamento con lo spettacolo “Lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill da stasera a sabato 21 febbraio alle ore 21.00 e domenica 22 febbraio alle ore 18.00. Eugene O’Neill coniuga nel suo teatro il duro realismo a un’immaginazione poetica quasi romantica, in una creazione artistica quasi sempre ossessionata dal destino biologico di stirpi condannate dalla spietatezza del capitale. Un viaggio impietoso dentro l’amarezza di un fallimento senza riscatto. Gabriele Lavia e Federica Di Martino affrontano Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill, il capolavoro del drammaturgo statunitense. Un’opera-confessione, in cui i membri di una famiglia – su tutti un padre e una madre – si accusano, si tormentano e precipitano se stessi, oltre ogni canone di umanità. L’intera vicenda si svolge tra le pareti di una casa borghese e nell’arco di una sola notte, durante la quale le vite dei personaggi non sono che una somma di tenerezza e di violenza, di amore e disprezzo, comprensione e rigetto, di rapporti di famiglia e della loro rovina. E qui sta il cammino sorprendente della messa in scena: il padre dell’autore era stato un attore di grande successo, come il protagonista della sua opera teatrale. La casa-prigione della “famigliaccia” che O’Neill racconta è proprio casa sua. Il padre, James Tyrone(Gabriele Lavia), un ex-attore ricco ossessionato dalla povertà, che ha sprecato il suo talento e che si rifugia nell’alcool; la madre, Mary (Federica Di Martino), una morfinomane che nella droga ha consumato la sua vita e gli affetti; il figlio maggiore, Jamie (Jacopo Venturiero) che vede lucidamente la situazione, ma tutto quello che sa fare è consumarsi nell’alcool e nei bordelli; il figlio minore, Edmund (Ian Gualdani), tubercolitico, che fa scatenare in fondo il senso di quella lunga giornata verso la notte; infine c’è Cathleen (Beatrice Ceccherini), la cameriera, l’unico personaggio positivo e solare della vicenda. La loro casa è rappresentata realisticamente, come una gabbia fisica e mentale, una trappola emotiva che viene percepita subito come un ambiente essenziale e claustrofobico, in cui i quattro protagonisti si muovono piegandosi e facendosi largo tra le inferriate, senza mai provare a liberarsi. La pièce è un’esplorazione impietosa delle dinamiche familiari disfunzionali, in cui i personaggi si confrontano con le proprie dipendenze, i rimpianti, i segreti e il risentimento reciproco. La conversazione, inizialmente calma, degenera progressivamente, svelando un malessere pervasivo che procede verso un’ acme fatale, in un’atmosfera cupa che le recensioni descrivono come un “lungo viaggio verso la notte” dell’anima. Il discorso metateatrale sviluppato da O’Neal si articola intorno a due figure fondamentali della drammaturgia occidentale: William Shakespeare e August Strindberg. Shakespeare è costantemente presente nell’immaginario del personaggio di James Tyrone, anche nei momenti di maggiore ubriachezza, come simbolo di un’ideale di grande attore e artista che il protagonista sente di aver perso: egli rimpiange di non aver potuto incarnare il “grande attore shakespeariano”. Questa relazione si manifesta anche in uno dei passaggi più celebri di “Lungo viaggio verso la notte”, quando il figlio Jaimie, in risposta a uno degli sproloqui del padre, commenta con una battuta parodica: “siamo fatti della stessa sostanza della merda”. Tuttavia, le tematiche tipiche di Shakespeare, quali i conflitti familiari, i padri autoritari e la rivolta dei figli, rimangono soltanto a livello di tensione latente, di un impulso insoddisfatto, estendendo l’indecisionismo e l’atteggiamento di stallo che caratterizzano “Amleto” all’intera rappresentazione. È in questa condizione di impasse, destinata a degenerare senza soluzione, che si inserisce in modo pregnante il sottotesto shakespeariano, in combinazione con le dinamiche matrimoniali e familiari descritte da Strindberg. È significativo che O’Neill abbia esplicitamente omaggiato Strindberg nel suo discorso di consegna del Nobel a Stoccolma, sottolineando così l’influenza di questa drammaturgia sulla sua opera. In questo contesto già segnato da un’aura di cupo e sclerotizzato disagio, si rivela interessante il fatto che Eugene O’Neill abbia scelto di attribuire il proprio nome di battesimo al bambino morto in fasce dei Tyrone, come emerge dal dialogo tra i genitori al termine del terzo atto. Inoltre, l’autore stesso soffrì di tubercolosi da giovane, e suo padre James, da cui prende il nome il protagonista del “Lungo viaggio”, era un attore che tuttavia trascorse tutta la vita confinato nel ruolo di un interprete di secondo piano, limitato agli occhi di pubblico e critica a interpretare un adattamento teatrale de “Il Conte di Montecristo”. Sarà Gabriele Lavia anche il protagonista dell’incontro con il pubblico e la stampa “Giù la maschera” in programma domani alle ore 18.00 presso il Teatro Municipale Giuseppe Verdi in via Roma a Salerno, dove il regista e attore sarà in dialogo con Peppe Iannicelli.