Mulè (Fi): separazione delle carriere atto di libertà - Le Cronache Ultimora
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Mulè (Fi): separazione delle carriere atto di libertà

Mulè (Fi): separazione delle carriere atto di libertà

di Erika Noschese

 

 

L’Italia si avvicina a un appuntamento referendario che promette di incidere profondamente sull’architettura istituzionale del Paese. Al centro del dibattito non ci sono solo tecnicismi giuridici, ma l’idea stessa di equità e il rapporto tra cittadino e magistratura. In questo scenario, le posizioni si fanno nette e il confronto politico si accende, tra chi vede nel voto un’occasione di rinnovamento democratico e chi teme ripercussioni sugli equilibri di potere.

Per approfondire le ragioni del “Sì” e analizzare la portata delle riforme proposte, abbiamo incontrato l’On. Giorgio Mulè, Vicepresidente della Camera dei Deputati. Con lui abbiamo discusso del superamento di vecchi retaggi normativi, del rischio astensionismo e della controversa separazione delle carriere, cercando di capire quali benefici concreti potrebbero derivare da un cambiamento che molti definiscono epocale.

Onorevole Mulè, l’Italia è chiamata al voto per il referendum abrogativo sulla giustizia. Che cosa può cambiare realmente?

«È un cambiamento che definirei epocale. Con questo referendum, infatti, d’ora in poi il Paese sarà finalmente in grado di esprimere un giudice libero, ma soprattutto terzo e imparziale. Cambia la vita di ognuno di noi, di ogni cittadino, e non solo dei ricchi e potenti come falsamente si ostina a ripetere il fronte del “No”. Si dà vita, dopo il Regio Decreto del 1941, al superamento dell’ordinamento giudiziario voluto dal regime fascista. Se non è questo un cambiamento epocale…».

Il rischio di astensione è molto alto, anche alla luce dei tentativi di ridurre questo voto popolare a una questione di settore. Come si può invece coinvolgere l’opinione pubblica?

«Mi rendo conto che il rischio è alto, ma bisogna fare di tutto per convincere i cittadini a votare. È molto semplice: la giustizia non è tale solo quando colpisce qualcuno o quando una persona finisce sotto processo. Bisogna rendersi conto che la nostra vita è immersa nel sistema giustizia, basti pensare a quella civile. Invito tutti a farsi un’idea leggendo ciò che emerge dalle cronache sui casi di ingiusta detenzione: quasi 7.000 soltanto negli ultimi 8 anni e oltre 32.000 negli ultimi 30 anni, con un esborso di centinaia di milioni da parte dello Stato. Questa riforma serve a riequilibrare il sistema, dando al giudice la capacità di decidere senza essere influenzato nelle scelte dalla carriera o dai trasferimenti legati al rapporto con il pubblico ministero».

Perché i cittadini dovrebbero votare “Sì”? Quali benefici concreti ne deriverebbero?

«Intanto, vorrei precisare che puntiamo a un quesito chiaro nella scheda. Mi consenta di aggiungere che questo referendum non richiede il raggiungimento del quorum: vincerà chi raccoglierà un voto in più. I benefici concreti riguardano la vita di tutti: un Paese con una giustizia efficiente vive e produce meglio. Basti pensare che i ritardi della giustizia causano al PIL un rallentamento di oltre tre punti, ovvero oltre 60 miliardi di euro l’anno. Mi sembra già questo un grande beneficio per la società. E poi, lo ripeto, avremo la certezza che accusa e difesa saranno sullo stesso piano, con un giudice libero da condizionamenti».

Il referendum è lo strumento più adatto o sarebbe stata necessaria una riforma organica in Parlamento?

«Il referendum è un istituto di grande democrazia, specialmente sulla giustizia. I nostri Padri Costituenti lo previdero pensando proprio al coinvolgimento dei cittadini, perché la Costituzione riguarda ognuno di noi. Se solo il Parlamento avesse approvato la riforma, si sarebbe gridato alla “dittatura della maggioranza”. Invece, l’espressione più alta della nostra democrazia, il voto popolare, legittimerà una riforma che necessita del conforto dei cittadini».

Sulla separazione delle carriere: come si spiega chiaramente ai cittadini cosa cambierebbe?

«L’esempio più semplice è quello della squadra di calcio e dell’arbitro. Se alla fine di una partita l’arbitro si togliesse la giacchetta nera e si scoprisse che sotto indossa la maglia di una delle due squadre, grideremmo alla partita falsata. È quello che succede oggi tra giudice e pubblico ministero: “giocano” dalla stessa parte e hanno la stessa maglia perché appartengono allo stesso ordine giudiziario. Con la separazione delle carriere, avranno formazioni diverse e i loro destini non si incroceranno mai. Esisteranno i giudici ed esisteranno i PM, e nessuno potrà indossare la maglia dell’altro. Questo dovrebbe spazzare via ogni dubbio sulla necessità di un giudice terzo».

Non c’è il rischio che la separazione renda il PM più vicino al potere politico?

«Più che un rischio, questa è una delle più grandi bugie diffuse dal fronte del “No”. In nessuna parte della Costituzione vigente, né in quella che andremo a modificare, è prevista la possibilità che il PM sia condizionato dalla politica. C’è un “lucchetto” indistruttibile: l’articolo 104, che prevede la magistratura come ordine autonomo e indipendente. I magistrati continueranno a essere assunti per concorso e non su chiamata del Ministro. Inoltre, continueranno a operare sotto l’obbligatorietà dell’azione penale, con due CSM governati per due terzi da magistrati, dunque lontani da ogni condizionamento politico».

Il referendum può incidere sui tempi lunghissimi dei processi?

«Certamente, perché si aggiunge alle riforme sulla parte ordinaria già in atto. Mi riferisco all’azzeramento dell’arretrato civile, completato al 98% come certificato dalla Commissione Europea per il PNRR, o alla velocizzazione dei processi penali superiore al 35%. Abbiamo assunto 2.000 magistrati negli ultimi 3 anni, un numero mai visto nella storia repubblicana. Inoltre, smentiamo la fake news sui precari del PNRR: 9.368 sono stati assunti e per i restanti è previsto lo scorrimento della graduatoria. Grazie al referendum e agli interventi ordinari, la giustizia camminerà molto più spedita».

Se avesse pieno mandato, qual è la riforma più urgente che farebbe approvare?

«È proprio quella attualmente sottoposta al popolo: la riforma della giustizia. Si tratta di superare un vecchio baluardo del 1941 e dare finalmente piena democraticità alla nostra Costituzione. È un compito storico al quale tutti gli italiani sono chiamati».

In una frase: che tipo di giustizia vuole consegnare ai cittadini?

«Una giustizia “giusta”, nella quale la legge sia uguale per tutti e realmente dalla parte dei cittadini. Non è uno slogan, ma la concretezza di un sistema che garantisce ciò che ognuno vorrebbe: un giudice terzo e imparziale».