Un controtenore nella tempesta del Monsone - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Un controtenore nella tempesta del Monsone

Un controtenore nella tempesta  del Monsone

di Olga Chieffi

C’è qualcosa di profondamente simbolico nel percorso di When Winds in Monsoon Play, The White Peacock Will Sweep Away, l’opera-film del regista albanese Driant Zeneli, che dopo aver attraversato Europa e Asia approda stasera in India, nel cuore della Kochi-Muziris Biennale. Presso il Pavillon Bastion Bungalow di Kochi, stasera alle ore 19,30, vi sarà la proiezione dello stesso con conseguente conferenza che vedrà come ospiti il regista Driant Zeneli e il controtenore Pasquale Auricchio. Realizzato dal regista albanese, e ambientato tra il Parlamento di Dhaka e lo Srihatta Art Centre di Sylhet, in Bangladesh, il film si distingue per la sua complessità simbolica, unendo elementi estetici, storici e politici. Al centro della narrazione vi è l’allegoria del pavone bianco, che si innamora della propria lacrima, rappresentando una creatura fragile ma regale, simbolo di cicli di perdita, desiderio e memoria. La narrazione si svolge secondo le sei stagioni del calendario bengalese, sottolineando un tempo circolare e differente dalla concezione occidentale, e riflette anche sulla recente storia del Bangladesh, in particolare sulla Rivoluzione di Luglio 2024, durante la quale molte vite furono perdute e il regime di lunga durata crollò, trasformando il simbolo del pavone in un segno politico di resistenza, sacrificio e cambiamento. L’aspetto sonoro del film è fondamentale. La colonna sonora, diretta dal Maestro Francesco Aliberti, fonde il barocco europeo con strumenti e temi tradizionali bengalesi, creando una partitura ibrida che supera i confini storici e geografici per sviluppare un linguaggio musicale innovativo. La voce del controtenore Pasquale Auricchio, che interpreta il pavone, diventa un simbolo di questa ibridazione, rappresentando un canto che attraversa secoli e culture, contribuendo a costruire un’identità nuova e unica. Il pavone, simbolo nazionale in India e presente in molte leggende e mitologie, assume anche un ruolo simbolico nel film. Nella cultura indiana, il pavone è associato a divinità come Kartikeya, Krishna e Saraswati, rappresentando bellezza, saggezza, pioggia e protezione. Le leggende narrano che il pavone sia collegato alla pioggia, alle benedizioni divine e alla vittoria di Indra contro Ravana, arricchendo così il simbolismo del film con riferimenti mitologici e culturali profondi. Il film di Zeneli utilizza l’allegoria del pavone per esplorare temi di memoria, resistenza e identità, integrando elementi culturali, storici e politici, attraverso una narrazione multilivello che combina visione estetica e riflessione critica. La commistione tra allegoria e realtà costituisce la cifra distintiva dell’opera, che invita a una lettura complessa e articolata. Il Bangladesh, dove il film è stato realizzato, non fa solo sfondo geografico ma elemento narrativo vivo. Il monsone, il vento, il paesaggio e la dimensione rituale diventano materia visiva e sonora. Ed è proprio sull’aspetto musicale che il progetto trova una delle sue dimensioni più intime e radicali. Le scelte musicali del film affondano le radici nel repertorio barocco, che diventa ossatura narrativa dell’intera colonna sonora, come “Si dolce il tormento” di Claudio Monteverdi, “Crude furie” l’aria di tempesta dal Serse di Georg Friedrich Händel, il celebre Dido’s lament When I am laid in earth e What Power art thou da Dido and Aeneas di Henry Purcell e la disperazione di Orfeo di “Che farò senza Euridice” da Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck, prodotta presso l’Emiolia Atelier Vocale, in un lavoro congiunto che ha mirato a creare un paesaggio sonoro capace di riflettere la stessa natura ibrida, simbolica e stratificata del film. Il clavicembalo — fortemente voluto dal regista come asse narrativo della colonna sonora — rappresenta la base barocca, il basso continuo, la spina dorsale strutturale della musica. Attorno a questa architettura solida, però, emergono altri mondi. Elementi naturali, texture elettroniche e strumenti tradizionali bengalesi come il sitar vengono progressivamente intrecciati alla scrittura barocca. Il risultato non è una sovrapposizione, ma una trasformazione: il Barocco diventa terreno fertile su cui far crescere nuove forme sonore. Un esempio emblematico è l’aria conclusiva When I am laid in earth. Sotto la linea vocale non si ascolta una semplice registrazione di pioggia, ma un suono derivato dall’acqua, trasformato e manipolato attraverso il sintetizzatore. Questa materia sonora liquida si fonde con il sitar e le atmosfere elettroniche, creando una nuova dimensione dell’aria: sospesa tra il lamento di Didone e il monsone, tra la figura tragica occidentale e il pavone bianco. Durante il processo di missaggio vocale è stata compiuta una scelta precisa e controcorrente. Tradizionalmente, il canto lirico viene esaltato nella sua pienezza: ricco, rotondo, abbondante di armonici. Qui, invece, la voce risulta, scolpita, essenziale. Alcune frequenze sono state intenzionalmente ridotte, permettendo al timbro di diventare più tagliente, metallico, quasi crudo. Una voce meno “umana” e più animale. Più vicina al grido di un pavone che a un canto operistico tradizionale. Non una voce che interpreta soltanto un personaggio, ma una voce che diventa personaggio. Una voce che appartiene a una creatura ibrida, sospesa tra umano, animale e simbolico. Ora il viaggio conduce a Kochi, in Kerala, città storicamente attraversata da rotte commerciali, scambi culturali e contaminazioni artistiche. Presentare qui il film assume un valore profondamente simbolico: tornare in una terra di vento e di acqua, in un luogo che da secoli vive di attraversamenti. Oggi, durante la proiezione ufficiale alla Biennale, il dialogo con il pubblico indiano sarà centrale. L’intervento congiunto di Driant Zeneli e Pasquale Auricchio porrà in luce il carattere umano, collaborativo e transdisciplinare del progetto: il film come gesto condiviso, come atto di fiducia nell’arte capace di attraversare confini geografici, linguistici e temporali.