di Erika Noschese «
Trovo piuttosto singolare che, con la motivazione dell’ordine pubblico — quindi a seguito di minacce e richieste che considero del tutto irricevibili — alcune associazioni o pseudo-associazioni di partigiani chiedano a un sindaco di non concedermi una sala consiliare». A parlare così Caio Giulio Cesare Mussolini, pronipote del dittatore Benito, dopo due eventi annullati in provincia di Salerno, uno a Campagna e l’altro a Sala Consilina. In entrambi i casi, la revoca dell’autorizzazione all’utilizzo della sala consiliare è giunto a poche ore dall’inizio dell’evento e per lo scrittore, sicuramente dal cognome importante, è stato necessario un cambio di location immediato. Due eventi in provincia di Salerno sono stati ufficialmente annullati per motivi di ordine pubblico, in seguito alle polemiche sollevate dall’ANPI e da alcune associazioni locali. A Campagna, ad esempio, la sala le è stata revocata poche ore prima dell’inizio della manifestazione. Che clima si respira in questo tour di presentazione? «La storia del fascismo — paradossalmente, più ci si allontana da quel periodo, più se ne parla e più si avverte la necessità di tornare su Mussolini e sul fascismo — è stata a lungo mistificata ed è poco conosciuta e poco studiata. Esistono molti luoghi comuni che non corrispondono al vero. Resto piuttosto basito dall’atteggiamento di alcune associazioni, prima fra tutte l’ANPI: il confronto e la possibilità di esprimere le proprie idee dovrebbero essere alla base della democrazia. Tra l’altro, non esprimo opinioni personali, ma riporto quanto ho letto e studiato nei libri di storia, materiale che ho raccolto nel volume Mussolini e il fascismo. L’altra storia. Per “altra storia” intendo quella meno conosciuta. Da mesi porto avanti presentazioni in molte regioni d’Italia: sono stato in Liguria, Veneto e Lombardia, senza mai riscontrare problemi. Ovunque, anche in sedi istituzionali e alla presenza di numerosi sindaci, nessuno ha sollevato obiezioni o chiesto che mi fosse impedito di presentare il libro. Ribadisco che si tratta di un testo di storia e che la storia, per definizione, è anche revisione critica. Il mio lavoro si basa su fonti storiche ed è un’opera di sintesi. Invece di protestare, queste persone potrebbero partecipare, ascoltare la presentazione e, se lo ritengono, porre domande». Dunque, questo clima così ostile lo ha riscontrato solo in Campania o, più nello specifico, in provincia di Salerno? «Ho effettuato almeno tre presentazioni a Napoli e una a Castellammare di Stabia senza che si verificasse alcun problema. Non sono particolarmente sorpreso, perché, come diceva don Abbondio, il coraggio o lo si ha o non lo si ha. Tuttavia, trovo piuttosto singolare che, con la motivazione dell’ordine pubblico — quindi a seguito di minacce e richieste che considero del tutto irricevibili — alcune associazioni o pseudo-associazioni di partigiani chiedano a un sindaco di non concedermi una sala consiliare. Si tratta di un precedente molto pericoloso e grave, soprattutto perché parliamo di ambienti che spesso si ergono a paladini della democrazia, dispensando lezioni morali e indicando ciò che sarebbe giusto o sbagliato fare. Io, invece, continuo a presentare il mio libro: anche questa sera (ieri, per chi legge, ndr) l’incontro si è svolto regolarmente, così come quello di ieri (lunedì, per chi legge, ndr) a Campagna. Hanno partecipato molte persone e le forze dell’ordine erano presenti. In caso di minacce, un sindaco responsabile informa le autorità competenti e predispone un servizio di sicurezza a tutela dei cittadini che partecipano all’evento. Non può funzionare che chi urla di più, chi protesta più forte o alza maggiormente la voce finisca per avere la meglio. Questo non è il modo di operare in un Paese democratico, fondato sul rispetto delle regole. Parliamo di principi basilari come rispetto, educazione e senso civico, valori di cui una certa parte politica ama riempirsi la bocca ma che, nei fatti, spesso non vengono applicati. Se esiste un problema di ordine pubblico, un sindaco dovrebbe chiamare polizia, carabinieri o Digos e portare avanti l’iniziativa. Per farlo, però, serve coraggio, e purtroppo — oggi come in passato — non tutti ne sono dotati». Due sindaci poco coraggiosi, secondo lei, o alla ricerca del consenso facile? «Da quanto ho letto sui social, le critiche sono state numerose. Paradossalmente, a Campagna hanno partecipato molte persone e alcuni cittadini si sono persino scusati. È stato un momento molto emozionante perché persone che non conoscevo mi hanno espresso solidarietà. Erano presenti anche diverse persone di sinistra, con le quali ho avuto modo di confrontarmi, dialogare e discutere serenamente. Molti si sono scusati per il comportamento del sindaco. Il problema, a questo punto, sarà del sindaco stesso: già oggi sono usciti articoli sui giornali e in paese si parla molto di questo divieto, di questa forma di censura che si è verificata in un contesto che dovrebbe essere democratico. Sembra che faccia paura il fascismo, faccia paura la storia e faccia paura anche l’altra storia, quella che io racconto. Invece di aprire un confronto, si preferisce censurare». Secondo lei, i cittadini oggi sono intimoriti da ciò che lei definisce “l’altra storia”? «Partirei da una battuta che fece Churchill alla fine della Seconda guerra mondiale: durante il fascismo c’erano 45 milioni di fascisti, mentre nel dopoguerra c’erano 45 milioni di antifascisti. Ovviamente, all’epoca non esistevano 90 milioni di italiani. Questo tema lo affronto e lo affronterò ancora, anche nel terzo libro, perché rappresenta una ferita tuttora aperta. Tutto nasce dalla guerra civile, dal tradimento del re con il colpo di Stato del 25 luglio 1943, che si concretizza in quello che considero uno dei più grandi tradimenti della storia. Non lo affermo io, ma lo stesso maresciallo Montgomery, riferendosi all’8 settembre 1943, data che segna l’inizio del periodo più difficile, quando Mussolini non era più capo del governo, ma della Repubblica Sociale Italiana. Nelle mie presentazioni anticipo spesso alcuni argomenti, come il ruolo delle donne che, contrariamente a quanto comunemente si crede, si sono emancipate durante il fascismo. Parlo anche della cultura del Novecento, in larga parte riconducibile a quel periodo, delle infrastrutture realizzate, delle leggi promulgate in epoca fascista: temi che, in un modo o nell’altro, sono stati omessi o mistificati per circa ottant’anni. Un tempo lunghissimo. Nella premessa dei miei libri pongo una domanda semplice: è arrivato il momento di guardare a quella storia in modo più obiettivo? Non con la lettura parziale e ideologica degli ultimi decenni, ma cercando una visione condivisa, non manchevole né di parte, per poterla finalmente lasciarci alle spalle e concentrarci sui tanti problemi che oggi affliggono l’Italia. Forse “l’altra storia” dà fastidio perché racconta fatti documentati. Il mio lavoro è una sintesi di numerosi testi e fonti storiche, spesso di difficile accesso al grande pubblico. Leggere storici come De Felice non è semplice: io ho cercato di rendere fruibili queste informazioni senza confonderle con altri generi letterari, anche di successo. Il romanzo non è storia: può essere ambientato in un’epoca storica, ma resta finzione. Il mio lavoro, invece, è storia, che per definizione è anche revisione critica. Per quanto ciò possa dispiacere agli antifascisti fuori tempo massimo — considerando che il fascismo è finito — la storia vive di revisionismo. Basti pensare a cosa sarebbe accaduto senza una revisione storica sul massacro di Katyn, dove furono uccisi circa 8.000 ufficiali polacchi: per cinquant’anni la responsabilità fu attribuita ai tedeschi, finché l’apertura degli archivi dell’Unione Sovietica dimostrò che quel crimine era stato commesso dai sovietici. Ecco perché il revisionismo è importante: spesso viene usato come una clava, mentre la storia, come ricordava — e lo cito anche nel libro — è per sua natura revisionabile. L’unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è quello di riscriverla, come affermava Oscar Wilde, che ovviamente non era un fascista».





