di Olga Chieffi
Se dovessimo scegliere una colonna sonora per la Notte di Sant’Antonio Abate, il giusto suono sarebbe Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij, il simbolo della musica moderna, in ogni senso: la sua apparizione che parve sconvolgere tutti i canoni della bellezza e del gusto per l’inaudita violenza con cui si evocava l’irruzione di forze selvagge e primordiali, d’altro l’originalità della sua lingua barbarica e “primitiva” esercitò un influsso notevole, e non solo tra le avanguardie musicali del tempo, o la Sinfonia n. 1 in re maggiore di Gustav Mahler, il Titan, il suo Langsam, Schleppend, Wie ein Naturlaut; im Aanfag sehr gemächlich; belebtes Zeitmass, con le quarte dei cucù, intervallo della musica popolare, o ancora la Danza ritual del fuego da El amor Brujo di De Falla, con il suo ritmo ipnotico, le armonie e le sonorità che richiamano il “cante jondo” andaluso, un’opera che fonde cultura europea e moresca, celebrando il fuoco come simbolo di purificazione e vita. Sant’ Antuono segna nel calendario popolare il principio del Carnevale, ovvero di quel periodo rituale, circoscritto nel tempo, durante il quale si forma una comunità metastorica a carattere provvisorio, che vive un aspetto di ribellione alla propria condizione sociale, riflettendo aspetti rituali arcaici, legati nel passato a rituali agricoli di propiziazione del raccolto e di eliminazione del male. Uno di questi ultimi aspetti è, certamente, la richiesta di benedizione di ogni proprietario di animali al taumaturgo. Nella iconografia, Sant’Antuono, infatti, viene sempre raffigurato tra tutti gli animali, particolarmente con a fianco un porcello e a distanza, una fiamma. In Salerno, associando la presenza del maiale accosto al santo, si dice : “S’è ‘nnammurato d’’o porco”. Nella nostra città, Sant’Antuono si venera nella chiesetta di Santa Rita al Largo, oggi, San Pietro a Corte, tradizionalmente detto di Sant’Antuono, innanzi al vecchio municipio, chiamato Palazzo Sant’Antuono. Nella stessa piazzetta, ogni anno si procedeva alla benedizione degli animali. Oggi, anche altre chiese sono disponibili ad accogliere i nostri amici: le benedizioni verranno inaugurate questa mattina Parrocchia di Santa Margherita e San Nicola del Pumpulo a Pastena alle ore 11, mentre di sera, l’appuntamento è nel cuore delle Fornelle, in Santa Trofimena, alle ore 19,30 mentre a Giovi, nella bella chiesetta di campagna di S.Bartolomeo, alle ore 18,30 accorsata da ogni razza di animali, dai cani, agli asini, ai cavalli, alle oche, in una magica festa, si accenderà il grande falò e tutti saranno ospiti delle eccellenti signore della Parrocchia e del Maestro Gerardo Sapere che provvederà alla Musica. Grandi celebrazioni anche in provincia, come a Pontecagnano Faiano, alle ore 11.00, presso la Congrega Sacro Cuore di Gesù dove si terrà la benedizione degli animali, da parte del parroco Don Antonio Pisani, e ancora, nella Parrocchia SS.Salvatore di Baronissi alle ore 19 e a Teggiano per le ore 17, Santa Messa nella chiesa di Sant’Antuono seguita alle 17.30 dalla benedizione degli animali nel sagrato della Pietà. Sant’ Antuono è ritenuto anche il patrono del fuoco. Pare che egli sia disceso all’Inferno, dal quale ha tratto un po’ di fuoco di nascosto del diavolo, novello Prometeo, per cui, la notte del 17, in sua venerazione si accendono grossi falò. In Campania, infatti, e specie nel salernitano, ricorre in particolare il verso dell’asino e il nitrito del cavallo, animali dei quali, proprio in questi giorni, si apre la stagione di monta. Il cavallo è largamente mimato nelle danze di Sant’Antuono, poiché è un animale che fin dall’antichità è simbolo di molte divinità, riferentesi alla donna anche se in modo ermafroditico. Si ricorderà che nel ventre di un cavallo si nascosero i guerrieri greci che poi, incendiarono Troia. E, in questo caso entrarono nella pancia di questo animale per esserne quasi partoriti. Ma, senza voler risalire ai miti, e riferendoci alla realtà contadina, il cavallo viene montato e posseduto come una donna, pur tuttavia, resta un animale che può facilmente “possedere”, per cui rappresenta l’estasi. L’ambivalenza data a tale bestia viene giustificata dal fatto che facilmente il cavallo può imbizzarrirsi e, quindi, far perdere il controllo a chi lo cavalca. In questo senso, il cavaliere da possessore diventa posseduto e il cavallo da posseduto a possessore. Per non parlare delle implicazioni di significato sessuale trasferite al cavallo e a chi lo cavalca; l’uomo possiede la donna (la “puledra dai piedi veloci” Euripide), ma ne può facilmente perdere il controllo ed essere trascinato follemente verso il baratro (paura di perdere l’identità mediante l’atto sessuale con la donna, paure, castrazione, ecc.), così, come uno stallone farebbe tutto soltanto per la sua amazzone, ecco perché è la donna che nel ballo si esprime evocando il cavallo. L’ incontro con il fuoco iniziatico si vivrà a Campagna. Tra le sue vie si riapre il grande libro della vita, della morte e dell’universo che ci circonda, leggibile coerentemente secondo il linguaggio codificato dell’immaginario collettivo. Un momento, questo, in cui si tocca con mano che noi campani manteniamo un rapporto ancora stretto di comunicazione con il sotterraneo, con la scena dove ciò che è sepolto può all’improvviso rivivere, minaccioso o benefico : fuoco giallo e rosso del Vesuvio nelle stampe popolari, bollori sulfurei dei Campi Flegrei, cunicoli della Sibilla traforati dal cielo, fiamme delle anime purganti, grotte di Virgilio. È qui, senza dubbio che il nascosto chiede con maggiore insistenza e, da più tempo, di farsi luce, ed è qui che può diventare più poroso e friabile il muro che divide il “sopra” e il “sotto”, l’ “al di qua” e l’”al di là”, l’arcaico e il presente, l’immaginario e il reale, in uno psicodramma che, nei secoli, è riuscito a penetrare la cultura e il suolo. l’arcaico e il presente, l’immaginario e il reale, in uno psicodramma che, nei secoli, è riuscito a penetrare la cultura e il suolo. Il viaggiatore che stasera passerà per Campagna sarà consapevole che il nostro meridione è “la terre des morts”, purchè si aggiunga subito che qui, da noi, la morte (e il sesso, che instancabilmente la rifornisce di oggetti deperibili) anima una vita ricchissima dell’immaginario, del mitico, del magico, del religioso, del simbolico. Campagna è sede di una proliferante espressività, una vera e propria foresta di segni, in cui ci si addentra come in una fitta trama onirica. Continuamente stimolato e provocato alla decifrazione di ciò che vede e sente, colui il quale percorrerà le vie del paese, si accorgerà ben presto che questo è un paese in cui parla da sempre e più intensamente l’inconscio, nella sua nudità più crudele e esibita o nelle sue metamorfosi storiche, enigmatiche e perturbanti. I falò verranno accesi in concomitanza con il passaggio della processione del santo, un gesto simbolico inteso a esorcizzare il male. Al termine del rito religioso, la manifestazione prosegue come festa popolare. Il programma offre spazi dedicati alla cucina tipica locale e momenti di intrattenimento con balli, canti e musiche popolari. Sono inoltre previste visite guidate alla scoperta della città.La fiamma che si eleva e parla nella notte, balugina nelle acque che attraversano Campagna, purificandone la terra: i quattro elementi s’incontrano e si scontrano in questa notte che inaugura l’anno agricolo e tutti gli abitanti del paese partecipano a questa drammatizzazione. Campagna, con l’accensione dei “falò”, vuole anche ricordare la tragica morte del monaco e filosofo nolano. Parliamo dell’eretico Giordano Bruno, arso vivo sul rogo, che perfezionò le sue teorie a Campagna, dove nel 1573, nel Convento dei Padri Domenicani, annesso alla Chiesa di S. Bartolomeo, fu ordinato sacerdote e cantò la sua prima messa. Una sorta di interiorizzazione di quel fuoco del rogo e dei falò da cui siamo all’inizio partiti. Certo è che tra credenze popolari, mistificazioni e magie, Campagna intende custodire e tramandare alle future generazioni genuine tradizioni, cui è particolarmente legata per la salvaguardia della memoria storica del suo vasto patrimonio culturale. Il cambiamento di stagione, nella prospettiva magica che lo sottende è un vero rituale, lo stesso lavoro diviene un adempimento rituale che ripercorre il mito di Sant’Antuono. In una realtà in cui l’uomo, come plasmatore e trasformatore della natura non esiste nel quadro ideologico limitato, in cui le forze dell’ignoranza e dello sfruttamento impediscono l’assunzione piena ed autonoma, individuale e collettiva, del proprio ruolo storico, l’incerto avvenire deve essere reso certo dall’attività magica e rituale che adotta la sicurezza della ripetizione; il dramma che si ripete e ripete il mondo, cancella il mutamento. Ecco allora il rito dei Fucanoli, attraverso cui si rilegge la propria storia, si rinnova il racconto, esorcizzando il Male, liberandosene. Il fuoco è l’espulsione del Male, è l’estrema garanzia, è l’evento che per così dire, raddoppia la sicurezza del rito, e quasi nello stesso tempo rende i suoi effetti concreti, immediatamente percepibili nella effettiva liberazione che segna il ritorno alla Luce.





