«È una vicenda di una gravità istituzionale enorme, perché non nasce da un fatto amministrativo». Parla così Pino Bicchielli, deputato salernitano di Forza Italia e vice responsabile nazionale Enti Locali, a proposito delle dimissioni del primo cittadino della città capoluogo.
Onorevole, oggi il sindaco Vincenzo Napoli si è dimesso e ha detto ai cronisti che “sono mutati gli scenari politici”. Che lettura dà di questa decisione?
«È una vicenda di una gravità istituzionale enorme, perché non nasce da un fatto amministrativo. Napoli si dimette e spiega che sono “mutati gli scenari politici”: lo ha detto lui, nero su bianco e davanti ai cronisti. E allora la domanda diventa inevitabile: se cambiano gli “scenari politici”, non cambia la città. Cambia altro. Cambiano equilibri esterni, rapporti di forza, strategie che stanno fuori da Palazzo di Città. E quando un sindaco eletto dai cittadini lascia per ragioni dichiaratamente politiche, senza che nel Comune esploda una crisi amministrativa o consiliare, non è un normale avvicendamento: è un colpo alla democrazia locale e alla dignità di un capoluogo».
Lei parla di pressioni esterne. Non è un’accusa troppo pesante?
«Io mi attengo alle parole e alla logica dei fatti. Se la motivazione è “di scenario politico”, la spinta non nasce da un atto amministrativo, non nasce da un voto di Consiglio, non nasce da una frattura interna formalizzata. Nasce da un “quadro” più alto. E c’è un elemento che inchioda tutti alle proprie responsabilità: dentro l’amministrazione non cambia nulla. Stessa squadra politica, stessi equilibri, stessa macchina comunale. Se davvero “non cambia nulla” dentro, allora è evidente che la ragione sta fuori. E questo non è più folklore politico: è una questione istituzionale».
Perché dice che Napoli conferma di non essere un sindaco davvero indipendente?
«Perché un sindaco, nel senso istituzionale, risponde ai cittadini e al Consiglio comunale. Se invece l’addio è legato a “scenari politici”, allora il mandato appare subordinato a dinamiche esterne: un sindaco “a tempo”, sacrificabile quando serve. E questo è inaccettabile, perché il sindaco non è un “delegato” di qualcuno: rappresenta il Comune. Qui si mortifica il ruolo e, mortificando il ruolo, si mortifica la città».
Dal punto di vista delle regole democratiche, qual era la strada corretta?
«La trasparenza istituzionale. Se esiste una crisi politica, la sede è il Consiglio comunale: confronto pubblico e, se si vuole interrompere il mandato, mozione di sfiducia. Se non c’è sfiducia e non c’è crisi nelle sedi proprie, dimissioni “indotte” o comunque determinate da fattori esterni comunicano ai cittadini una cosa devastante: il voto vale meno della decisione di pochi. È il contrario del principio dell’elezione diretta».
Che cosa accade adesso?
«La legge prevede che le dimissioni diventino efficaci e irrevocabili dopo 20 giorni, e nel frattempo si profila una fase commissariale e il ritorno alle urne in primavera. Un capoluogo rischia mesi in “sospensione”, con scelte rinviate e responsabilità diluite. E tutto questo non per una scelta limpida davanti alla città, ma per logiche di potere. È una torsione pericolosa».
Il capogruppo di Forza Italia in consiglio provinciale, Pasquale Aliberti chiede di coinvolgere prefetto e Ministro dell’Interno. Lei condivide?
«Condivido pienamente. Non si tratta di fare processi alle intenzioni: si tratta di pretendere che lo Stato faccia lo Stato. Investirò il prefetto perché garantisca correttezza degli atti, continuità amministrativa e neutralità della macchina comunale. E porterò la questione al Ministro dell’Interno con un’iniziativa parlamentare, perché qui si rischia di legittimare una prassi: la sostituzione di fatto di un mandato popolare attraverso dinamiche extra-istituzionali».
Il PD, però, come sta reagendo?
«Ed eccoci al punto politico che trovo più imbarazzante: il silenzio. Il PD nazionale predica autonomia dei territori, rispetto delle istituzioni, partecipazione democratica. Oggi, davanti a un sindaco che se ne va per “scenari politici”, dovrebbe indignarsi. Invece si glissa, si minimizza, si lascia scorrere. E mi permetta una domanda pubblica, netta: dov’è Sandro Ruotolo, il braccio destro della Schlein in Campania? Perché Ruotolo, negli anni, ha usato parole durissime contro il “deluchismo”, parlando di “regno”, di sistema di potere, di fine dell’“uomo solo al comando” e ha detto esplicitamente di essere “contro il modello Salerno”. Bene: oggi, con queste dimissioni, quel “modello” si materializza nella sua forma più brutale: un capoluogo che entra in una fase straordinaria perché cambiano equilibri politici esterni. Se quelle parole erano vere, questa è l’ora di dimostrarlo. Altrimenti restano slogan da convegno».
Quindi dentro il PD vede fratture e contraddizioni?
«Le fratture ci sono da tempo e sono documentate: lo stesso dibattito interno al PD campano ruota da anni attorno al rapporto con il sistema di potere deluchiano e alle scelte calate dall’alto. Oggi Salerno diventa il simbolo di quella contraddizione: o difendi davvero l’autonomia dei Comuni, oppure accetti che un capoluogo venga trattato come proprietà politica».
Che ruolo dovrebbe avere Anci?
«ANCI tutela autonomia e indipendenza dei Comuni. Ecco perché chiedo al presidente Gaetano Manfredi una posizione di principio: i sindaci devono governare senza condizionamenti esterni, soprattutto nei capoluoghi. Se passa questo precedente, domani qualunque città può essere “spostata” per esigenze di leadership».
Che cosa dice oggi ai salernitani?
«Dico che Salerno merita rispetto, verità e trasparenza. Merita istituzioni autonome, non decisioni calate dall’alto. La democrazia funziona così: si cambia davanti al popolo o nelle sedi istituzionali previste. Tutto il resto è potere. E io non mi rassegno all’idea che il voto dei salernitani valga meno delle manovre di palazzo».





