di Alfonso Malangone*
Non è facile scegliere le parole giuste per descrivere il malessere che si prova passando per via Lista, alle spalle del Teatro Verdi. In quel luogo, la festività del Natale è passata invano, come passerà invano quella dell’Epifania, perché è rimasta chiusa la porticina lungo la serpentina pedonale che scende nello slargo di via Santa Teresa sul quale si affaccia la Chiesa di Sant’Anna al Porto. Un senso di grande scoramento e di insopportabile solitudine si diffonde nel cuore di chi, negli anni passati, aveva attraversato quella porticina provando crescenti emozioni miste di stupore e tenerezza, di sorpresa e ammirazione, in una condizione d’animo di grande serenità. Erano le ingenue lucine del Presepe di Sant’Anna al Porto a diffondere nei suoi visitatori una forte energia rinnovatrice inondando occhi colmi di dolcezza e nostalgia. All’interno di una struttura millenaria, il paesaggio creato dalla fantasia di giovani artisti consentiva di circolare tra spiazzi, case, botteghe, il frantoio, il molino, nel mezzo di una moltitudine di figuranti intenti a condurre le loro esistenze ignorando di essere testimoni di un evento che avrebbe sconvolto per sempre le vite di tutti. Come una macchina del tempo, lo scenario trascinava in un ‘mondo diverso’, fatto di pace e di tranquillità, e alimentava la speranza di trovare, all’uscita, un ‘mondo davvero diverso’ ricco di umanità, purezza, partecipazione, equità, rispetto, amore. Quel Presepe non era un contesto da vedere, era un’esperienza da vivere. Bene. Anzi, male! Quest’anno nessuno ha potuto contemplarlo. Si dice che, a impedirne l’apertura, siano stati problemi organizzativi, ovvero problemi economici. Chissà. Di sicuro, qualcosa deve esserci stato. E, neppure di poco conto. La sua assenza, peraltro, ha svilito notevolmente l’offerta dell’artigianato presepiale di qualità della Città. Una batosta tremenda per le ambizioni di crescita turistica. In tutto questo, da notizie riservate trapela che il prossimo 31 Marzo l’Unesco potrebbe esprimersi positivamente sulla richiesta di inserire il ‘Presepe Italiano’ tra i Beni Immateriali dell’Umanità, così riconoscendo il valore identitario di un’arte speciale, del tutto particolare e degna espressione di una cultura fortemente radicata nella coscienza religiosa. Non a caso, quest’anno si festeggiano gli 800 anni dalla morte di San Francesco che, con la realizzazione del primo Presepe, a Greccio, diede vita ad una tradizione poi divenuta messaggera della nostra abilità grazie all’impostazione scenografica napoletana voluta da Carlo di Borbone. E’ certo, comunque, che oggi gode di generale apprezzamento per la sua capacità di trasmettere i sentimenti universali, validi anche per i non credenti, della potenza dell’amore e della forza della speranza, così contribuendo alla rigenerazione morale di un’umanità sbandata, poco impegnata e tanto sviata, con la proposta di un rinnovato percorso di vita. La sua energia lo rende meritevole di essere esibito con lo stesso orgoglio con il quale mostriamo le memorie storiche e le produzioni dell’ingegno e del talento, del sapere e del saper fare della nostra gente. E, purtroppo, mentre da noi si abbandonano le rappresentazioni, quasi fossero orpelli distintivi di una Comunità minore, altrove si vanno rafforzando le mostre specialistiche anche sostenendo le attività artigianali che ne curano le elaborazioni. Di fatto, in Città, una deleteria volontà ha ristretto gli spazi presepiali nei contesti privati e pubblici, forse per un desiderio di modernizzazione ispirato a nuove simbologie, forse per una malintesa dinamicità da riservare alla vita familiare, forse per le difficoltà frapposte da una esistenza confusa, forse per una diminuita sensibilità religiosa. A quest’ultimo riguardo, si può ben sostenere che in diverse comunità ecclesiali sembrano carenti la volontà e il coraggio di difendere la forza di un messaggio che, peraltro, è parte essenziale della comunicazione spirituale. Senza trascurare che, con la diluizione della partecipazione, si è fortemente indebolito quello spirito del Natale che traboccava dalle vetrine delle botteghe dove le figure di plastica, gesso o terracotta, variamente abbigliate e colorate, immancabilmente raggruppate per immagini e dimensioni, venivano esposte soprattutto per la felicità dei bambini. La Bottega-scuola dei Pastori di Peppe Natella, di fronte alle scale del Duomo, era un riferimento indiscusso. Adesso, con l’auspicata qualificazione universale, c’è da augurarsi che qualcosa possa cambiare e sia possibile attribuire una nuova vitalità all’arte presepiale a supporto della rituale esposizione natalizia di luci che, pur con la previsione di eventi collaterali di diversa natura, permane priva di un’anima propria e ha come solo obiettivo quello di richiamare visitatori sciamanti in qualsiasi direzione e senza oggettive finalità. Trasformare una mostra di luci attraverso la Città in una mostra della qualità artistica della Città attraverso specifiche ‘vie delle luci’, che siano di guida verso i rioni per visitare chiese, monumenti, testimonianze storiche e Presepi, può davvero ampliare le motivazioni per una maggiore attenzione da parte di chi non ricerchi il ‘sollazzo’ di un pomeriggio a poco prezzo per andare a zonzo, imbrattare e disturbare senza limiti. Una Città che intende davvero perseguire un obiettivo di solido sviluppo turistico non può dimenticare le sue origini e la sua vocazione al fine di riprodurre le stesse condizioni che, ad esempio, fanno di via San Gregorio Armeno di Napoli uno dei luoghi più visitati d’Italia. Altro che festoni luminosi! Investire sull’abilità, sulla fantasia e sulla capacità artistica dei giovani può essere la scelta migliore da fare per ridare rinnovata vitalità ad un’offerta di specifica qualità. Se per la cucina, ora “Patrimonio Universale”, si attendono immediate ricadute turistiche a beneficio dell’intera Nazione, per il Presepe non mancheranno di certo conseguenze egualmente positive. Per questo, la porticina di Sant’Anna al Porto deve essere subito riaperta per tornare ad accogliere i tanti visitatori sotto gli archi di tufo del complesso millenario di Santa Maria in Porto Salvo dei Monaci Carmelitani di Santa Teresa, oggi in totale abbandono. E, a collaterale, deve essere restituita dignità alla stessa Chiesetta, prima derelitta, poi oggetto di allagamenti a causa di acque di falda e, adesso, in condizioni di desolante degrado. Tra le opere pubbliche prescelte dal Comune per il triennio 2026-2028, sono previsti lavori per 1.500.000 euro finalizzati al recupero della Chiesa dell’Annunziata dalla quale la Chiesetta dipende. Basterebbe utilizzare una piccola parte delle prevedibili economie sul futuro appalto per dare splendore alla sua cupola, restaurare i quadri del D’Agostino, risanare le pareti dall’umidità ascendente, riqualificare la facciata. In essa, peraltro, si svolgono le attività della Comunità di Sant’Egidio e sono state organizzate molte esibizioni dei giovani del Conservatorio e del Liceo Musicale Alfano I. La sua vitalità è essenziale per la vitalità sociale e culturale di tutta la Comunità. Non è davvero possibile accettare in silenzio la perdita del Presepe di Sant’Anna. All’opposto, una corale manifestazione di amore deve consentire che sia immediatamente ‘ritrovato’ perché possa diffondere ancor più il suo messaggio di speranza. Chi è disposto a seguirci? Questa Città ha bisogno dell’amore dei cittadini di cuore. *Ali per la Città





