Luca Forni: Battaglia referendaria passa per Salerno - Le Cronache Ultimora
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Luca Forni: Battaglia referendaria passa per Salerno

Luca Forni: Battaglia referendaria passa per Salerno

Si è tenuta martedì 27 maggio presso i locali del CSV Sodalis a Salerno una partecipata iniziativa che ha acceso un faro sui referendum che si terranno i prossimi 8 e 9 giugno.

Ospite d’onore il presidente del comitato promotore per il Sì al quesito sulla cittadinanza e segretario nazionale di Più Europa, On. Riccardo Magi.

“Diamo una lezione di partecipazione e di democrazia al governo, andiamo a votare in massa e raggiungiamo il quorum: è una battaglia di civiltà” dice.

“L’attuale normativa, del 1992, è obsoleta: ci sono migliaia di persone nate e cresciute in Italia o che vivono in Italia da molto tempo, che pagano le tasse, che non hanno precedenti penali, che si formano qui e che qui, nel nostro Paese, vivono le proprie vite, che risiedono legalmente e continuativamente in Italia da anni che trovano mille ostacoli. Il primo è il tempo, lunghissimo, per ottenere la cittadinanza. Dieci anni, che diventano quindici per ragioni burocratiche, sono un tempo inaccettabile. Votando Sì al referendum non si farebbe altro che adeguare la nostra legislazione a quella tedesca, britannica, francese, portoghese. A quella di un paese più moderno e più giusto”. In conclusione, bolla le parole del Presidente La Russa – “farò propaganda per l’astensionismo” – come “inqualificabili. Non ha rispetto per la carica e per la Costituzione. Votare è un dovere civico!”

A margine dell’incontro, l’approfondimento della tematica prosegue con Luca Forni, presidente provincia di Azione, intervenuto in rappresentanza del suo partito.

Presidente Forni, prima di entrare nel merito dei quesiti referendari mi permetta una domanda di metodo: è giusto, secondo lei, invocare l’astensione? Lo ha fatto – lo ricordava prima l’On. Magi – il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Scelta legittima o posizione inappropriata?

“Senza dubbio posizione inappropriata. Innanzitutto perché il Presidente del Senato è la seconda carica dello Stato e deve essere sempre super partes. Votare non solo è un diritto ma la più alta espressione di libertà e di democrazia. È evidente che il Presidente La Russa continua ad essere un uomo di partito. Noi siamo convinti che la democrazia sia una pianta che vada annaffiata tutti i giorni con dedizione: votare, mobilitarsi, cercare anche di informare, di fare pedagogia politica credo sia il modo migliore per garantirci un futuro in cui prevalgano stato di diritto e libertà”.

Venendo al merito delle questioni, abbiamo ascoltato Riccardo Magi, che del comitato per il Sì al referendum sulla cittadinanza è presidente. Azione si è schierata allo stesso modo, ce ne spiega i motivi?

“Innanzitutto mi preme ringraziare Francesco Iandiorio, segretario provinciale di Più Europa, perché ormai da mesi si sta battendo con costanza e dedizione, come sempre fa, per questa missione di civiltà. Io sono intervenuto come presidente provinciale di Azione portando i saluti del mio partito all’Onorevole Magi, rappresentandogli quanto siamo allineati su questo tema. I motivi alla base della nostra posizione sono chiari e netti: riteniamo che ridurre il periodo di residenza legale in Italia da dieci a cinque anni per gli stranieri extracomunitari maggiorenni al fine di consentirgli di ottenere la cittadinanza sia un atto di civiltà e di serietà, oltre che di logica e buon senso. Anche perché, aggiungo, tutti gli altri requisiti – residenza, reddito, l’essere incensurato, conoscere la nostra lingua e la nostra cultura – non vengono modificati. Mi faccia precisare una cosa…”

L’ascolto.

“Non è che – è bene che i cittadini lo sappiamo – allo scoccare del decimo anno lo straniero fa richiesta e il giorno dopo ottiene la cittadinanza. No, finisce per scontrarsi con la nostra elefantiaca burocrazia. E i dieci anni diventano tredici, quattordici, quindici. Mi passi la provocazione: ridurre il periodo di residenza continuativa a cinque anni significa consentirgli di ottenere la cittadinanza dopo dieci. Teniamo conto anche di questo. Io, per la mia esperienza familiare e professionale che mi porta a contatto con persone straniere per le mie attività di consulente di società e imprese, conosco direttamente e molto bene il problema: mi creda, non è “automatico” come la stragrande maggioranza degli italiani crede o come vogliono farla passare gli attuali partiti di maggioranza al Governo”.

Le critiche, però, non mancano. C’è chi teme un’invasione o che, con la vittoria del Sì, la cittadinanza italiana verrebbe regalata. È così? Diventeremo l’Eldorado di chi cerca una patria appetibile?

“Assolutamente no, nessuna invasione e, soprattutto, nessun regalo. Chi lo dice è in malafede e lo è per i motivi che citavo prima. Quando si dice che già oggi la percentuale di cittadinanze concesse sia alta si dimentica di precisare un punto, vale a dire che molto hanno inciso, e stanno continuando ad incidere, le cittadinanze ai discendenti di emigrati italiani. Disciplina peraltro da poco modificata dal governo. Aggiungo: in Francia sono sufficienti cinque anni, in Germania anche, in Spagna dieci ma che si riducono ad appena due per tutti i Paesi in cui lo spagnolo si parla quotidianamente. Perché dovremmo fare eccezione? Non mi sembra ci siano motivi oggettivi. Anzi, fino al 1992 anche in Italia erano sufficienti cinque anni. Ecco, tornare indietro per una volta sarà un progresso”.

Dello stesso avviso è anche Michela Parisi, giovane attivista di Più Europa e studentessa universitaria di Scienze politiche.

“Cosa significa oggi patria, cittadinanza? Chi stabilisce i limiti di questo vincolo? Apprendere la cultura, la lingua, gli usi e i costumi, conoscere il territorio? La storia è una successione di migrazioni della preistoria ai giorni nostri. Il genere umano si è evoluto migrando. Il problema non è lo straniero ma la cattiva gestione del fenomeno da parte dei Paesi europei, schiavi del loro egoismo. Ed ecco che si sviluppa la paura del diverso, perché – nell’immaginario collettivo – lo straniero invade, ruba, stupra quasi come se fosse insito in lui, geneticamente orientato al crimine. Non spetta invece agli stati promuovere politiche di inclusione che dovrebbero creare un ambiente che valorizzi le diversità? Facciamolo iniziando dalla cittadinanza, dando a tanti giovani la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici, di sentirsi italiani, oltre che nel cuore, anche per quella burocrazia che, lo sappiamo bene, influenza tutti noi in tanti momenti della nostra quotidianità”.

Presidente Forni, a lei le conclusioni.

“Non posso fare altro che ribadire con forza e determinazione la necessità di recarsi alle urne l’8 ed il 9 giugno, per spezzare questo cordone di inerzia e di silenzio, questo velo che, a cominciare dal governo, si è deciso di far calare su un essenziale momento di democrazia diretta. Ai cittadini italiani e, più nello specifico, a quelli della nostra provincia chiedo di votare Sì al quesito sulla cittadinanza perché l’Italia è di chi la ama e di chi la rispetta, indipendentemente dal luogo di nascita o dal colore della pelle”.