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50 anni di radio libere: Matteo Macera

50 anni di radio libere: Matteo Macera

Raffaella D’Andrea La sua giornata iniziava al mattino presto e finiva all’alba del giorno dopo. Di mestiere faceva il rappresentante di intimo femminile, trascorrendo ore e ore in viaggio tra clienti e negozi. Ma quando la sera rientrava a Salerno, invece di andare a dormire, correva in radio. Dalle 22 alle 4 del mattino il microfono diventava la sua seconda casa. È così che Matteo Macera racconta gli anni delle radio libere salernitane, una stagione vissuta da protagonista. «La radio è una droga: quando ti entra dentro non riesci più a farne a meno.» La sua avventura comincia nel 1974, quando nasce Radio Salerno City, una delle prime emittenti private della città. La sede è in via Canalone e l’iniziativa porta la firma di Peppe Pompomea. Insieme a lui ci sono Matteo Macera, Tonino Saviello, Enzo Siano, Teodoro Maffia e Ferdinando Giordano: un gruppo di giovani accomunati dalla passione per la musica e dalla voglia di sperimentare una nuova forma di comunicazione. Erano gli anni pionieristici delle radio libere. Non esistevano grandi mezzi economici né sofisticate tecnologie. C’erano entusiasmo, fantasia e la convinzione che attraverso un microfono si potesse creare una comunità. Per Matteo la radio, però, non rappresentava un lavoro. «Durante il giorno facevo il rappresentante di intimo femminile. Viaggiavo continuamente per lavoro e la sera, dalle dieci fino alle quattro del mattino, conducevo il mio programma. Era faticoso, ma non mi pesava mai.» Dopo l’esperienza di Radio Salerno City, il suo percorso prosegue con Radio Diffusione Campania, l’emittente di Umbertino celebre per il suo «Uammena Bella» e poi radio Tris. Tra i ricordi più divertenti c’è quello dedicato a un giovanissimo Tommaso D’Angelo, oggi direttore de Le Cronache, che allora aveva appena sedici o diciassette anni. «Faceva il dj con me, ma aveva un grande difetto», racconta sorridendo. «Alla sua età metteva le canzoni delle nostre nonne. Era un ragazzo, ma aveva già gusti musicali da vecchio.» Un aneddoto che racconta bene l’atmosfera di quegli anni, quando la radio era soprattutto una palestra per tanti giovani appassionati. Ma il ricordo più intenso è legato alle lunghe notti trascorse davanti al microfono. «Il mio pubblico era fatto di persone sole, anziani, non vedenti, ammalati, lavoratori della notte. Con loro si creava un rapporto speciale.» Un rapporto costruito attraverso la voce. «Bastava una canzone, una telefonata, una battuta. Senza vedersi nasceva un legame fortissimo. Molti chiamavano anche solo per fare due chiacchiere o sentirsi meno soli.» Per Macera è proprio questo l’aspetto che oggi si è perso. «La radio è diventata più professionale, ma ha perso il rapporto umano. Oggi è tutto programmato, tutto organizzato. Una volta gli ascoltatori erano parte della trasmissione, entravano nel programma e lo costruivano insieme a noi.» Nonostante siano passati cinquant’anni, la passione è rimasta la stessa. «Continuo ad ascoltare musica tutto il giorno. Se oggi mi proponessero di tornare davanti a un microfono accetterei subito, ma soltanto per fare la radio come una volta: una radio capace di ascoltare, di fare compagnia e di diventare un punto di riferimento con il mio caro amico Tommaso D’ Angelo e la sua musica delle nonne.» E quella passione, Matteo Macera non l’ha trasmessa soltanto agli ascoltatori. È entrata anche in casa, diventando parte della quotidianità della sua famiglia. Per il figlio Rosario, infatti, la radio non è mai stata una scelta, ma l’ambiente nel quale è cresciuto. «Sono figlio d’arte», racconta, ricordando come la musica e il fascino del microfono abbiano accompagnato la sua infanzia. Gli studi radiofonici erano una seconda casa e, fin da piccolo, espirava quell’atmosfera fatta di dischi in vinile, mixer, telefonate in diretta e amicizie che andavano ben oltre il semplice rapporto tra colleghi. Il suo percorso prende forma tra Radio Salerno City, Radio Diffusione Campania e, successivamente, Radio CRS Salerno, dove nel 1987 quella curiosità coltivata fin da bambino diventa una vera esperienza sul campo. La gavetta è quella di una volta: imparare a usare amplificatori e giradischi, montare impianti audio, organizzare feste private e costruire effetti scenografici con mezzi artigianali. Da quelle prime esperienze nascono la discoteca mobile, le serate nei locali e un percorso costruito passo dopo passo, con entusiasmo e tanta passione. Ma, come per il padre, il ricordo più vivo non riguarda la tecnica. «Eravamo una famiglia», racconta Rosario con nostalgia. «La radio era un punto di riferimento, un luogo di aggregazione dove si condividevano non solo i programmi, ma anche il tempo libero. Si cresceva insieme.» Un clima difficile da spiegare a chi non l’ha vissuto. Le fotografie più preziose, dice, non sono quelle davanti al microfono, ma quelle scattate durante le cene, le feste, le serate e i momenti trascorsi insieme ai compagni di quell’avventura. La radio era molto più di un’emittente: era una comunità. Con il passare degli anni quello spirito è cambiato. La progressiva trasformazione delle radio in realtà sempre più strutturate e orientate al mercato ha lasciato poco spazio a quel senso di appartenenza che aveva caratterizzato la stagione delle radio libere. Eppure, una cosa non è mai cambiata: l’amore per la musica. «Continuo a cercare nuovi suoni, nuovi artisti e nuovi linguaggi», racconta. «La musica è sempre stata la colonna sonora della mia vita.» Due generazioni, dunque, unite dalla stessa passione. Quella di Matteo, che negli anni Settanta contribuì a scrivere le prime pagine della storia delle radio libere salernitane, e quella di Rosario, cresciuto tra quei microfoni e quei dischi, testimone di un’epoca in cui la radio non era soltanto un mezzo di comunicazione, ma una famiglia, un punto di incontro e una presenza capace di entrare ogni giorno nelle case e nel cuore delle persone.