Aldo Primicerio
Diciamo subito che, secondo molti, potrebbe slittare di un paio di settimane, quindi dopo Pasqua, la data fissata per il voto, finora fissata al 22-23 marzo. Lo deciderà il Presidente della Repubblica. La Corte di Cassazione infatti ha accolto il nuovo quesito (indicato in appresso) per il referendum sulla riforma della Giustizia, nella versione formulata dai 15 giuristi promotori dell’iniziativa per il no firmata da 500mila cittadini. Secondo altri resterebbe la data già fissata Si vedrà. Intanto il SI è in vantaggio. Ma il NO, dicono, è ad un passo. Tanti i sondaggi. L’ultimo è dell’Istituto ‘Only Numbers’ di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta, che fotografa le intenzioni di voto. Il 52,5% degli italiani voterebbe SI alla conferma della legge sulla separazione delle carriere dei magistrati (così come uscita dal Parlamento), mentre il 47,5% voterebbe NO, quindi per l’abrogazione. Ma tutto resta legato alla partecipazione al voto. Il sondaggio evidenzia che il 35,5% degli italiani dichiara che andrà a votare. Non andrà il 18,9%. Secondo il sondaggio, gli indecisi rappresentano il 45,6% del campione e dunque possono spostare l’ago della bilancia. Il problema è capire quali sono gli indecisi: se quelli su cosa votare, o quelli se andare a votare.
Un referendum troppo tecnico e complesso su un tema che sfugge all’interesse dei cittadini. L’astensione è dietro l’angolo
Una complessità non solo complessiva, ma anche legata al quesito che avrebbe preteso approfondimenti, campagne di informazione, e non le caciare ideologistiche che hanno dilagato sui media, Rai compresa. Dopo la sentenza della Cassazione, il quesito è cambiato. Ora sulla scheda dovremmo leggere: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 100 comma 1 della Costituzione?
In sostanza, la legge prevede: 1. l’introduzione di due diversi consigli superiori della magistratura, composti rispettivamente da pubblici ministeri e da magistrati giudicanti, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica; 2. la composizione dei due consigli superiori per due terzi da magistrati sorteggiati all’interno della categoria e per un terzo da professori universitari o avvocati con almeno 15 anni di attività professionale, sorteggiati all’interno di un elenco approvato dal parlamento in seduta comune; 3. la previsione che i magistrati vengano giudicati da un’Alta Corte Disciplinare, composta da 15 membri. Tre nominati dal presidente della Repubblica, tre da professori universitari e avvocati con almeno 20 anni di anzianità estratti a sorte in un elenco approvato dal parlamento in seduta comune e da nove magistrati estratti a sorte tra i pubblici ministeri e i magistrati giudicanti. L’Alta Corte appare subito come una minaccia ai magistrati, perché parte dal presupposto che debbano essere puniti in quato colpevoli di qualcosa. E’ immaginabile che possano andare alle urne e scervellarsi per le risposte i 6 mln.di italiani in povertà quasi assoluta che rinunciano persino a curarsi? Ed i 24 mln. (quasi uno su tre) che soffrono di una malattia cronica? E i 2,2 mln che portatori di neuromalattie? Ed il milione che soffre di una malattia rara? E’ pensabile che possano correre dietro ai Nordio ed alle Meloni, o alle Schlein ed ai Landini? E quindi è molto probabile che a vincere non sia né il SI né il NO, ma il CHISSENEFR….
Il “sentiment” generale? Si scrive “separazione di carriere”, ma si legge “indebolimento di magistratura, di Costituzione e di democrazia”
Lo sfondo di questa presunta riforma della giustizia sembra nascondere un obiettivo più pregnante: la completa riscrittura delle norme che regolano struttura, modalità di composizione e funzioni del CSM, il consiglio superiore della magistratura, l’organo deputato a garantire l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, non a caso definito, dalla Corte costituzionale, la pietra angolare dell’ordinamento giudiziario. Giusto per riassumere, ecco cosa questo Governo vuol fare: 1. Scomporre l’attuale Csm in due diversi organi, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri; 2. Estrarre a sorte chi deve selezionare i suoi componenti; 3. Sottrarre al CSM la funzione disciplinare, da affidare invece ad un nuovo organo, l’Alta Corte Disciplinare. Non ci vuole molto per capire dove pensa di arrivare il governo di destra. Primo, indebolire la capacità dei due futuri Csm di continuare a tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura voluta dai padri costituenti. Secondo, esporla al rischio di condizionamento da parte della politica. Chi scrive, anche insigni giuristi, che questo è falso perché non è scritto da nessuna parte, o fa il demente o lo è. D’altronde, ricordate cosa scrisse testualmente la Meloni in un post sui social il 30 ottobre 2025? “La riforma costituzionale della giustizia rappresenta la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza nelle scelte politiche del governo”. E cosa scrisse Nordio, ex-Pm sempre fedelissimo a Silvio, ed oggi ministro della Giustizia? “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. Non una riforma necessaria ad una giustizia giusta, quindi, quanto invece una meschina e “sporca” riforma politica.
Secondo il SI, una giustizia più giusta, invece di una che oggi proscioglie ed assolve il 59,1% degli imputati
Lo hanno scritto alcuni di questi giornalacci comprati e venduti, propagandati come autorevoli nelle rassegne stampa di ogni mattina in tv. Ed è una percentuale giusta, attenzione, la più alta in Europa e forse nel mondo. Eppure si divulga solo un pezzo di verità. Ma nessuno vuole o sa dire e scrivere i perché. Cosa si nasconde dietro questa situazione surreale, una specie di copione da teatro. I perché sono tanti. In testa la lungaggine dei processi e la prescrizione-canaglia che ancora vige in Italia. Poi l’impianto accusatorio spesso debole, con prove non sufficienti a superare il ragionevole dubbio ed il contraddittorio tra le parti. Ed ancora, lo scontro tra la cultura del sospetto e la presunzione di innocenza, un pilastro sì di tutti i sistemi democratici, ma che mette a dura prova il ragionevole dubbio. E poi ancora, l’eccesso di ricorso alla giustizia penale, che porta in aula casi gestibili in sede civile o amministrativa o conciliatoria per decongestionare il sistema. Ed ancora, gli errori nella fase delle indagini, magari frettolose o mal dirette, che portano a rinvii a giudizio persone che poi si scoprono estranee. Ed infine, le risorse limitate, con strutture obsolete, carenza di personale ma, attenzione, soprattutto di magistrati, solo 9.600 su 59mln.di abitanti, e dopo concorsi annuali per solo 400 nuove toghe. Si legge di Procure dove i magistrati hanno da 5mila e 10mila fascicoli processuali mai approcciati. Roba da ridere o da piangere, dipende dal punto di vista. Questi sono i veri, grandi, seri, vecchi problemi della giustizia italiana. Che il governo Meloni ha ignorato, preferendo invece scardinare la Costituzione, ed aprire lo scontro, primo ed unico di tutti i governi italiani in questi 80 anni dopo la peste del fascismo. Una vergogna, figlia del peggiore ideologismo. Ecco perché, da cittadino senza vincoli e da spirito libero, invito chiunque ho la fortuna mi legga, di alzarsi dalla sedia il 22 o il 23 marzo e di andare alle urne. Per non farci umiliare dai potenti che vorrebbero noi rinunciassimo al nostro diritto di di scegliere. Per ripetere a noi stessi e poi gridarlo: “Qui a decidere sono io”.





