La mostra ad Ugo Marano: un rituale di provincia - Le Cronache
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La mostra ad Ugo Marano: un rituale di provincia

La mostra ad Ugo Marano: un rituale di provincia

Una mostra appena appena pregevole, impersonale, cerimoniosa quanto basta per assolvere un rituale di provincia. Mostra fortemente voluta dal governatore Vincenzo De Luca come ostinatamente ripetuto dalla conferenza di apertura e dai vari organi di stampa. Notizia che si apprende con piacere e plauso. Come dire che non è mai troppo tardi che la massima carica politica regionale si accorga di una mancanza che durava ormai da troppo. Le stanze dell’Utopia. A cura di Stefania Zuliani e Antonello Tolve. 16.03 — 31.05.2023. Si celebra, finalmente, Ugo Marano in uno dei musei di arte contemporanea più importanti della Campania. E si spera sia solo l’inizio di una riconsiderazione dell’artista salernitano in un’ottica più ampia e duratura. A tal proposito si ha notizia di come un collezionismo attento si stia muovendo al fine di una sua valorizzazione e promozione in ambito internazionale. Un inizio, dicevamo, che purtroppo si dà subito come spiccio. Ci accoglie, infatti, ciò che sembra essere una buia notte della comunicazione. Una notte perfetta, se si vuole, larvale, onnipotente ma fragile. Niente a introdurci l’artista se non gli oratori che si alternano a ritmo spedito. Né un catalogo, né un misero pieghevole. Un opuscolo di poche pagine magari avrebbe salvato quel transito di universi discontinui che sono i domini della parola e gli invalicabili veli dell’acume con cui si accompagnano l’arte e le sue intrinseche crudeltà eccelse: quell’aura sacerdotale, infantile, e abominevole. Dunque, già un passo falso? Nient’affatto. Si sa che erigere un monumento è un percorso accidentato. Una capziosa invenzione misterica che apre scenari omessi, occulti o quantomeno indecifrabili. Si accede alla mostra dopo aver percorso lo stretto scalone del piccolo museo napoletano. Si avverte subito che si ha a che fare con opere di grande fascino e bellezza. L’incanto subentra, e come ci si aspettava le opere di Ugo, sembrano restituire quel suono atavico che solo lui sapeva ordire in quelle trame che lo avevano reso duttile come la sua creta e intenso come il suo sguardo ipnotico. L’arte per Ugo Marano era un gesto sociale, benché sostanzialmente per pochi. Che fossero essi architetti, pescatori, musicisti, fabbri, contadini o altri vasai. Chi non ricorda di Ugo la sua figura sacrale, quasi uno sciamano con poteri irritanti quanto sgomenti. Chi fa dell’Utopia è soggetto a dissolversi nei suoi stessi elementi: terra, acqua fuoco, aria. Sono questi i principi costitutivi che hanno fatto di Ugo Marano il nume essenziale di una ricerca originaria, libera, affettuosa e comunque semplice e inintelligibile. “Penso a grandi spazi, a nature mobili, spazialità forza sette”. Ecco, forse è in questo immenso spazio che si vela la grande figura della sua assenza sempre più viva. Un animale senza corona, un uccello dal becco lungo che bussa all’acqua, al silenzio dell’aria, all’imperituro fuoco delle ombre e alla terra sovrana. La bellezza naturale della ceramica di Ugo è travolgente. Il mare dei suoi piatti è più mare del mare. I suoi minuti disegni intrecciano ogni forma di mitologia. La sua opera scultoria sembra non appartenere a nessun tempo e confine: design, scultura pura, semplice manipolazione della natura. L’oggetto che egli crea – utile o inutile che sia ha sempre una funzione sovratemporale e incorporea – è sempre nel luogo, dove pare sia sempre stato. L’oggetto diventa all’istante parte primaria di un universo intimo e consapevole. Iniziale. Luminoso. Naturale. Socrate, allora, diventa per lui, l’Evangelista dell’universo, Picasso l’artista per eccellenza, Beuys è la coscienza dell’arte. Gran parte degli artisti viventi, scriveva Marano, produce oggetti nel tempo libero, sono cioè dei dilettanti. I veri artisti quindi sono pochi anche in questo secolo e sono creatori di nuovi linguaggi, non vanno mai in pensione e comunicano fino alla morte. Se ne ricava un’idea rigorosa dell’artista, con una responsabilità sociale, individuale ed etica molto avvertita. Una figura essenziale, imprescindibile. Ma anche un artiflex scenae, un attore, come suggeriva Rino Mele, travestito da se stesso. Era il 1983 e Marano presentava le sue sedie alla Bottegaccia a Salerno con un prezioso volumetto, ormai introvabile, che racchiude scritti di Apolito, Crispolti, Menna e dello stesso Mele. Uno dei suoi archetipi preferiti era la sedia, declinata in tutti i modi possibili, ma sempre con soluzioni di estrema originalità e feconda ironia. Sedia del pensiero. Sedia del mal di prurito. Sedia trono. Sedia Adamo. Sedie metaforiche e sedie metonimiche, scriveva Gillo Dorfles, sedie che rubano identità altrui e le fanno proprie. Sedie dove nessuno potrà mai sedersi. Ovviamente, a percorrere le poche stanze della mostra si accendono le nostalgie. Qui si è al cospetto di una nostalgia doppia: quella intrinseca a ogni opera d’arte e quella affettiva dei ricordi. Così appaiono i tavoli. Non altro che rantoli di armonia, elementarità, naturalità, forme di conoscenza superiore, o anche straziante necessità di seduzione, di consunte utopie, o di contrassegnati fallimenti, uno per tutti, il notevolissimo Tavolo del paradiso (2000) installato nella Valle delle orchidee nel Parco Nazionale del Cilento. L’opera di Ugo che qui al Madre di Napoli ammiriamo nella forma diminuita della stanza, sembra apparirci così come uno stringente e interiore messaggio di straordinaria efficacia: il pensiero del cosmo. E il pensiero di un’arte per la vita. Ars monstrum est. Ugo, pensatore presocratico, manipolatore di materia e pensiero ci ridona i nostri elementi nella loro sintesi più felice e delicata: la ceramica. Certo, immaginare quella ritualità con cui, anche spudoratamente, toccava l’argilla, l’acqua, l’aria, gli occhi degli astanti delle sue performance, è immaginare quanto siano uniche certe figure. E di quale privilegio abbiano goduto chi le ha conosciute. Magia unica quella di Ugo. Tutta naturale, umana e terrestre.

Le stanze dell’Utopia. A cura di Stefania Zuliani e Antonello Tolve. 16.03 — 31.05.2023

Salvatore Marrazzo