Verdoliva nel mirino del clan: «Ora chiamiamo tutta la famiglia» - Le Cronache Cronaca
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Verdoliva nel mirino del clan: «Ora chiamiamo tutta la famiglia»

Verdoliva nel mirino del clan: «Ora chiamiamo tutta la famiglia»

Davanti a quelle minacce non ha abbassato la testa. Anzi, ha dimostrato di avere la schiena ben dritta e non ha esitato a denunciare tutto alla Procura della Repubblica. Nell’ordinanza firmata dal gip Ivana Salvatore si fa ampio riferimento alle minacce subite da Ciro Verdoliva, che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di direttore generale dell’Asl Napoli 1 Centro. La direzione generale aveva disposto un importante giro di vite dopo lo “scandalo delle formiche” e stava cercando di tagliare fuori l’area riconducibile ai Contini dagli appalti dell’ospedale, quelli per le pulizie, servizi ausiliari e attività economiche interne e l’azione intrapresa da Verdoliva è coincisa con un clima di pressione molto pesante nei suoi confronti. Come le minacce profferite il 29 febbraio 2019.

L’accusa è stata spiccata a carico del patriarca Teodoro De Rosa (classe 1946), di Salvatore De Rosa e Vincenzo De Rosa: «Mo chiamiamo tutta la famiglia, entriamo e sfondiamo la porta», pronunciate dopo che il dirigente si era rifiutato di ricevere un gruppo di persone. Ma è sul fronte degli appalti dell’Asl Napoli 1 Centro che l’inchiesta assume un peso politico-amministrativo ancora maggiore: le conversazioni intercettate mostrano la preoccupazione per le iniziative di revisione avviate dalla direzione aziendale, in particolare all’ospedale San Giovanni Bosco.

Dalle carte emerge la percezione di un controllo consolidato su servizi strategici come pulizie e servizi ausiliari, con il timore che l’azione di risanamento potesse interrompere equilibri economici radicati. Verdoliva aveva formalizzato segnalazioni e intrapreso una collaborazione con la Procura per denunciare il clima intimidatorio e proseguire nell’azione di risanamento. Il quadro che emerge è quello di una camorra imprenditoriale, meno visibile ma capace di infiltrarsi nei servizi pubblici, generare liquidità attraverso frodi seriali e difendere con pressioni mirate gli interessi economici consolidati. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe saldato criminalità organizzata, imprenditoria e gestione di settori strategici.

Non è tutto, però. Intercettazioni e le accuse di ben ventuno pentiti hanno infatti consentito di svelare il piano espansionistico della cosca: «Nel corso dell’indagine scrivono gli inquirenti sono stati registrati diversi episodi sintomatici del condizionamento con riferimento a ulteriori strutture quali l’ospedale Cardarelli e quello dei Pellegrini». Protagonista del piano criminale Maurizio Scapolatiello, imprenditore delle ambulanze al servizio del clan, «condizionato da referenti superiori, cominciando da Gennaro Manetta.

Nel corso di una conversazione intercettata, Scapolatiello raccontava di «aver appreso da un compagno loro, che indicava con il nome di dottore, circa la possibilità di salire al Cardarelli. È evidente che il riferimento fosse alla richiesta autorizzazione verosimilmente avanzata a esponenti del clan Contini, che avrebbero dovuto aprirgli la strada dell’ospedale collinare». Dall’inchiesta, tornando al fronte San Giovanni Bosco, sono poi emersi alcuni, inquietanti episodi. Il clan avrebbe fatto risultare vive dei pazienti in realtà già deceduti, in modo tale da favorire la ditta di trasporto infermi e sfavorendo quella di onoranze funebri. L’ennesimo modo per provare a sviare le indagini.