di Olga Chieffi
Notte del fuoco ieri, che ci ha fatto rivivere l’initium della creazione, l’ “istante” che folgora, che cade, che salta, che si apre, rappresentato dalle vampe accese, in onore a Sant’Antonio Abate, in tutta la provincia di Salerno. Questa festa, infatti, rimanda ai Saturnali, durante i quali si festeggiava l’abbondanza dei doni della terra, concedendo agli schiavi la più larga licenza, con scambi di figurine di terracotta, e soprattutto, adorando Saturno, rappresentato quale sole notturno. Si qui, i costumi carnascialeschi popolari del travestimento, del canto, del double entendre, espressioni dello spirito pagano, che risale fino a Crono, per il quale, allo stesso modo in cui il seme che sta “al di sotto”, deve venire fuori, “al di sopra”, alla luce, tutto ciò che è inferiore diventa temporaneamente superiore, ovvero, il momento della sovversione rituale, della degradazione, della prescritta esplosione degli istinti. I ceramisti, a Vietri, seguendo il filo di luce della loro intelligenza, che penetra liberamente la realtà, hanno acceso ieri sera, i loro “luminari” minuscoli, i forni, in cui hanno racchiuso insieme al fuoco dei loro stessi occhi, la terra, l’acqua (l’argilla con polvere refrattaria, impastata e smaltata con colori ossidi di metalli e fondenti, maggiormente sensibili alle variazioni in riduzione e ossidazione), incendiando i crogiuoli come novelli S.Antuono, rubando un po’ di fuoco al diavolo, per ottenere queste nascite. In questi contenitori simbolici il caos, il medium, perché i termini che sono in questione s’intervolgono tra loro, si pareggiano, come fine e principio, mutamento e quiete, morte e istante, lievito e levante della mente, soffio, calore, neuma, spirito vivo. I ceramisti hanno così ricreato il mito dionisiaco, circondati dal ritmo estatico delle percussioni, tra ballate, cunti, tarantelle, pizziche e tammorre a in cui la cosa creata nasce da un’occhiata esaltante sulla vita, su un pezzo di vita che si vuole fermare, specchio di quel riso coincidente con l’esplosione della gioia di vivere, profondamente legata alle misteriose forze telluriche e cosmiche che regolano il ciclo vitale della natura e dell’uomo. Nella notte del fuoco anche lo spettatore è stato coinvolto, parte di quella intelligenza infinitamente “mescolata” che non oppone alcun ostacolo a folgoranti identificazioni, offrendoci la chiave di quella drammaturgia segreta, in cui si annodano rapporti empatici, nascite, emozioni, che ci portano a fare tutti sempre più parte della scena. A Giovi nella splendida cornice campestre della chiesa di San Bartolomeo, continuo contenitore di suoni, dove si crede nel potere della natura e la Messa e panegirico su Sant’ Antonio Abate ancora una volta ha riunito tante famiglie con i propri animali, bambini che hanno portato anche le tartarughe in chiesa, con il Maestro Gerardo Avossa Sapere che ha inteso ricordare e quindi fatto ri-vivere la propria Madre, la Signora Rosa Avossa, attraverso il canto di due cori, la formazione Junior del Liceo Musicale Alfano I diretto dai maestri Maria Arcuri e Rosa Spinelli e il Coro Ultrajoved di Sergio Avallone per poi dar fuoco alla vampa attorno gustando le specialità castellane, il vino e le pizze montanarine, preparate dalle eccellenti signore del loco. Imponenente il falò, caldissimo. Tralci di vite, legna e tanto altro nella vampa giovese, unitamente ad una ghirlanda augurale che ha dissolto ogni spirito cattivo, malelingue e malefici, nella grande fiamma parlante a chi sa vedere e interpretare. Durante la consumazione della “vampa”, nessuno può attingere brace dal fuoco. Alla fine, quando il fuoco non emette più grosse fiamme, si prendono le braci con ogni mezzo, lunghe pale, pertiche di ferro e si riempiono recipienti di ogni specie. Ognuno cerca di prenderne quanto più può per scaldarsi, nei giorni successivi, come carbonella, oltre che, naturalmente per devozione. A Campagna il paese dell’acqua e del fuoco, per le strade aleggiano tabarri e cappellacci, è il momento di catturare il brigante Ciardullo, tra le viuzze occupate dai fucanoli. Tra delizie gastronomiche, matasse e il bell’aglianico, lo spettacolo va avanti, diretto dal Maestro Luciano Marchetta: “Ma pe ll’uommene d’‘a terra mia nun sarrà cchiù giustizia. /Ma io canto, canto, canto. Canto pe tutte quante, /canto pe dà curaggio, canto pe dà speranza,/canto p’‘a dignità c’avimmo avuto tanto: canto ‘nu canto d’uommene ca so’ state Brigante!”





