di Aldo Primicerio
Il caso di Mario Roggero risale all’aprile del 2021. La vicenda si consuma in pochi minuti. Tre malviventi armati di coltello e di una pistola finta assaltano la gioielleria di Roggero, minacciando e legando i suoi familiari per rubare l’incasso. Una volta che i rapinatori escono dal negozio e tentano la fuga a bordo di un’auto, il gioielliere li insegue in strada con la propria arma e spara diversi colpi, uccidendone due. Dopo 5 anni la Cassazione conferma la condanna del gioielliere a 14 anni e 9 mesi di reclusione. L’episodio ha diviso il Paese, riaccendendo un tesissimo dibattito sui confini della legittima difesa e sulla sicurezza dei cittadini di fronte alla criminalità
I social fanno peggio: lo Stato protegge i delinquenti, chi si difende finisce in carcere, i giudici vivono fuori dalla realtà.
È uno schema collaudato, che funziona sempre. Ma perché? Perché una parte del Paese ragiona di pancia. Una cosa è comprendere umanamente un uomo che ha già subito delle rapine, che ha vissuto nella paura e che ha reagito in una situazione drammatica. Assolverlo è un’altra cosa. E’ contro la legge, stando alla dinamica dell’episodio. La legittima difesa non è di questo caso. Non deve essere un premio per la vittima, non può essere una legittimazione della vendetta. Esiste finché persiste il pericolo. Ma quando finisce, finisce anche il diritto di invocarla. Una linea che è la colonna portante dello Stato di diritto. Lo Stato moderno nasce proprio nel momento in cui sottrae ai cittadini il potere di punire. La legge italiana parla chiaro: la legittima difesa richiede la proporzionalità e, soprattutto, l’attualità del pericolo. Nel momento in cui il gioielliere esce dal negozio, insegue i rapinatori ormai in fuga e spara alle spalle, il pericolo per la sua vita (o per quella dei suoi cari) è cessato. Diventa, per il codice penale, una reazione punitiva o una ritorsione. Su questo la Cassazione ha solo applicato il diritto: non si può difendere un bene patrimoniale (la refurtiva) sacrificando la vita umana, per quanto criminale sia il soggetto. La legge è legge, e non si piega alla rabbia del momento. E poi, tiriamolo fuori dai denti, invocare atti di clemenza a poche ore dalla sentenza può minare la fiducia nel sistema giudiziario. Lo scrivono i media di Francia, Spagna e Regno Unito. La giustizia non può essere amministrata da slogan, sondaggi, emozioni del momento. Ma che volete si comprenda se la politica oggi è frequentata da un gran numero di bifolchi.
Nella destra che raccoglie le firme per la grazia e con Nordio che prepara l’istruttoria, l’altolà di Mattarella ed il distinguo della Meloni
E qui si entra nel vivo della polemica politica. L’attivismo del Ministro della Giustizia Nordio ha creato un precedente istituzionale rischioso, giustamente frenato dal Quirinale. La Costituzione assegna il potere di grazia esclusivamente al Capo dello Stato (come ribadito dalla storica sentenza della Consulta del 2006) proprio per sottrarre questo provvedimento eccezionale e umanitario alle contese e alle convenienze elettorali dei partiti. Trasformare la grazia in un manifesto politico della destra è il rituale tentativo banale e semplicistico di delegittimare la magistratura. Ecco per chi vota un terzo del Paese. Sorprendente, ma comprensibile, il distinguo della presidente del Consiglio: “Chi commette reati non può essere risarcito. Basta paradossi”. Lo ha scritto lei stessa su X Twitter. Una scelta in linea con il fenomeno della disintermediazione, tipico della società di oggi. Dove il politico sceglie di non affidare il suo pensiero ad un grande giornale o in genere ai media, ma lo gestisce postandolo lui stesso sul suo profilo social. Un gesto comprensibile, anche se non giustificabile. La disintermediazione politica non appartiene a una sola fazione, ma è uno strumento adottato trasversalmente. È una pratica particolarmente cara ai movimenti populisti e sovranisti (soprattutto di destra, ma anche di sinistra) e ai leader che amano comunicare direttamente con i propri elettori scavalcando i partiti, i sindacati e i media tradizionali. Una scelta, quella di Giorgia, che lascia chiaramente trasparire il suo orientamento fisso verso l’obietivo da premier o, perché no, da Capo dello Stato. E’ tipico delle persone che concentrano le proprie energie su un singolo obiettivo che diventa il pensiero dominante ed esclusivo. Accade quando si è posseduti da senso di grandiosità. Perché si è convinti di possedere capacità straordinarie o di poter realizzare progetti irrealistici. Ma gli psichiatri lo attribuiscono anche a chi è dominato da inconcludenza, impulsività ed assenza di critica. Perché si è convinti di essere nel pieno delle proprie facoltà, non rendendosi conto dell’anomalia del proprio comportamento
Una grazia “politica” in un caso del genere sarebbe un messaggio devastante, un allarme democratico. Quale grazia, allora?
La prima grazia, quella politica, equivarrebbe ad un segnale che lo Stato abdica al proprio monopolio della forza e che il cittadino è autorizzato a farsi giustizia da solo. Sarebbe il crollo del patto sociale. Se ognuno diventasse giudice ed esecutore della pena in base al proprio trauma o alla propria rabbia, l’Italia regredirebbe a uno stato di natura, un Far West moderno dove ha ragione chi è più armato. Un po’, spiace dirlo, come negli Usa. Tutto questo, però, non esaurisce il problema. Perché il diritto conosce anche la clemenza. E sarebbe un errore confondere la fermezza della condanna con l’obbligo di eseguire integralmente una pena senza considerare il resto. Mario Roggero oggi ha settantadue anni. Ha agito dopo avere subito ripetute rapine, vivendo una condizione di esasperazione. Ed è qui che potrebbe entrare in gioco una seconda grazia, un istituto che troppo spesso viene evocato solo per ragioni politiche e quasi mai nella sua autentica funzione costituzionale: la grazia umanitaria ed equitativa del Presidente della Repubblica. Potrebbe essere concessa anche per estinguere la pena in misura parziale, in modo da farla rientrare nei limiti necessari per consentire al condannato di usufruire di una misura alternativa della pena, in relazione alla sua condizione soggettiva. Servirebbe a temperare il rigore della legge penale e ad adattare la pena a situazioni eccezionali legate alla persona del condannato.
Il Presidente Mattarella ha l’intelligenza, l’equilibrio, l’esperienza, la saggezza che non ha nessun politico di oggi in Italia
Sapranno guidarlo verso una giusta decisione Una grazia per umanità sarebbe una lezione per il mondo. Non equivarrebbe ad uno scandalo, non violerebbe la legge, non sminuirebbe la Costituzione, e soprattutto non sconfesserebbe la magistratrura. Che resta il pilastro, il baluardo dello Stato di diritto, il presidio fondamentale di garanzia democratica e di uguaglianza dei cittadini. In un mondo di arroganze politiche, di confusione caotica dei ruoli, di ignoranze e di inculture di chi oggi gestisce le istituzioni, urge un custode della Costituzione, una difesa contro abusi di potere e illegalità. Ed è proprio questa la mission della magistratura, in Italia e nel mondo. Intorno alla quale tutti i cittadini devono stringersi in una difesa comune, mettendo al bando i bifolchi.








