C’è una fontana, a Salerno, che nessuno vuole restaurare. E’ una fontana piccola, minimalista, quasi invisibile. Non ha rotatorie di grande traffico che la esaltino. Anche quando era in funzione, non attivava scrosci di ugelli rumorosi e spumeggianti. Anzi, stillava un piccolo rivolo d’acqua, come una fonte votiva di sacrale mormorio sonoro, quale si addice più a una preghiera che a un inno epico. Forse per questo il turbine di gloria che il De Luca rinato ha attivato per la celebrazione di San Matteo (e di sé stesso) l’ha ignorata. Parliamo della Fontana Feliceà, opera dell’artista Ugo Marano. Artista di fama internazionale, la disegnò e la realizzò personalmente più di trenta anni fa, all’inizio della rivoluzione deluchiana, quando gran parte della città credette veramente a una rinascita culturale, urbanistica e morale dell’intero contesto cittadino. Il clamore delle grandi opere non schiacciava ancora il consenso dei cittadini sulle magie illusionistiche degli annunci elettorali. Salerno recuperava immagine con il restauro del Centro Storico, il recupero dei percorsi urbani, gli spifferi di cultura alternativa incoraggiata anche nei quartieri. Si aveva l’idea, e la speranza, che mille rivoli di iniziative spontanee concorressero ad un concerto di creatività collettiva secondo i canoni che la gioventù degli anni ’70 aveva sognato per la riscossa della terra di Meridione. Teatro, cinema alternativo, luoghi di aggregazione, comitati di quartiere vigilanti ed ascoltati: la speranza dei colori della freschezza che ridipingessero l’aspetto dei palazzi e delle piazze. Perfino i manifesti di De Luca, in occasione di S. Matteo, puntuali, chiamavano a raccolta i salernitani per dare il loro contributo. “Ciascun cittadino senta come sua questa città”, recitava lo slogan puntualmente ogni anno. Nell’eternità del potere ultratrentennale di De Luca tutto questo è sparito già dopo i primi dieci anni. Il potere è diventato di cemento, letteralmente. L’elegia della rivoluzione gentile è evaporata; come l’acqua delle Fontane deluchiane, inariditasi dopo qualche anno dall’inaugurazione, lo slancio, annunciatosi come epocale, si è azzittito con la complicità dell’inerzia istituzionale del Comune. L’acqua vivifica è diventata luce notturna di Natale, sempre più stantia. E’ scomparsa, anzi, pure la luce. I lampioni gialli, che davano una veste di dignità novecentesca alla città, sono scomparsi nel buio di una illuminazione ridicola, frutto di un appalto, per versi incomprensibile, con una società della Montedison che raccoglie appalti di efficientamento per l’Italia promettendo progetti esecutivi, sì, esecutivi, cioè perfetti, per le città che virtuosamente vogliano risparmiare. E la cultura? Zero, anzi, sottozero. Nessuna attenzione al recupero del patrimonio artistico e storico del territorio. Solo vaghe promesse. Parole. In cambio, una crescita esponenziale del cemento, pubblico e privato. E adesso il recupero delle fontane. Già, ma in questi ultimi dieci anni almeno di abbandono dove stava De Luca, che pure tuonava dall’alto dei cieli di Palazzo Santa Lucia su ogni novità cementizia di Salerno? Adesso è tornato, e le fontane più vistose stillano latte e miele votivo per il Nume ritornato. Al solito, la spettacolarità e la visibilità. Che speranza poteva avere di rinascita la fontanella di Ugo Marano, che versava un rivoletto silenzioso da una brocca sospesa nell’aria per raccontare il profilo esile della bellezza, come il soffio della speranza? Restaurare quel piccolo capolavoro, unica fontana di un vero artista salernitano, proiettato con la sua figura alta, dignitosa, barbuta come la silhouette di un profeta, potrebbe essere almeno un segnale di pentimento dell’amministrazione comunale di Salerno rispetto ai peccati mortali di cui si è macchiata negli ultimi decenni.
Michelangelo Russo










