Di Olga Chieffi
Nella giornata di ieri, ha lasciato fisicamente il mondo dei vivi Gino Paoli. Nulla di più immortale è il musicista che ha lasciato un segno indelebile nel sentire del suo pubblico e anche di quanti non lo hanno amato. Considerato il padre dei cantautori italiani e il caposcuola dei genovesi, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, è stato il motore di una trasformazione del linguaggio dei temi della nostra canzone, che non ha precedenti. Il distacco tra il suo modo di comporre ed interpretare le canzoni e quanto lo ha preceduto è stato tale che fino alla fine è restato uno dei protagonisti indiscussi della scena cantautorale italiana. Inquieto, colto, dotato di una vena poetico-musicale di chiara derivazione francese, ha scritto ed eseguito alcune delle più belle canzoni d’amore degli ultimi settant’anni, contribuendo in maniera decisiva al rinnovamento in senso realistico e lirico del componimento-canzone. Una carriera straordinaria, anche se costellata di momenti difficili, una pallottola nel cuore, whisky, donne, sigarette, sempre percorrendo quella linea di confine dove la luce sposa quell’ombra, che è purtroppo in tutti noi. Il rapporto tra Paoli e Salerno è di vecchia data. Ci è stato raccontato quel 9 luglio del 1964 quando Gino Paoli, alla maniera dei Boppers, un anno dopo il tentativo di suicidio, cantò con le spalle rivolte al pubblico, “Lei (non è per me)”, una reinterpretazione del successo di Connie Francis del 1963, Your other love, una rassegna vinta a mani basse da Gianni Morandi con “In ginocchio da te”. Gino Paoli cantò di spalle al pubblico durante la tappa salernitana, principalmente per atteggiamento di protesta, disagio psicologico e anticonformismo. In primis protesta contro la “canzonetta”, Paoli, infatti, non amava la natura commerciale e competitiva del Cantagiro, che riteneva lontana dalla vera essenza della musica d’autore. Cantare di spalle era un modo per rifiutare le regole dello spettacolo, disagio interiore dopo il tentato il suicidio e il rifiuto di esporsi mediaticamente in un contesto pop, e un atteggiamento nichilista, anticonformista e disinteressato all’ approvazione diretta del pubblico nazionalpopolare. Dal 1964 in poi, Gino Paoli si è esibito numerose volte in Salerno e nella sua provincia, lo ricordiamo sul palco del Ravello Festival con Manuel Serrat con il quale ha schizzato Penelope e Mediterraneo, musicista al quale nel 1974, ha dedicato al cantautore spagnolo un intero album dal titolo “I semafori rossi non sono Dio”. Quindi, tre volte come ospite di Claudio Tortora, tra Salerno, sua la colonna musicale della presentazione alla città del C.O.S., con un concerto al Verdi, quindi a Paestum con l’orchestra e, in duo con Danilo Rea, all’arena del mare. Un empatico duo, questo, che nel 2014 firmò uno degli eventi speciali della XVII edizione dei Concerti d’Estate di Villa Guariglia, firmati da Antonia Willburger. Il concerto si intitolava “Due come noi….”, ovvero musicisti totali, in grado di sperimentare in ogni situazione, in ogni luogo, “senza fine” e senza regole. La definizione di jazz di Gino Paoli fu che “Il jazz è una mentalità. Quello che avviene in quel momento irripetibile”. Tutto il “nero” e il lirismo della canzone di Paoli, allora, fluì dal palcoscenico, grazie a quel dinamico duo, attraverso un repertorio basato sull’omaggio ai “vecchi amici”, quelli che volevano cambiare il mondo, e l’amore per l’autenticità della tradizione napoletana e francese, dalla quale la cultura musicale italiana non può prescindere. Ci piace scorrere per intero la scaletta di quella serata, per evocare al meglio la figura di Gino Paoli, esclusivamente attraverso la musica. L’apertura fu a sorpresa, una citazione di quella “furtiva lagrima”, il Si bemolle minore, la nona di dominante, diminuita, il blues di Nemorino, quella melanconia, quelle note che si nascondono in tutte le melodie appartenenti ai Sud del mondo e che ritrovammo “dentro” ciascuna canzone, attraversata dal “seme della contaminazione”, in uno stile narrativo del tutto diversi. Una esibizione non solo musicale, ma anche una precisa dichiarazione di intenti in chiave culturale e sociale, un’apertura la contaminazione della musica, delle migliore idee e valori. Le note più famose dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, preannunciarono l’anima del concerto, che si collocò in perfetto equilibrio tra la modernità degli arrangiamenti e la nostalgia dei tempi passati. Protagonista indiscusso, allora, non può che essere il ricordo, che per Paoli è tutto ciò che ci rimane di quanti, come lui ieri, abbiamo perso per strada. Occhi socchiusi e, seduto sul suo sgabello, si lasciò trasportare dai virtuosismi e dalle improvvisazioni di Rea su “Io che amo solo te” e “Bocca di rosa”, per poi regalare al pubblico un breve omaggio agli amici Tenco e Bindi, che si concluse, non a caso, con “Un addio”. Passaggio a Napoli, poichè tutto deriva da lì, con ‘O sole mio, Reginella e Passione: a questa città si deve, la forma canzone, così come viene praticata ancora oggi, alla tradizione partenopea si deve la nascita dell’interprete che evolve il belcanto, per cantare i versi alti di assoluti poeti. Quindi, i suoi classici, dai grandissimi successi, quali “La gatta” e “Sapore di sale”, a una versione sussurrata di “Che cosa c’è”, sino alle canzoni più pathite e romantiche come “Fingere di te”, “Vivere ancora”, “Una lunga storia d’amore”, la quasi recitata esecuzione di “Albergo ad ore”, traduzione italiana di Herbert Pagani di “Les amants d’un jour” di Edith Piaf, simbolo della sua ammirazione per gli chansonniers. Gino Paoli traversò, quella sera, epoche e culture, la sua vita, unendo poesia, musica e arte, creando un ponte tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, aprendo per tutti nuovi orizzonti con linee melodiche semplici, ma intense, “Il cielo in una stanza”, “Senza fine” e “Ti lascio una canzone”. Ma, “I ricordi prima o poi sbiadiscono e allora l’unica cosa che ci rimane è la musica”(Gino Paoli).





