Confermate per il Referendum le date del 22 e 23 marzo. Il Tar del Lazio respinge il ricorso del Comitato dei 15 che con la proposta di un nuovo quesito ha raccolto e depositato in Cassazione quasi 550 mila firme. Per i giudici “la pretesa dei ricorrenti è destituita di fondamento, non potendosi lasciar dipendere la deroga ad un precetto normativo primario chiaro, da un evento futuro ed incerto (l’ammissione del quesito referendario proposto dai promotori)”, a prescindere da quale tra i soggetti a cui l’art. 138 della Costituzione attribuisce l’iniziativa referendaria (almeno un quinto dei membri di una delle Camere o cinque consigli regionali o cinquecento mila elettori) abbia avanzato per primo la richiesta di Referendum. “Una volta, dunque, che uno dei soggetti sopra indicati si sia fatto carico di promuovere l’iniziativa referendaria – aggiunge il Tar – e la legittimità di essa sia stata positivamente vagliata dall’Ufficio centrale per il Referendum, non sussistono ragioni affinché l’Esecutivo differisca l’indizione del voto”.Il commento dei promotori arriva a stretto giro dal portavoce Carlo Guglielmi che spiega: “Abbiamo presentato ricorso al Tar il 13 gennaio scorso. A quella data avevamo raccolto circa la metà delle firme, e il pericolo che rappresentavamo chiedendo la sospensiva era che i cittadini, a fronte di un Referendum già fissato, smettessero di firmare. La nostra vittoria è stata che le persone, invece, hanno capito. E il numero delle firme giornaliere da allora in poi è più che raddoppiato portandoci a raggiungere la soglia delle 500.000 con dieci giorni di anticipo”. Esulta invece il centrodestra, a cominciare dal Guardasigilli Carlo Nordio: “La motivazione è di una chiarezza adamantina: trattandosi di un Referendum confermativo, una volta che si sia determinata una condizione per il suo svolgimento, in questo caso la richiesta parlamentare, le altre, come le cinquecentomila firme, sono inammissibili perché superflue, come avevamo detto sin dall’inizio. Si è trattato di un espediente dilatorio che speriamo sia anche l’unico”. Soddisfatto il senatore Pierantonio Zanettin di Forza Italia, convinto che il ricorso fosse “privo di qualsiasi fondamento giuridico”, mentre il capogruppo azzurro in Senato Maurizio Gasparri suona la carica: “Ora concentriamoci sulla scadenza referendaria”. Dal Comitato ‘Giusto dire No’, il presidente Enrico Grosso assicura: “La nostra campagna d’informazione continua, forte dell’interesse crescente che nelle ultime settimane hanno mostrato i cittadini”.Ma a far alzare i toni delle opposizioni è, più della decisione del Tar, la bocciatura degli emendamenti al dl Referendum per il voto dei fuorisede su cui la stessa Elly Schlein aveva chiesto alla premier Giorgia Meloni un ripensamento: “Siamo in un paese che ha visto l’astensionismo andare oltre il 50% – l’appello non raccolto della segretaria dem – Ci eravamo illusi che fosse un problema sentito da tutte le forze politiche. Evidentemente ci eravamo sbagliati”. Gli emendamenti bocciati, a firma Più Europa, Pd, M5S Avs, Azione, Iv, puntavano a consentire a lavoratori e studenti fuorisede di votare al Referendum anche fuori dal comune di residenza. Ma sul punto il parere del Governo è stato da subito contrario perché, secondo la sottosegretaria Wanda Ferro, ci sarebbero stati “dei problemi tecnici dovuti ai tempi”.”Temo che l’unica vera ragione sia il fatto che questo è un Referendum confermativo senza quorum”, il commento della deputata dem Marianna Madia, prima firmataria dell’emendamento Pd. Per Vittoria Baldino (M5S), la maggioranza “non vuole permettere ai cittadini fuorisede di votare al Referendum e si nasconde dietro presunte esigenze tecniche, ma dovrebbe assumersi la responsabilità di dire che questa è una scelta politica”, mentre secondo il segretario di Più Europa Riccardo Magi “la scelta é uno schiaffo a tutti quei milioni di italiani che lavorano e studiano fuori”. E Filiberto Zaratti di Avs sentenzia: “La verità è che hanno paura del voto”.





