di Erika Noschese
Segnatevi la data sul calendario, possibilmente con un inchiostro che sbiadisca in fretta: l’11 gennaio. Non perché accadrà qualcosa di memorabile, ma perché sarà il giorno in cui la politica salernitana celebrerà il suo rito di onanismo burocratico più alto. Mentre i comuni mortali saranno impegnati a capire come far quadrare i bilanci familiari dopo le feste, l’élite degli amministratori locali si chiuderà nelle stanze di Palazzo Sant’Agostino per eleggere il nulla cosmico. È la democrazia ridotta a un torneo di bridge tra pochi intimi, dove il mazzo è truccato, i giocatori sono sempre gli stessi e il premio finale è una poltrona in un ente che, per decenza e logica istituzionale, avrebbe dovuto chiudere i battenti da un decennio. Benvenuti alle elezioni provinciali di Salerno, il gran galà dell’invisibilità istituzionale. Dobbiamo dircelo con la crudeltà che solo la verità può permettersi: la Provincia di Salerno è oggi una sorta di arto fantasma. Non c’è più, ma la politica continua a sentire un prurito irresistibile ogni volta che si tratta di occupare spazi. È un ente in stato vegetativo, svuotato dalla sciagurata Legge Delrio ma mantenuto in vita artificialmente come un simulacro di potere che serve solo a se stesso. A cosa serve oggi la Provincia? A asfaltare tre buche l’anno gridando al miracolo? A gestire scuole che reggono per scommessa con la forza di gravità? No, serve soprattutto come parcheggio per le ambizioni di chi, non potendo ambire a palcoscenici nazionali o regionali, si accontenta di recitare la parte del “potente di provincia” in un teatro senza pubblico, senza applausi e, soprattutto, senza utilità. In questo deserto di idee e di portafogli vuoti, l’unica nota di colore – o forse l’unico sussulto di vita – è rappresentato da Francesco Morra. Bisogna dargliene atto: in un’amministrazione provinciale che ha la vitalità di un acquario senz’acqua, Morra è uno dei pochi salvabili, se non l’unico che prova a dare un senso alla propria delega. Ma è proprio qui che il sarcasmo si fa amaro. Morra, l’iperattivo della cultura, si ritrova a dover giocare una partita solitaria, inventando campagne di comunicazione “future” che somigliano a messaggi in bottiglia lanciati in un oceano di indifferenza. La sua mossa sulla Biblioteca Provinciale è, a onor del vero, l’unica azione degna di nota prodotta da un ente che solitamente brilla per il nulla. Portare a casa tre milioni di euro per la cultura, di questi tempi, è quasi un miracolo laico. Tuttavia, anche il migliore della classe cade nel vizio della “memoria selettiva”. Purtroppo, per onestà intellettuale, occorre precisare che quei tre milioni non sono un tesoro scoperto per caso o un nuovo stanziamento frutto di chissà quale negoziazione dell’ultima ora. Sono gli stessi, identici fondi del 2019, quelli dell’accordo quadro tra Comune di Salerno, Provincia e Scabec. Un lavoro lungo, faticoso, ereditato dal passato, che oggi viene presentato come un trofeo fresco di conio. È la politica del “presentismo”: prendo un merito che viene da lontano, gli tolgo la polvere e lo vendo come farina del mio sacco. Un peccato veniale, si dirà, vista la desolazione circostante, ma indicativo di quanto si debba scavare nel passato per trovare un briciolo di futuro. Mentre Morra tenta di animare le macerie, il Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, si muove tra le pieghe di queste elezioni provinciali con la grazia di un fantasma. La sua elezione è passata così tanto in sordina che persino i suoi consiglieri potrebbero aver dimenticato di averlo votato. Ma d’altronde, Napoli è l’uomo del “non scontentare nessuno”. È stato eletto in un contesto talmente ovattato da far sembrare una biblioteca un concerto rock: un equilibrio millimetrico dove ogni respiro era calcolato per non urtare la sensibilità di chi, a Salerno, decide vita, morte e miracoli di ogni carriera politica. Napoli vive in una perenne sala d’attesa, con una data di scadenza che appare ogni giorno più imminente sulla fronte. Non decide, non graffia, non propone. Aspetta. Aspetta un cenno, un battito di ciglia, un segnale di fumo che arrivi direttamente da piazza della Concordia, dal quartier generale del Viceré Vincenzo De Luca. È un inquilino con le valigie già pronte sul letto: appena il “Capo” darà l’ordine, lui raccoglierà le sue cose e lascerà sia il Comune che la Provincia, senza lasciare traccia, come un ospite che non vuole disturbare nemmeno il maggiordomo. La sua è una parabola politica che si conclude in un silenzio tombale, specchio fedele di una città che ha smesso di discutere per limitarsi a ubbidire, in attesa del prossimo trasloco istituzionale. Le fasi di questa “campagna elettorale” per le Provinciali meriterebbero uno studio sociologico sulla timidezza e sull’inconsistenza. Abbiamo assistito a una propaganda talmente silenziosa da risultare quasi mistica. Da una parte i “giganti” del post su Facebook, quelli che hanno annunciato la candidatura come se stessero confessando un peccato segreto, e dall’altra una massa informe di candidati che, ad oggi, risultano meno rintracciabili di un latitante. Non c’è un tema, non c’è una visione, non c’è nemmeno la voglia di fingere che queste elezioni servano a migliorare la vita dei salernitani. È il trionfo del “voto ponderato”, quella formula magica che permette ai politici di scegliersi tra loro, eliminando fastidiose variabili come il parere del popolo. Un sistema che trasforma la rappresentanza in un mero calcolo aritmetico da ragionieri della poltrona. In questo squallido quadretto, non può mancare il tocco di colore delle coalizioni. Qui la commedia si fa farsa. Ogni volta che si avvicina il voto provinciale, i leader delle coalizioni si scatenano in filippiche memorabili contro l’assurdità del voto indiretto. Denunciano il “furto di democrazia”, invocano il ritorno al suffragio universale, si stracciano le vesti per il popolo sovrano esautorato. Poi, puntualmente, dieci minuti dopo aver incassato si riuniscono in un silenzio religioso che sa di rassegnata complicità. La loro vera aspirazione? Non è certo restituire il potere ai cittadini, ma partecipare alla spartizione della torta, magari sperando in una riforma elettorale che – paradossalmente – garantisca sempre meno partecipazione popolare, unico vero fastidio per chi vuole gestire il potere in salotti ristretti. Amano definirsi alternativa, ma sono solo il riflesso sbiadito del sistema che dicono di voler combattere. Gridano alla riforma, ma tremano all’idea che il popolo – l’unico vero protagonista mai invitato a questa bellissima democrazia – possa davvero tornare a decidere qualcosa. L’11 gennaio, dunque, si chiuderà il sipario su questa recita a soggetto. Qualcuno festeggerà una vittoria inutile, qualcun altro contesterà una sconfitta prevista, e la Provincia di Salerno continuerà a essere quello che è da anni: un guscio vuoto, un simulacro di istituzione che serve solo a giustificare la propria sopravvivenza burocratica. Rimane l’amarezza per un territorio ridotto a scacchiere per poche pedine, dove la cultura è il merito di chi sa “aspettare” i fondi del passato e la politica è un’attesa servile di ordini superiori. Se questa è la nostra democrazia, è una democrazia che ha paura della luce e preferisce l’ombra dei corridoi. Tra un consigliere provinciale che si agita nel vuoto e un Napoli che aspetta il permesso di uscire di scena, a restare davvero a piedi sono solo i cittadini. Quelli che pagano il biglietto per uno spettacolo che, per fortuna o purtroppo, non potranno nemmeno vedere.





