Mozart Requiem nella bacchetta “sola” di Sipari - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Mozart Requiem nella bacchetta “sola” di Sipari

Mozart Requiem nella bacchetta “sola” di Sipari

Olga Chieffi

Marco Moresco, nuovo direttore artistico della ICO Suoni del Sud, nata sotto l’egida dell’ Istituzione Sinfonica Abruzzese del suo primo direttore artistico Ettore Pellegrino, ha deciso di dare l’abbrivio alla V stagione della giovane orchestra, appena rinnovata nei suoi ranghi da nuove audizioni, con un omaggio a Wolfgang Amadeus Mozart, scegliendo due pagine opposte, la sorridente ouverture da “Le nozze di Figaro”, che cederà il testimone alla inarrivabile Messa da Requiem in Re minore K626. Un concerto con un titolo impegnativo ed altamente emozionale, per il quale il direttivo della istituzione si è totalmente posta nel sentire e nella bacchetta del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, con due formazioni aquilane, la Corale Gran Sasso, famosa per la ricerca sui canti folkloristici d’Abruzzo, con al sua attivo diversi cd di questo genere, preparata dal Maestro Carlo Mantini e la Corale Novantanove, alle soglie del cinquantesimo dalla fondazione, un gruppo appassionato di polifonia, guidata dal Maestro Ettore Maria Del Romano, mentre i quattro solisti ospiti, nomi svelati solo a qualche giorno dal concerto, saranno il soprano Veronica Granatiero, sorella e allieva della presidentessa dell’ Orchestra, Libera, anche ella cantante, il mezzosoprano Michela Nardella, il tenore Fabio Serani e il basso Giuseppe Nicodemo. Questa sera, l’appuntamento con il tributo al genio di Salisburgo è alle ore 20,30 al Teatro Umberto Giordano di Foggia. “Torno dopo due anni – ha dichiarato il Maestro Sipari – ad inaugurare la stagione di questa orchestra, essendoci incontrati per la prima volta sul palcoscenico dell’Umberto Giordano per un gala celebrativo del centenario della scomparsa di Giacomo Puccini, autore che è parte di me, unitamente alla musica sacra, per la quale sarò di nuovo alla testa dell’ICO Suoni del Sud. Certo, non è semplice pensare al Requiem di Mozart per un concerto inaugurale ma, forse, in questo momento abbiamo bisogno di credere in un mondo migliore, come fece Wolfgang. Questo è un capolavoro che ho diretto tante volte, e con grande piacere ricordo la registrazione con Donata D’Annunzio Lombardi, Annamaria Chiuri, Luciano Ganci e Alberto Gazale, forse irripetibile. E’ un pezzo che è maturato negli anni, passando dalla esuberanza giovanile alla ricerca di un tempo e un climax che guarda oggi all’Oltre, all’infinito istante, attraverso quel “pathire” che è imposto dalla vita stessa, ovvero il superamento estatico della ragione, che è, e continua ad essere, riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia dei suoni, della luce delle cose. Mozart si pone in modo veramente diverso dagli altri Requiem, che ho diretto, Verdi in primis, che ingaggia quasi una lotta con Dio, e che forse non risolve, Brahms austero, consolatorio e protestante, il quale non utilizza il testo latino, ma passi della Bibbia in tedesco, concentrandosi non sul giudizio divino, ma sul conforto per chi resta e Faurè, raffinato, intimo e sereno, il quale elimina il Dies Irae, quindi la paura per focalizzarsi sul riposo eterno e sulla pace, quasi una Ninna-nanna. Ricordo il mio Maestro Aurelio Jacolenna che vedeva le mie prime esecuzioni troppo drammatiche e contrastate e che ora solo intendo, come un dialogo personale con Dio, in modo quasi cameristico, nell’affidarsi con estrema consapevolezza nelle Sue mani senza temere nulla, con la certezza assoluta di venire ascoltato e accolto. Un momento, questo, che ha la sua sintesi proprio nel Recordare, ove il testo che fa parte della sequenza, si focalizza sulla richiesta di misericordia a Gesù e la musica sposta l’attenzione dalla paura della dannazione alla speranza della salvezza personale, nella luce del Fa maggiore, quindi il La minore del Confutatis e il Do maggiore positivo della chiamata tra i Benedetti del Voca me.”. La serata principierà con le note che aprono la folle journée delle Nozze di Figaro, la cui musica si presenta con una limpidezza cristallina, sfavillante e brillante, riflettendo una giovinezza creativa che può risultare anche snervante, caratterizzata da una ripetizione incessante di trilli, esitazioni, stoccate, morsetti, capricci, gridolini. Quindi, l’altro volto di Mozart, la Messa da Requiem in Re minore K626, un titolo molto importante, arduo da penetrare a pieno in qualche prova, nonostante sia nelle mani di un direttore che coi giovani riesce molto bene. Il Requiem affonda le sue radici nei rapporti di Mozart con i fratelli masso di vecchia data. Rapporti che trovano riflessi nella produzione del compositore, non solo nelle opere dedicate alle cerimonie delle logge o nella trasposizione drammatico-musicale dei loro riti, dove cui “Die Zauberflote”avrebbe toccato l’apice di un processo che si riallacciava all’opera giovanile “Bastian und Bastienne”, ma anche nel ricorso all’uso di una simbologia musicale che comprendeva, tra gli altri aspetti , la scelta della timbrica e della tonalità, nel segno del tre. Pensare l’ultimo Mozart è pensare all’indimenticato Maestro Giovanni De Falco il quale era aduso svelare i misteri del corno bassetto e del clarinetto bassetto, della collaborazione dei fratelli Stadler con il viennese Johann Theodor Lotz, della particolare forma a compasso, ottenuta da un gomito in avorio, simbolo della massoneria, poiché quello strumento doveva essere suonato e inteso esclusivamente dagli iniziati. Dopo il quintetto trascorrono due anni prima che Mozart impieghi la tonalità del La Maggiore in un’opera strumentale e quando la usò fu ancora per un pezzo per clarinetto bassetto dedicato a Stadler. Il progetto del Concerto K622 nasce nel 1787 quando Lotz non aveva ancora pronto il suo ultimo modello di clarinetto, presentato da Stadler l’anno successivo in concerto, e Mozart lo concepì per corno bassetto in sol. Le opere sono certamente imparentate, dieri “affratellate”, da quella delicata affettuosità, da quel tono di intimo convincimento che il futuro dell’umanità sarà fraterno o non ci sarà futuro. Agli inizi del 1791 Mozart scrive a Costanze che stava alle terme di Baden dicendole di aver terminato di “orchestrare” “il Rondò di Stadler”, si è appena tenuta la prima del “Die Zauberflote” e con la mente Amadeus è già al Requiem, ma anche alla cantata massonica “Das Lob des Freundschaft. Tutto si incastra, come le tessere di un mosaico, ove l’adagio del concerto per clarinetto è la chiave per l’invenzione della gioia eterna che ritroviamo in questa messa. Teatrale è l’attacco, ora in tempo Allegro, e a piena orchestra, della monumentale fuga che dà corpo al successivo Kyrie, che ha la particolarità “antiaccademica” di far precedere la risposta dei soprani al soggetto esposto dai bassi e al controsoggetto dei contralti. Tale persistenza nella regione del Re minore dà vita al maggior colpo di teatro di questa partitura, laddove la coda del Kyrie si unisce, quasi senza soluzione di continuità, al primo dei sei numeri della Sequenza, il “Dies irae”, ancora in re minore. Qui si assiste a un’esplosione di terribilità che non è improprio definire “espressionistica”: il ritmo è ossessivo e sottoposto a processi di diminuzione vieppiù incalzanti, le dinamiche sono tutte vergate nel registro del forte, trombe e timpani raffigurante il Dio judex est venturus. Il suono imponente di un trombone tenore, ripreso dalla voce del basso, simboleggia il segnale che raccoglierà tutti di fronte a Cristo. Ecco dunque il secondo numero della Sequenza, il “Tuba mirum”, che viene poi replicato all’interno del terzo numero di essa, il “Rex tremendae”, in sol minore. Qui l’invocazione omoritmica delle voci del coro al Rex è seguita dalla infinita dolcezza dell’uomo che si rivolge a questo Dio per domandargli “salva me, fons pietatis”. Si passa, quindi, in fa maggiore, all’intreccio delle quattro voci soliste che dà vita al “Recordare”, un momento di stasi destinato a preparare un nuovo climax: quello che ha luogo nel successivo “Confutatis”, in la minore, dove il ritmo vorticoso e violento dell’orchestra accompagna le voci virili mentre rappresentano le fiamme del giudizio divino. L’ultimo numero della Sequenza, il “Lacrimosa”, è il brano di cui Mozart compose solo le prime otto battute: quanto basta, a ogni modo, per conferirgli il suo carattere espressivo. I due numeri dell’ Offertorium, il Sanctus, il Benedictus e l’Agnus Dei, meno convenzionali di quanto non si sia detto, sono scritti da Süßmayr, il quale termina con un Communio nel quale si riascoltano ciclicamente i materiali dell’ Introitus e del Kyrie, come pare avesse prescritto oralmente lo stesso compositore salisburghese sul letto di morte.