La cultura della mediazione politica - Le Cronache Attualità
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La cultura della mediazione politica

La cultura della mediazione politica

Salvatore Memoli

Credo che si debba ritornare, da parte dei partiti e delle istituzioni, ad un processo fondamentale per comporre gli interessi divergenti, con il quale negli anni passati si sono compiuti notevoli passi in avanti. Penso alla necessità di ritornare alla mediazione politica con la quale, a partire dai costituenti, i politici hanno risolto i conflitti sociali e politici, trasformando le diverse posizioni in sintesi condivise. Alla base di questo processo c’era un elemento importante che accomunava tutti chiamato pluralismo. Il conflitto fine a se stesso é bloccante, paralizza il cammino politico e arrugginisce le istituzioni, in attesa di soluzioni che nessuno conosce da dove possano arrivare. La cultura della mediazione ha un suo naturale nemico nella logica della maggioranza che, oggi, presiede le regole democratiche delle leggi elettorali. Il clima sospettoso, irriverente, belligerante delle classi politiche trova la forza di paralizzare la democrazia e di far precipitare la situazione nei regimi corporativi, dove tutto é ridotto a confronto muscolare. Non per spirito di casacca, che sarebbe riduttivo e pregiudizievole, credo valga la pena ricordare che nei principi ed ideali della Democrazia Cristiana esisteva un riferimento che era “l’interclassismo”, una concezione politica e sociale che serviva per promuovere la collaborazione e l’armonia tra le diverse classi sociali, per promuovere la conciliazione degli interessi. Ne erano propugnatori e sostenitori Don Luigi Sturzo ed Alcide De Gasperi. Il loro intento era quello di unire i lavoratori e gli imprenditori, in questo modo si percorreva una strada politica che incentivava la solidarietà, un utile aiuto per chi era in difficoltà, basandosi sulla consapevolezza di un destino comune. A questi principi politici facevano sponda altre posizioni, tra cui “ la lotta di classe”, un’idea politica di sinistra basata sul convincimento della divisione tra borghesia e proletariato, per arrivare al controllo del potere statale e la distribuzione delle risorse. Su questo presupposto il marxismo spinse per arrivare alla sconfitta del capitalismo. Tra le diverse posizioni ideologiche e politiche esisteva esisteva una serie di sfumature politiche che hanno prodotto il deterioramento degli stessi ideali con l’avvento di un pragmatismo dei risultati che ha portato al disconoscimento delle ragioni superiori dello stare insieme per costruire e non per demolire la società. Su questa linea della cultura della maggioranza sulla quale si fonda anche la nostra legge elettorale pare che tutto si sia definitivamente diviso tra buoni e cattivi, vincitori e vinti, bianco e nero, destra e sinistra. Una constatazione di supponenza che spinge tutto verso il conflitto, non soltanto i grandi temi, anche le piccole cose valgono in dipendenza di chi lo ha detto e, soprattutto, se il propugnatore ha vinto o perso le elezioni politiche. Ci sono persone che non si rendono conto di ciò che é utile, che non ragionano più con obiettività e raziocinio, che sostengono una tesi perché la propugna la loro parte politica o sindacale. A catena questo processo dilaniante, oltre a stracciare la capacità comune d’individuare le risposte idonee al governo di tutti, disperde quella forza naturale del popolo d’intuire correttamente le soluzioni che fanno bene a tutti. La canea si trasferisce nei dibattiti che sono monologhi presuntuosi e saccenti, non in grado di garantire serenità a tutti. La cultura della maggioranza sacrifica la minoranza e le idee pluraliste, quelle buone che richiedono garanzia per condividere le soluzioni. La mediazione é un’arte naturale per molti ma é anche un bene supremo che si coltiva, si costruisce, si modella sulla grandezza di un popolo che guarda lontano e al futuro. La cultura dei blocchi contrapposti genera odio e risentimenti, voglia di rivalsa e di annullare il competitore. Se esistesse una griglia del bene comune bisognerebbe farci passare tutte le idee, non solo per tutelare una minoranza bensì per conservare le idee buone per i tempi opportuni. Non sarà mai la cultura dei vincitori a determinare il bene comune soprattutto se a scapito dei vinti. Il bene comune non richiede la lotta degli opposti, suggerisce il dialogo che si affina con il rispetto dei più deboli. Questi principi democratici pluralisti non sopportano le prove muscolari, le velleità, le convinzioni che chi vince ha ragione. Su questa linea si dovrebbero costruire, senza qualunquismi, il governo delle cose di tutti. Il futuro non può essere affidato a blocchi belligeranti. Il futuro appartiene a chi sa dialogare ed accetta la sconfitta non come onta personale ma come stadio per migliorare la sua capacità d’integrarsi e d’integrare le idee buone. La cultura della mediazione non é soltanto una strada politica, in più é una grande virtù laica.