Inchiesta su Poste Italiane - Le Cronache Cronaca
Cronaca

Inchiesta su Poste Italiane

Inchiesta su Poste Italiane

di Peppe Rinaldi

La stallo burocratico causato da Poste Italiane, che da tre mesi priva un’anziana donna residente in un centro della Piana del Sele dell’assegno sociale, unico sostegno economico per la propria sopravvivenza, non è più solo un «disservizio» postale da dibattere tra sportelli e reclami formali. Da qualche giorno la vicenda è entrata ufficialmente a Palazzo di Giustizia, si tratta ora di capire la traiettoria che prenderà. La denuncia-querela contro Poste presentata dal legale della donna è stata, infatti, formalmente acquisita ed è ora al vaglio della procura della repubblica di Salerno: se ne occuperà il sostituto procuratore Antonio Barba, chiamato a valutare l’eventuale sussistenza di profili penalmente rilevanti e a decidere sull’esercizio dell’azione penale nei confronti di chi ha disposto e gestito il blocco, una volta individuato il funzionario o dirigente responsabile di settore, s’intende. L’ingresso della magistratura segna un punto di svolta in una storia che trascende la semplice inefficienza per sfociare nel dramma sociale e umano. Questo giornale se ne sta occupando sin dall’inizio del caso e continuerà a farlo finché la faccenda non avrà l’esito dovuto: in un senso o nell’altro. Per comprendere la gravità del quadro occorre ripercorrere i contorni di una storia iniziata lo scorso primo luglio (in verità da mesi prima ma a luglio tutto è precipitato). È da quella data che Poste Italiane mantiene «congelato» l’assegno sociale destinato all’81enne, residente nella Piana. Un contributo fondamentale, dalla natura assistenziale e alimentare, senza il quale la donna è stata privata dei mezzi minimi per fare fronte alle spese quotidiane, all’acquisto dei farmaci e al sostentamento primario. E’ circostanza nota, oltre che giuridicamente sostenuta da ogni orientamento legislativo e giurisprudenziale, che il cosiddetto “minimo vitale” del cittadino italiano, pari a 768,00 euro mensili, non possa e non debba in qualsiasi maniera essere aggredito, pur in presenza di crediti fondati e certi. Nonostante le sollecitazioni, le istanze formali e i tentativi di risoluzione bonaria messi in campo dalla difesa della donna, la struttura di Poste Italiane continua a far spallucce: saranno, forse, tutti indaffarati per la gigantesca operazione finanziaria con Tim, la fusione “Opas” strombazzata da mane a sera su tutti i canali informativi possibili. E mentre lo spirito di Poste viaggia verso il futuro (“Il futuro viaggia veloce, noi viaggiamo con voi”, recita un altro spot di questa estate) sembra che poco sia cambiato nella mentalità «spagnolesca» di alcuni dirigenti che, a distanza di mesi, affrontano il problema barricandosi dietro verifiche procedurali o cavilli interni mai del tutto chiariti: e questo, quando rispondono alle «suppliche», diversamente neppure si degnano di dare segnali. Una paralisi ingiustificata che ha trasformato un diritto garantito dallo Stato (e dalla Costituzione) in un’estenuante attesa a tempo indeterminato. Di fronte all’invalicabile inerzia dell’ente, la decisione del legale di depositare una circostanziata denuncia è stata l’unica strada percorribile per tutelare l’incolumità stessa della propria assistita. Ora la palla passa al magistrato inquirente. Spetterà al pm Barba analizzare il materiale probatorio allegato alla denuncia, ricostruire la catena di responsabilità individuali all’interno della filiera aziendale e dirigenziale di Poste e procedere con le opportune iscrizioni nel registro degli indagati: sarà questione di tempo, certo, ma prima o poi il responsabile di questa grave ingiustizia potrebbe essere chiamato a risponderne e, con lui, la stessa Poste Italiane. La vicenda dell’anziana della Piana del Sele rappresenta il simbolo di un cortocircuito che vede spesso il cittadino debole soccombere di fronte al cinismo degli apparati. Se l’obiettivo di un sussidio sociale è garantire la dignità della persona, il suo blocco arbitrario per mesi è un atto di plateale gravità. L’apertura del caso nella procura di Salerno e l’assegnazione delle indagini al dottor Barba interrompono adesso il silenzio. Non si tratta più solo di sbloccare una somma di denaro spettante di diritto, ma di accertare fino a che punto l’arroganza della burocrazia possa spingersi prima di calpestare le leggi dello Stato e i diritti fondamentali della persona.