I tre preti hanno agito da soli o il Vescovo ha fatto finta di nulla? - Le Cronache Ultimora
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I tre preti hanno agito da soli o il Vescovo ha fatto finta di nulla?

I tre preti hanno agito da soli o il Vescovo ha fatto finta di nulla?

Nelle dinamiche interne di una diocesi, i gesti pubblici di un Vescovo non sono mai casuali. Quando un pastore decide di manifestare apertamente vicinanza e solidarietà a un sacerdote — come nel caso di don Gentile — lasciando apparentemente in secondo piano altre figure come don Virgilio e don Antonio, si sollevano inevitabilmente interrogativi e tensioni all’interno della comunità e del presbiterio. Cosa si cela dietro questa disparità di trattamento percepita? Come mai Bellandi che non visita un sacerdote malato e non celebra per la morta di un congiunto di un prete ma trova il tempo per andare a giustificare azioni o gesti di don Gentile, il quale non risponde a domande chiare. Nel governo di una diocesi, il Vescovo tende a muoversi secondo criteri di opportunità istituzionale e diplomatica. La solidarietà pubblica a don Gentile viene spesso calibrata in base al ruolo ufficiale ricoperto o all’esposizione mediatica del momento. Al contrario, quando si ravvisano dinamiche di condizionamento o pressioni interne l’autorità diocesana preferisce gestire la crisi “a porte chiuse”. La verità però è che anche i vicari foranei convocati di sabato mattina tra caldo e traffico è stato un flop, serviva per esprimere solidarietà ,ma la riunione non ha prodotto gli effetti che desiderava don Gentile. Ha incassato il nulla e si deve accontentare di qualche foto con cardinali o di solidarietà con amministratori, vicari scelti da Bellandi e non dal clero. Come si sa non hanno personalità giuridica ma solo di consultazione e dovrebbero essere convocati per discutere della pastorale diocesana cosi assente in diocesi. Questi hanno bocciato il pensiero del Vescovo che voleva ottenere qualche accenno di solidarietà verso il suo pupillo don Gentile, ha trovato, invece, un gruppo coeso e soprattutto capace di dire no a logiche poco chiare e poco trasparenti. Mentre da un lato si tira fuori il bilancio della Salerno Opera dall’altro non si risponde a domande legittime ma che fanno pensare che dietro si cela qualcosa che a noi al clero e al popolo santo di Dio e’ oscuro. Si vuole conoscere invece le motivazioni dei tre preti: hanno agito da soli escludendo il Vescovo nell’assumere i familiari o invitare a stipulare assicurazioni oppure in tutto questo il Vescovo sapeva e fa finta di nulla? D’altronde il suo silenzio, la sua solidarietà al chiacchierato don Gentile la dice lunga. Ora è il tempo della verità se si vuole il bene della comunità ecclesiale. Allora è sempre più chiara la logica che vige nel Palazzo di via Roberto il Guiscardo, in quanto un documento contabile che, per legge e per statuto di impresa sociale, dovrebbe essere accessibile e improntato alla massima trasparenza, diventa pubblico solo come atto di reazione a un’inchiesta giornalistica? Nelle dinamiche del potere, la trasparenza reattiva non è vera trasparenza: è gestione del danno. Oggi si comprende il perché è stato allontanato don Ugo de Rosa e non altri sacerdoti della Fondazione, solo perche chiedeva trasparenza , come è dovere di un ente ecclesiale . Ora i fedeli si chiedono: I benefici di questo ricavato, servirà alla manutenzione di questi edifici? All’orizzonte non si vede ancora nulla , ma, si dice, solo delle auto comprate ai vari dirigenti . Basta poco per fugare ogni dubbio Se i conti sono in ordine, se la valorizzazione turistica produce gli utili sperati e se l’impatto sul territorio è positivo, l’ostensione del bilancio dovrebbe essere l’orgoglio del management. Mostrarlo solo quando i giornalisti iniziano a scavare trasforma un normale atto amministrativo in una “confessione tardiva”. Alimenta l’idea che, senza la pressione dei media, quei numeri sarebbero rimasti confinati nelle stanze dei bottoni. Questo non fa bene alle istituzioni coinvolte e mina il rapporto di fiducia con i cittadini, che pagano i biglietti e vivono quegli spazi. La Diocesi di Salerno-Campagna-Acerno è l’architrave spirituale e proprietaria di questo immenso patrimonio. Cosa guadagna da questo schema societario? Il vero problema, però, è il guadagno mancato in termini di credibilità. Quando la Diocesi avalla (o subisce) una strategia comunicativa fatta di silenzi e pubblicazioni dell’ultimo minuto, il danno d’immagine supera di gran lunga il beneficio economico delle cassa. Nessuno mette in dubbio che la cultura abbia dei costi e che i musei vadano gestiti con criteri di efficienza scientifica ed economica. Ma la Chiesa non è una holding e il patrimonio storico-artistico salernitano non è una catena di montaggio turistica. Se Salerno Opera vuole davvero essere un’impresa sociale, deve capire che la rendicontazione sociale non si fa per difendersi dai giornalisti, ma per dialogare con la città. Fino a quando i bilanci usciranno dai cassetti solo sotto dettatura della cronaca, il sospetto che dietro l’arte sacra si celi una profana cassaforte, resterà legittimo. La Diocesi ha il dovere morale di aprire quelle porte prima che qualcuno sia costretto a bussare con un microfono in mano.