di Erika Nosches
C’è qualcosa di profondamente stonato, e per certi versi persino offensivo, nello spettacolo politico al quale stiamo assistendo in queste ore. Da una parte ci sono gli autotrasportatori, i piccoli imprenditori, i lavoratori che non riescono più a sostenere i costi della propria attività. Dall’altra c’è una politica che sembra aver scoperto improvvisamente il caro carburanti, il peso delle accise, le difficoltà delle famiglie e il rischio concreto che un’intera filiera economica possa fermarsi. E, come spesso accade, quando esplode una protesta, arrivano anche le fotografie. Tante fotografie. Sorrisi, strette di mano, dichiarazioni di solidarietà, post sui social. Tutti presenti, tutti vicini ai lavoratori, tutti pronti a rivendicare attenzione e sensibilità. Peccato che, fino a qualche giorno fa, quella stessa attenzione sembrasse decisamente meno urgente. Salerno è stata paralizzata dai Tir, con ripercussioni pesantissime sulla circolazione, sulle attività commerciali e sulla quotidianità dei cittadini. Distributori presi d’assalto, automobilisti in coda, commercianti preoccupati per gli approvvigionamenti e famiglie costrette a fare i conti con l’ennesima emergenza. Ma sarebbe troppo semplice, oltre che ingiusto, fermarsi ai disagi provocati dalla protesta. Dietro quei mezzi fermi ci sono persone che lavorano, famiglie che dipendono da uno stipendio, imprenditori che ogni mattina devono fare i conti con spese sempre più alte e margini di guadagno sempre più ridotti. Persone che non chiedono privilegi, ma condizioni dignitose per continuare a lavorare. E qui entra in gioco la responsabilità della politica. A cominciare dal governo nazionale, al quale spetta il compito di individuare risposte concrete a una crisi che non nasce certamente oggi. Il caro vita non è un’emergenza improvvisa, così come non lo sono le difficoltà del settore dell’autotrasporto. Sono problemi che si trascinano da tempo, aggravando progressivamente la condizione economica di famiglie e imprese. Eppure, ancora una volta, sembra che per ottenere attenzione sia necessario arrivare allo scontro, bloccare le strade, paralizzare la distribuzione delle merci e mettere in difficoltà intere comunità. È legittimo chiedersi perché si debba arrivare a questo punto. Perché le risposte arrivino soltanto quando il disagio diventa ingestibile. Perché chi governa continui troppo spesso a rincorrere le emergenze anziché prevenirle. Non bastano gli annunci, non bastano i tavoli ministeriali convocati quando la tensione è ormai esplosa. Servono provvedimenti capaci di incidere realmente sui costi sostenuti dalle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. E soprattutto serve una politica economica che non costringa i cittadini a scegliere continuamente a cosa rinunciare. Perché il problema non riguarda soltanto chi guida un camion. Riguarda chi ogni mattina deve raggiungere il posto di lavoro, chi utilizza l’automobile per accompagnare i figli a scuola, chi gestisce una piccola attività commerciale, chi deve decidere se fare il pieno o rimandare una spesa necessaria. Riguarda una parte sempre più ampia della popolazione che, pur lavorando, fatica a sostenere il costo della vita. E questa dovrebbe essere una delle principali preoccupazioni di chi ha la responsabilità di governare il Paese. Ma sarebbe altrettanto comodo fermarsi alle responsabilità dell’esecutivo. Perché c’è un’altra politica che merita una riflessione, ed è quella che oggi corre ai presidi per conquistare qualche minuto di visibilità. Sindaci, amministratori, consiglieri, parlamentari di opposizione. Tutti pronti a manifestare vicinanza, a denunciare l’inerzia del governo, a chiedere interventi immediati. Una presenza che, sia chiaro, è assolutamente legittima. Anzi, ascoltare i cittadini e confrontarsi con chi vive una condizione di difficoltà dovrebbe essere il primo dovere di ogni rappresentante istituzionale. Il problema è un altro. La solidarietà non può diventare una strategia di comunicazione. La sofferenza economica non può trasformarsi nello sfondo di una fotografia. E la protesta di chi rischia di perdere il proprio lavoro non può essere utilizzata come una passerella politica. Perché un selfie accanto a un camionista non abbassa il prezzo del gasolio. Una stretta di mano non paga una bolletta. Un comunicato stampa non restituisce serenità a una famiglia che non sa come arrivare alla fine del mese. E una fotografia pubblicata sui social, magari accompagnata dalle solite parole di circostanza, non può sostituire un impegno politico concreto. E allora le domande diventano inevitabili. Dove erano tutti prima che la protesta esplodesse? Quali iniziative sono state promosse? Quali proposte sono state avanzate nelle sedi istituzionali? Quali strumenti sono stati messi in campo, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, per affrontare una crisi annunciata? E soprattutto, quanti continueranno a occuparsi di questa vicenda quando i riflettori si saranno spenti? Non si tratta di pretendere che un sindaco possa intervenire sulle accise o che un consigliere comunale possa modificare le politiche energetiche nazionali. Si tratta di chiedere coerenza, responsabilità e soprattutto continuità. Ai parlamentari di opposizione si può chiedere conto delle proposte presentate e delle iniziative portate avanti. Agli amministratori locali si può chiedere quali azioni abbiano intrapreso per sostenere il tessuto economico dei propri territori. Al governo, invece, bisogna chiedere risultati, perché è a chi governa che spetta la responsabilità principale delle scelte economiche nazionali. Le responsabilità sono diverse, ma il dovere di non strumentalizzare il disagio dei cittadini dovrebbe essere comune a tutti. C’è una differenza enorme tra rappresentare una comunità e cercare visibilità attraverso le sue difficoltà. La prima è una responsabilità, la seconda rischia di diventare opportunismo. E non basta appartenere all’opposizione per essere automaticamente dalla parte dei cittadini, così come non basta governare per poter rivendicare di aver dato risposte. È questa la contraddizione di una politica che sembra sempre più interessata a raccontare ciò che fa piuttosto che a dimostrare ciò che riesce a ottenere. Una politica che misura la propria presenza attraverso i post pubblicati, le fotografie condivise, le dichiarazioni rilanciate. Quasi che l’importanza di un intervento dipendesse dal numero di visualizzazioni e non dalla sua capacità di produrre risultati. Intanto, mentre qualcuno cerca l’inquadratura migliore, c’è chi continua a fare i conti con il prezzo del gasolio, con le fatture da pagare, con le scadenze fiscali e con l’incertezza del domani. C’è chi non può permettersi di fermarsi, ma è stato costretto a farlo perché continuare a lavorare rischia di non essere più economicamente sostenibile. E c’è anche un’altra questione che non possiamo ignorare. I blocchi stanno provocando disagi enormi a cittadini che non hanno alcuna responsabilità nella crisi. Persone che devono raggiungere gli ospedali, lavoratori che rischiano di non arrivare in tempo, attività commerciali che subiscono conseguenze economiche pesanti. La protesta è un diritto, ma non può cancellare i diritti degli altri. Comprendere le ragioni degli autotrasportatori non significa giustificare qualsiasi forma di blocco. Significa riconoscere la gravità del problema e pretendere che venga affrontato prima che la tensione sociale raggiunga livelli ancora più preoccupanti. Forse è proprio questo il fallimento più evidente: una politica che non riesce a intercettare il disagio prima che diventi rabbia, che non ascolta abbastanza quando le difficoltà vengono denunciate e che poi si affretta a mostrarsi presente quando la situazione precipita. Non abbiamo bisogno di una gara a chi esprime più solidarietà. Non abbiamo bisogno di stabilire quale rappresentante politico sia arrivato per primo al presidio o quale abbia pubblicato il messaggio più convincente. Abbiamo bisogno di sapere quali soluzioni saranno adottate, con quali risorse e soprattutto in quali tempi. Perché la vicinanza ai lavoratori non dovrebbe essere un evento da immortalare, ma un impegno da mantenere. E la credibilità di un amministratore non si costruisce attraverso una fotografia accanto a chi protesta, bensì attraverso la capacità di dare risposte anche quando non ci sono telecamere, giornalisti o cittadini pronti ad applaudire. Quando i blocchi finiranno, quando le strade torneranno percorribili e i distributori riprenderanno a funzionare regolarmente, resterà da capire quanti di coloro che oggi si mostrano solidali continueranno davvero a occuparsi degli autotrasportatori. Perché il problema non è esserci quando una protesta esplode. Il problema è esserci soltanto allora. Quando ci sono i fotografi, quando ci sono i giornalisti, quando una stretta di mano può trasformarsi in qualche consenso in più. La politica dovrebbe avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, anche quando questo significa rinunciare a una fotografia e affrontare questioni scomode. Perché i cittadini non hanno bisogno di spettatori illustri, né di comparse in cerca di visibilità. Hanno bisogno di rappresentanti capaci di ascoltare, decidere e intervenire. I camionisti chiedono di poter tornare a lavorare. Le famiglie chiedono di poter vivere dignitosamente. La politica, invece, sembra troppo impegnata a trovare l’inquadratura migliore. E mentre qualcuno posa per l’ennesima fotografia, il conto continua a pagarlo chi, ogni giorno, fatica ad arrivare alla fine del mese.








